Il dumog della discordia

Dumog è uno dei termini delle arti marziali filippine (FMA) che causano maggiori derive. La parola non so da dove origini, ma la troviamo accettata sia in cebuano che in tagalog e significa “lotta”, al pari di “buno“. Molti infatti considerano i termini equivalenti, quando invece nelle Filippine (almeno nella parte più “occidentalizzata”) sembrano avere un’accezione diversa, riferendosi con dumog al generico “fare a botte” mentre con buno ci si riferisce alla lotta vera e propria (come il grappling, per essere più chiari).

Nelle FMA con dumog pare ci si riferisca piuttosto ad una specie di judo/bjj “made in the Philippines”, quando invece non ha nulla a che vedere con tutto ciò.

Le origini del “mito”

Il perché è ovvio: siamo agli inizi degli anni ’90 e i fenomeni Vale Tudo prima e UFC poi fanno “scoprire” al mondo l’importanza della lotta nei combattimenti sportivi. Questo, oltre ad alimentare le chiacchiere da bar tra marzialisti (che durano tutt’ora), presentò un problema di marketing alle discipline del momento: il JKD, il Wing Tsun e il Kali.

Per il JKD ci si ricordò che Bruce Lee ebbe modo di studiare la lotta: Jesse Glover era prima di tutto un judoka, poi ci sono quegli appunti presenti nel Tao of Jeet Kune Do, poi in quel film fa quella sottomissione, e poi è più una filosofia che un’arte codificata e va lì va là il praticante di JKD diventa abile e arruolato per la lotta.

Nel Wing Tsun cominciarono a tenersi seminari sul combattimento a terra, perché l’uomo del Wing Tsun non cade mai – però se dovesse capitare…

Per il Kali invece diventò tutto “dumog”, noi la lotta ce l’avevamo già in casa. Ma come, abbiamo allenato altro fino a ieri? E vabbè, ora ci rotoliamo per terra, quindi via a proiezioni e relative concatenazioni di sottomissioni, belle ed anche efficaci che però non fanno parte del bagaglio culturale del Kali.

Allora cos’è il dumog?

Il Kali (o Arnis o Escrima) è un’arte guerriera, nasce per uccidere i propri nemici con ogni mezzo e sopravvivere. Questo vuol dire che se il mio aggressore ha un coltello in tasca devo aspettarmi che lo tiri fuori, se ha uno o più compagni pronti ad aiutarlo alla bisogna questi interverranno. Pensare sul serio che su un campo di battaglia ci si metta a lottare per terra in cerca di una sottomissione è da folli.

Il dumog è in realtà quella fase del combattimento che nella Muay Thai, per capirci, corrisponde al clinch, senza però le rigide restrizioni sportive di quest’ultimo. Sono manovre che servono a farci guadagnare vantaggi importanti, come sbilanciamenti per poter piazzare colpi risolutori, provocare rotture articolari per mezzo di trankada, portare il nostro avversario a sbattere la faccia contro un muro e poi fuggire, ecc…

Mettersi a lottare uno contro uno in un contesto di sopravvivenza non è quasi mai la soluzione migliore per i motivi visti sopra, per questo il dumog deve durare il meno possibile e risolversi nella maniera più rapida in un vantaggio.

E se cado a terra?

Farai meglio a cadere sopra il tuo avversario facendogli più male che puoi e comunque dovrai rialzarti nel più breve tempo possibile.

A scanso di equivoci, non sono uno di quelli a sostenere che la lotta a terra sia inutile, tutt’altro. Un marzialista come si deve ha nel proprio bagaglio tecnico almeno l’ABC della lotta, che è divertente, fa bene alla mente e al corpo, ti insegna molto su te stesso e comunque non si sa mai. Però non è dumog, diamo a Cesare quel che è di Cesare. Il dumog corrisponde ad una situazione, ad una “distanza”, in cui è certamente possibile lottare ma in cui noi dobbiamo colpire, il kali è un’arte di striking e non di grappling.

Marketing a parte, non esiste un’arte marziale che copra tutte le possibilità a 360° e considero importante tenere separate quelle che sono le origini di ciò che si impara e che un giorno si potrà insegnare, come forma di rispetto. La tecnica è un dono prezioso che ci viene fatto dai Maestri, sta a noi coltivarla e interpretarla senza però banalizzarla buttandola nel mucchio. Se no diventa tutto Kali, tutto JKD o tutto Krav Maga. Non abbiate paura di scoprire carenze tecniche in quello che praticate e non esitate a colmarle studiandole con gli esperti di altre discipline, le arti marziali non sono una religione dogmatica ma un percorso che dura tutta una vita.

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3 comments

  1. Ciao Paolo,
    Complimenti! Articolo scritto veramente bene ma che non condivido a pieno. Tanto per iniziare dal punto di vista della terminologia. Entrambi i termini “dumog” e “buno” indicavano delle tipologie di lotta indigena in due distinte regioni geografiche.

    http://www.awww.fmapulse.com/content/fma-corner-various-forms-filipino-indigenous-wrestling

    Gli stessi termini sono usati generalmente nelle diverse aree geografiche per indicare la lotta.

    http://www.bansa.org/dictionaries/tgl/?type=search&data=magbuno

    È chiaro quindi il perché gli stessi maestri abbiano usato tali termini per indicare le tecniche di lotta nel proprio sistema.
    Alcuni di questi inoltre hanno separato il “dumog” dal “buno” contraddistinguendo le tecniche in piedi da quelle in cui si è già al suolo.

    Purtroppo come tu hai evidenziato è vero che alcuni maestri hanno introdotto tecniche di lotta solo successivamente e sull’onda del successo di altre arti marziali ma, considerando l’elevato numero di sistemi esistenti (per il mio sito ne ho descritti più di 230), ciò non è vero per tutti i sistemi.

    Le tecniche di lotta sia in piedi che a terra del kali arnis escrima derivano (come tutto nelle amf) dall’uso delle armi.
    Il buno e/o il dumog, tecnicamente molto differenti dal bjj o da altre arti marziali, sono tecniche di lotta con armi, i cui concetti possono poi essere applicati alle mani nude.

    1. Ciao Andrea, grazie per i complimenti!

      Molto interessante l’articolo che mi hai linkato, anche se però non aiuta a cancellare i miei dubbi. Narrando la vita di Jose Rizal si segnala che lo zio (che ebbe molta influenza su di lui, è scritto nell’articolo) ebbe modo di studiare all’estero, in particolare in India ed in Europa. Per un ragazzino di 11 sono questo rappresenta una enorme opportunità di imparare da una fonte non per forza legata al territorio, che lo spinse tra le altre cose a praticare la “lotta” (wrestling). Detto questo si suppone (perché l’articolo in realtà non presenta certezze) che abbia imparato anche quello che viene definito lo stile del “buno” nativo. Quando poi buno in tagalog come descritto nel dizionario che hai linkato, similmente a quanto si possa trovare su http://tagalog.pinoydictionary.com/ o come anche ho scritto nel mio articolo significhi sia lotta sia appunto tafferuglio, fare a botte, rissa. Poi è descritto più avanti di come Jose Rizal ebbe modo di soggiornare in Giappone e praticare il judo, a pochi anni dalla fondazione del Kodokan, dato che la fonte cita il 1888. Siamo circa a 30 dopo la stesura di Florante at Laura, spesso citato per via del fatto che sia il primo documento in cui compaia la parola “arnis” e anche “buno”, usate però per descrivere la particolare abilità del protagonista nella scherma e nella lotta per gioco (larong buno) mentre nessun riferimento a buno come stile vero e proprio. Se già all’epoca si introducevano elementi estranei, ora a quasi 150 anni di distanza faccio fatica ad immaginarmi qualcosa di indigeno nel senso di legato alla tradizione. Sicuramente qualcosa di sviluppato in loco, ma non per forza legato al passato.

      Quello che invece mi appassiona di più dell’articolo che hai segnalato è il riferimento ai duelli rituali che facevano uso di lotta pura o di addirittura forme che ricordano molto il vale tudo ante litteram, dove le armi erano escluse ma in pratica ci si poteva affidare a qualsiasi pratica (dita negli occhi, graffi) ma in cui tutto terminava nel momento in cui uno dei due finiva culo a terra.

  2. Il tratto del celebre romanzo epico intitolato “Florente at Laura” del famoso scrittore Francisco Balagtas y de la Cruz (anche conosciuto come Francisco Baltazar), che hai citato nel tuo commento e che risale al 1853, è stato oggetto di numerosi dibattiti nell’ambiente marziale filippino ed io stesso affronto approfonditamente questo argomento nel libro che sto scrivendo. In realtà non in connessione alla questione “buno” ma inserito in un altro contesto. Comunque se dovessi adesso, su due piedi, interpretare quelle poche righe da un punto di vista della relazione tra arnis e buno ti direi che “giocare all’arnes e al buno” indica come queste due discipline andassero a braccetto già più di 150 anni fa!
    Per quanto riguarda l’influenza delle arti marziali nipponiche in quelle filippine, la stessa risulta evidente in diversi sistemi ma NON IN TUTTI. Uno dei termini più usato nelle Filippine per indicare gli stili di lotta nati a seguito di tale “miscela tecnica” era “Combat Judo”. Ecco un articolo che ho scritto un po’ di tempo fa sull’argomento:
    http://www.kalifilippino.it/sistemi-approfondimenti/combat-judo.html
    Come puoi leggere, in realtà c’è stata anche una influenza terminologica sostanziale per cui i filippini iniziarono a chiamare Judo anche tecniche di lotta che nulla avevano a che fare con il Judo o il Ju Jitsu ma che erano tipiche dell’Arnis Kali Escrima.
    Tutto ciò dimostra come la lotta sia qualcosa che, in un modo o nell’altro, i maestri filippini praticavano nei loro sistemi MOLTO PRIMA dell’UFC e del Vale Tudo. A supporto di tale tesi ti indico alcuni sistemi (che a breve pubblicherò sul mio sito http://www.kalifilippino.it) in cui la lotta è presente da diverse generazioni nonchè alcuni maestri esperti di metodi di lotta tipicamente filippina:
    – La famiglia Yasay di Bago City, Negros Occidental, custodi del sistema chiamato Yasay Sable, pratica da diverse generazioni un metodo di lotta conosciuto come Yasay dumog. Juan C. Yasay ed Ernesto “Estong” C. Yasay hanno ereditato tale metodo di combattimento dai membri più anziani della famiglia. Lo studioso James Sy Jr descrive tale sistema come una “sintesi di Judo filippino e Dumog”. E’ infatti conosciuto anche come Yasay Judo/Dumog.
    – Jose “Uti” Baet, nonno di Abundio Salazar Baet del sistema Garimot Arnis, era un esperto lottatore di Buno, che studiò sull’isola Mindoro con membri della tribù indigena Aeta.
    – Amador O. “Mading” Chavez del sistema Arnis Rikarte en Cruzada, nato nel 1916 vicino a Aklan, nella zona settentrionale di Capiz, Isola di Panay, era un campione di Dumog.
    – Samuel Bambit Dulay, allievo di Remy Presas del Modern Arnis, intraprese il Dumog ed il Judo nel biennio 1968-69 presso l’Universita di Negros Occidentale e al “West Negros College”
    – Pastor Romeo N. Gumban, un allievo di Sotero Tario del sistema Oido Fencing, è un esperto di dumog antiqueño (lotta nativa originaria della provincia di Antique, Isola di Panay).
    Tornando alla questione “lotte indigene” ecco un piccolo elenco presente sul mio sito di metodi di lotta nativi praticati da secoli a livello tribale o comunque locale:
    il Bultong (tribù Ifugao sulle montagne della Cordillera, Luzon), il Dama (tribù Igorot sulle montagne della Cordillera, Luzon), il Buteng (popolazione Manobo in Mindanao), il Purgos (tribù Dumagat in Luzon) e il Kapulubod (popolazione Maranaw in Mindanao), Buno (regione Tagalog); il Dumog (provincia Panay), il Layug (provincia Cebu), il Pantok (provincia Pampanga), il Tulot e il Balsakan (provincia Pangasinan), il Gabbo (province Ilocos), il Lampungan (regione Bicol), il Lawidan (gruppi indigeni Mangyan sull’isola Mindoro, Luzon. Secondo Abundio Salazar Baet, il termine della lingua hanuno, quella parlata dai Mangyan, per indicare la lotta è “Lumad”) ed il Garong (popolazione Ibanag a Luzon).
    Per quanto riguarda la terminologia, infine, una generalizzazione è assolutamente impossibile. La frammentazione dell’arcipelago, ben 7106 isole, più di 100 gruppi etnici e 500 dialetti differenti, spesso non permettono di assegnare un solo significato allo stesso termine. Pensa che nel dizionario Inglese-Filippino che ho a casa “Dumog” è tradotto con “Assorbito”.

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