Mese: settembre 2015

Nello zaino dello stickfighter

Lo stickfighting è uno sport atipico. Ti alzi presto, raccogli le tue cose, prendi la macchina e parti verso un raduno. Non c’è gloria o riconoscimento ad aspettarti, le tue sole medaglie saranno lividi e contusioni che, quando va bene, ti terranno compagnia per una settimana. Quando torni a casa non hai vinto e non hai perso, sai solo qualcosa in più su te stesso.

Nonostante la natura violenta di questo sport non viene mai a mancare l’elemento che fa in modo di non sfociare mai in una comune rissa: il rispetto. Rispetto per l’avversario e rispetto delle regole che, anche se stabilite di comune accordo prima del combattimento, includono sempre quelle dettate dal buon senso.

L’approccio a questo sport è estremamente soggettivo ed esperienziale, nel senso che ciascuno ha il suo modo di combattere e per questo ognuno sceglie l’attrezzatura che più lo fa sentire a suo agio. Stabilire quindi quale sia un setup ottimale non è impresa facile, posso solo parlarvi del mio, quindi: cosa c’è nel mio zaino?

stickmask

Il bastone.

L’analisi inizia dall’attrezzo più importante di tutti. Utilizzo due manau lunghi ciascuno 80 cm e dal diametro di circa 2,5 cm per un peso compreso tra i 350-400 g. Ad una estremità ho avvolto il nastro usato per rivestire le impugnature delle racchette da tennis, questo rende i bastoni più confortevoli da maneggiare e assicura una presa più salda. Inizialmente l’avevo provato nudo, poi con del semplice nastro isolante, poi avvolgendo prima uno spago ricoperto sempre dal nastro isolante ma niente mi soddisfaceva come il nastro da tennis.

Utilizzo anche un rattan più corto e più leggero, lungo circa 65 cm e con un diametro tra i 2 e i 2,5 cm. Scelgo di usare questo se so che chi ho davanti non ha molta esperienza oppure se decido di impormi una sorta di handicap per quel combattimento.

Ho molta cura dei bastoni da combattimento, che al di fuori dei match uso esclusivamente per fare del “vuoto” (sayaw) e mai per colpire in palestra.

La maschera.

Utilizzo una maschera da maestro di scherma di marca Leon Paul da 1600 N. Sarebbe andata bene anche una da 350 N e avrei speso la metà dei soldi, ma poi non me l’avrebbero accettata nelle gare di scherma di coltello. La differenza sostanziale tra le due è il grado di protezione garantito dalla gorgiera, che nel caso di quella da 1600 N è più spessa e rigida. La grata metallica è invece assolutamente identica (stando a quello che so io, ma non prendetelo per Vangelo) perciò per lo stickfight sono equivalenti. Entrambe proteggono degnamente da fendenti e puntate dirette all’altezza del volto e in direzione delle tempie, ed entrambe offrono protezione quasi nulla per capo, nuca, clavicole e gola.

Tempo addietro utilizzavo il classico caschetto da Kali Escrima, quello con la grata metallica a maglie larghe per intenderci. Questo garantisce una migliore protezione dai fendenti quasi in tutta la testa, ma alcuni modelli permettono al bastone di entrare di punta. Altri non lo permettono montando una grata a maglie più strette, aggiungendo però notevole peso alla struttura. In palestra li utilizzo e li faccio utilizzare comunemente per sparring, con un occhio di riguardo per quando si finisce in dumog, soprattutto a terra. A differenza delle maschere da scherma, che sono più facili da sfilare completamente all’occorrenza, queste hanno l’abitudine di spostarsi dalla testa, facendo venire pericolosamente a contatto con naso e denti la grata metallica. Inoltre queste maschere sono assolutamente sconsigliate per l’uso col coltello.

I guanti.

Attualmente utilizzo guanti da lacrosse dopo aver utilizzato per anni dei guanti da hockey entry-level simili a quelli che si possono comunemente trovare da decathlon. La differenza tra i due modelli è che indubbiamente i guanti da hockey offrono maggiore protezione, soprattutto a livello del pollice, rinunciando però a un migliore maneggevolezza. Anche qui la scelta l’ho fatta verso un setup che mi permettesse di usare in maniera decente sia il bastone che il coltello.

Ho visto gente che come guanto utilizzava quelli che mi sono sembrati essere dei semplici guanti da portiere di calcio, che offrono l’unico vantaggio di una presa ben salda sul bastone. Questo dipende molto dal livello di pratica che si ha e soprattutto dal livello di incoscienza. In questo senso i guanti da lacrosse mi sono sembrati un ottimo compromesso: la bastonata se arriva fa male lo stesso, ma le ossa sono più protette.

La conchiglia.

Comunemente detto “paraballe”. Chiamatemi scemo. Per le ragazze il paraseno rigido è fortemente consigliato!

Accessori.

Su questi non c’è molto da dire, sono scelte personali dettate dall’esperienza e niente più. A differenza dell’attrezzatura che ho elencato prima, di questi potete anche farne a meno. In realtà ho visto anche fare a meno dei guanti, ma chi sono io per giudicare? Fanno parte di questa categoria il paradenti, senza cui non mi sentirei a mio agio. Consigliati sono anche un paio di buste di ghiaccio istantaneo e magari uno spray refrigerante.

Due parole in più le spenderei su ginocchiere e gomitiere, entrambe rigorosamente morbide e piuttosto leggere. Personalmente trovo che indossare modelli rigidi tipo quelli per il rollerblade sia una mancanza di rispetto nei confronti dell’avversario. Comunque non le indosso sempre, dipende dal tipo di terreno su cui mi ritrovo a combattere.

Least but not last il personalissimo anting-anting, senza cui ogni escrimador sarebbe perduto!

Questo quindi è il mio setup. Nel mio modo di intendere lo stickfighting le protezioni devono servire non tanto per sentirsi al sicuro ma piuttosto a fare in modo di non pagare un prezzo eccessivo per un errore mio o del mio avversario. In un combattimento bisogna mettere in conto che possa succedere di tutto, perciò è bene indossare una maschera che mi ripari gli occhi e una conchiglia per i genitali. Per tutto il resto mi affido principalmente al bastone che ho in mano e alla mia esperienza che lo muove, tenendo sempre presente quello che dicono nelle Filippine: per essere degli escrimadores ci vogliono la testa, il cuore e i coglioni. Bisogna sempre mettere in conto di essere colpiti, è juego todo.

Per divertirsi al sicuro e senza farsi male ci sono sempre le corazzette, i tornei e il dildo fighting.

Salamat.

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Universalmente universale

“Quando il saggio indica la Luna lo stolto guarda il dito.”

Una delle caratteristiche più reclamizzate del Kali/Arnis/Esc(/k)rima/FMA, nonché una delle più discusse dagli appassionati di altre discipline, è l’universalità dei suoi principi. La teoria dice che utilizzando schemi motori e dinamiche universali, questi si possano adottare con qualsiasi tipologia di arma e scenario. Cito ad esempio un passaggio dal testo “Kali. L’arte del combattimento totale filippino” di Maurizio Maltese:

“Più di qualsiasi altro argomento, la sombrada evidenzia la caratteristica principale del Kali, cioè la capacità di usare lo stesso principio di movimento sia a mano armata (bastone singolo, in coppia, spada e daga, machete ecc.) che a mani nude. Questo dimostra l’eccezionale velocità di apprendimento che la suddetta disciplina offre a chiunque. Non si deve imparare un nuovo movimento se si cambia l’arma o se si prosegue a mani nude, ma semplicemente adottare una serie di principi di movimento universali.”

Questo non è del tutto sbagliato, concedendo però una generosa approssimazione. Approssimazione, in un ambiente come quello delle arti marziali, può rapidamente tradursi in errore. E per quello che dovrebbe essere lo scopo principale delle arti marziali, la sopravvivenza, errore significa game over.

Intanto, principio o tecnica?

Perché se dico che – se non si vuole essere colpiti dall’avversario bisogna mantenersi fuori dal suo raggio di azione – sto ponendo le basi, in maniera facilmente dimostrabile, per illustrare un principio. Da questo si possono derivare una serie di accorgimenti tecnici atti a verificare il suddetto principio, che andranno a comporre un determinato stile di combattimento.

Mi seguite?

Questo principio “della distanza” non tiene conto dello scenario, delle armi utilizzate, del genere sessuale o del peso dei contendenti: è un principio universale. Se rimango fuori dal raggio di azione del mio avversario sono al sicuro, se invece sono dentro rischio di essere colpito!

Quando invece si parla di sombrada ci si riferisce ovviamente a un drill, quindi ad un “ambiente” di lavoro con un costrutto di regole preciso. Nel passo riportato nel libro si fa un riferimento specifico alla possibilità di cambiare arma mantenendo lo stesso “principio di movimento”, in questo caso evidentemente figura ocho. E quest’ultimo sarebbe, secondo l’autore, un principio universale. Il problema è che tutto funziona solo se si agisce nel pieno rispetto delle regole della sombrada e soprattutto se si compie una grande opera di approssimazione, come ad esempio non considerare le caratteristiche intrinseche di ciascuna arma oppure il diverso peso o la diversa forza fisica dei contendenti.

Figura otto è quindi una tecnica (non un principio) fondamentale, il principiante impara a usare entrambe le braccia e a muoverle indipendentemente l’una dall’altra, che si impugni un’arma oppure no. In termini di tempo è sicuramente un notevole risparmio ma in termini di didattica rimane sempre un’approssimazione. Concentrarsi sulle innumerevoli applicazioni che la figura otto offre equivale a guardare il dito invece che la Luna come nel proverbio, e questo significa trascurare aspetti importanti dell’arte marziale.

Ho visto fare hubud col coltello, fare tapi-tapi col machete… con le relative applicazioni di disarmi. Perché tanto sono esercizi, e negli esercizi è possibile tutto. Chiaro che se l’unico limite è la fantasia allora anche il kata della pistola nel combattimento finale di Equilibrium sfrutta un principio universale.

Bisogna mettere un freno alla smania di aggiungere ingredienti alla ricetta tramandata da altri solo perché così sembra più gustosa. Se aggiungo la cipolla alla carbonara per me sarà anche più buona, ma non sarà più una carbonara*. Sarà la “carbonara alla Martialskeptic”. Se faccio hubud col coltello non lo chiamerò più Escrima, ma “Disciplina di combattimento sviluppata dal sottoscritto e vagamente ispirata all’Escrima ed altre discipline affini”. Così, oppure Krav Maga.

Quindi?

Quindi niente. Di “universale” ci fanno anche i copriwater ma non ne ho mai trovato uno che andasse perfettamente bene per il mio cesso. In pratica, bisogna sempre arrivare a un compromesso e cercare di adattare alla situazione quello che è il nostro bagaglio tecnico. Un buon sistema per ritrovare la strada nell’oceano delle interpretazioni personali è questo schemino:

target

Questa serie di tre cerchi concentrici disegnati con paint sta a rappresentare le tre aree di studio in cui possiamo suddividere la disciplina dell’Escrima tradizionale. Esse sono appunto:

  • Armi da taglio (coltello, machete, spada, sciabola, lancia, ecc.)
  • Armi contundenti (bastone, spranga, manganello, ecc.)
  • Senz’armi

Queste tre aree di studio sono strettamente legate tra loro e si influenzano a vicenda, ma questa influenza agisce sempre dall’interno verso l’esterno e mai dall’esterno verso l’interno. Questo significa che ciò che è concepito per affrontare una minaccia di bastone può essere adottato anche per le mani nude, ma non per affrontare una lama. Nella pratica, posso allenarmi sulla base del principio che un adeguato condizionamento alle bastonate sia fondamentale e sulla base di questo, una strategia di combattimento valida potrebbe essere quella di essere disposti ad incassare un colpo all’addome per sferrarne uno in una zona più critica al mio avversario. Il famoso Tero Grave di cui sempre meno insegnanti conoscono l’esistenza. Bene, la stessa cosa potrei farla a mani nude ma assolutamente non potrei farla contro un coltello. Il perché è ovvio, ma lo spiego lo stesso: non esiste condizionamento al coltello, con un colpo all’addome si è fuori. Quindi in un esercizio come hubud-lubud, che nasce come ambiente di sviluppo per il bastone, se ci ficco dentro un coltello sto sbagliando alla grande. E sombrada, che nasce come una danza, beh.. è una danza! I principi sono quindi universali quando ancora non si riescono a mettere due passi uno in fila all’altro, perché e comodo così. Maturando poi è necessario evolvere verso una specializzazione che evidenzi le nette differenze che ci sono tra una condizione specifica e l’altra. Combattere con una sciabola è diverso che combattere con una pluma, che è diverso dal combattere con un coltello. E’ importante tenerlo a mente.

Da cosa viene fuori allora questo mito dei principi universali? A mio modesto avviso, le cause principali sono due e strettamente legate:

La prima è che in addestramento si è sempre usato il bastone in rattan come simulacro di una lama, sono poche le scuole di Escrima che hanno sviluppato una “stick boxing” specifica. Dal momento che il bastone rappresenta una lama che però non taglia e non spaventa come una vera lama, nel corso delle generazioni ecco la confusione.

La seconda è fisiologica dei tempi in cui viviamo, tempi in cui possiamo concederci il lusso di praticare le arti marziali anche solo per diletto e non necessariamente per sopravvivenza. Immaginiamoci i tempi più “selvaggi” in cui i poveri allievi che riponevano la fiducia in un maestro cialtrone venivano regolarmente passati per le armi da nemici meglio addestrati, in una variante della famosa “selezione naturale”. L’assenza di un banco di prova rende tutto potenzialmente valido e a causa di questo sempre più gente si improvvisa Istruttore, quando non addirittura Maestro o Grand Master. So di un cialtrone che ha pure fondato uno stile di Kali e che forma istruttori, le cui competenze sono maturate grazie a una palestra che si chiama YouTube e che insegna a distanza attraverso video-lezioni su skype! Questa gente aggiunge, toglie, interpreta, giudica materiale di uno stile senza avere la formazione giusta ne l’esperienza necessaria per poter valutare il perché o il percome di un esercizio o di un concetto. E sta a galla solo grazie al marketing.

Per migliorare la situazione non auspico certamente un ritorno alla guerra, ma almeno affidarsi un po’ di più alla tradizione e al buon senso non farebbe male. Sperando con questo di aver attirato più simpatie che antipatie auguro a tutti una buona ripresa delle attività sportive! E se non siete d’accordo potete sempre manifestarlo attraverso i commenti… Maraming salamat!

* assolutamente non aggiungerei mai la cipolla alla carbonara, che mi piace così com’è.