Arte Marziale

Estilo de Larga Mano

Questo articolo è stato originariamente redatto per gli amici di escrima.it

Larga Mano, indicato anche come largamano o largo mano, è uno stile di combattimento la cui origine è storicamente localizzata in Luzon e in parte delle Visayas. Per molti si traduce semplicemente in andare a colpire la mano o il braccio armati per neutralizzare la minaccia portata dal mio avversario ma in realtà questo stile è molto di più.

Esso si fonda su un importante principio schermistico, quello che rimanendo fuori dalla portata del mio avversario questi non mi potrà colpire e per rendere possibile questo è necessario possedere ottime doti di lettura delle distanze, gioco di gambe e stretching. Ci aggiungerei anche una buona dose di nervi, ma forse questo vale un po’ per tutte le condizioni.

Gli arti, specialmente quelli armati, diventano bersagli privilegiati in quanto, se le distanze vengono correttamente rispettate da entrambi gli escrimadores, non è possibile raggiungere bersagli più importanti.

Questo stile è caratterizzato dalla costante evasione dal ferro avversario con cui non si deve avere contatto nemmeno per bloccare o parare, ogni colpo o taglio sono quindi diretti alla carne. L’obiettivo è quello di far pagare all’avversario ogni suo tentativo di colpirci, in modo che anche se non riusciamo a raggiungere bersagli “pregiati” questi non sia comunque in grado di continuare con la sua minaccia.

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Il Maestro Giron mentre esegue un passaggio in larga mano

Larga mano nasce fra la gente comune in contrapposizione al vecchio stile, che richiede un addestramento intenso alla portata soltanto di chi non è costretto a lavorare molte ore nei campi. E’ infatti uno stile composto da poche tecniche e qualche concetto e le cui basi sono assimilabili in poco tempo, portando però con la pratica costante ad un sistema raffinato e molto efficace.

Fondamentale importanza viene data al gioco di gambe e alla capacità di distentersi per poter uscire dalla traiettoria dell’avversario e raggiungerlo in relativa sicurezza. Solitamente i fondamentali vengono allenati con bastoni lunghi almeno 80 cm, ma è possibile utilizzare larga mano anche con armi più corte come ad esempio i coltelli.

Un esercizio molto usato per imparare il gioco di gambe è il coconut, dove l’avversario attacca con una successione di cincoteros a cui si risponde in follow sul braccio senza mai muovere il piede corrispondente alla mano armata (il piede avanzato), utilizzando solo l’altro piede per uscire dalla traiettoria avversaria. In questo modo si prende confidenza con la triangolazione di gambe e con il timing necessario per difendersi con successo in larga mano.

Curiosità

Il libro Bruce Lee: Fighting Spirit di Bruce Thomas riporta un aneddoto riguardo la realizzazione del film Game of Death, in particolare delle scene di combattimento con Dan Inosanto. Inosanto stesso racconta:

“Rimasi sbalordito quando [Bruce Lee, NdR] un giorno afferrò i bastoni e mi disse: «Ok, ora ti mostro quello che vorrei fare». Lo osservai attentamente e mi resi conto che, senza una conoscenza precedente o un allenamento specifico, aveva ricostruito uno stile di Escrima che non poteva neanche sapere esistesse. Ero scioccato, ed esclamai: «Ehi, ma questo è Larga Mano». Bruce rispose: «Non so come lo chiami tu, ma questo è il mio metodo».”

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Il mercato marziale /5

Quinto appuntamento col podcast di youtube!

13 – Stop PantomHEMA

La premessa è “oggi trattiamo uno dei drammi fondamentali della scherma storica e in generale delle arti marziali: la pantomima” e ci prende in pieno. Parla di geometria, tempo, distanza, preparazione atletica e “scacchiera mentale” dello schermidore, ma potrebbe essere anche un escrimador o un marzialista qualsiasi e la cosa rimarrebbe comunque vera. Cose che sono banalità in una qualsiasi sala di sport da combattimento diventano merce rara nelle più “elevate” arti marziali tradizionali. Bravo!

14 – Lock and Block or How to Disarm 

Quella che nel Serrada Escrima è chiamata “picking” è un’arte per escrimadores navigati, e il Maestro Ron Saturno è sicuramente uno di questi. Nel video viene illustrato il perché sia necessario sviluppare un’ottima visione periferica mentre invece sia deleterio seguire le mani. Questo è uno dei motivi per cui risulta estremamente difficile intrappolare gli arti ed eseguire un disarmo ad un combattente esperto.

15 – Guru Stevan Plinck – Sera Knife Compilation Video

Ho studiato Silat regolarmente per un paio d’anni per crescita personale e per seguire l’insegnamento di Sun Tzu “conosci il tuo nemico”, ma questo non fa di me assolutamente un esperto e ammetto candidamente che non è il mio pane. In ogni caso non era questo lo stile, di cui il Guru Stevan Plinck protagonista del video, è riconosciuto come uno dei maggiori esponenti mondiali. Ho però abbastanza esperienza nella scherma di coltello da valutare pericolosa l’azione mostrata dal minuto 0:34 in cui il Maestro subisce un affondo alla bocca dello stomaco la cui criticità è aumentata dalla spazzata con relativo sbilanciamento del peso dell’avversario in avanti. Un errore del genere fatto spiegando la tecnica agli allievi è più che comprensibile, può succedere a chiunque. Sono portato a pensare che lo stesso Maestro abbia fatto notare l’errore ai presenti, spiegando come un piccolo errore di timing possa portare a conseguenze gravi. Non mi spiego invece perché questa sequenza sia finita in un video promo e avrei chiesto spiegazioni direttamente a chi l’ha caricato se non fosse per il fatto che i commenti al video sono disabilitati.

Tuttavia questo video mi serve per illustrare la differenza di approccio tra Silat ed Escrima, senza voler per questo esprimere un giudizio qualitativo sull’uno o sull’altro. Per i motivi illustrati prima dal Maestro Saturno riguardo al picking, nell’Escrima (in realtà non in tutte le tradizioni giunte a noi, ma almeno in quelle tramandate dai Maestri di Stockton) si tende ad utilizzare un footwork evasivo di tipo escapo e quindi a dare più importanza nell’andare offline rispetto a una meno vantaggiosa, dal nostro punto di vista, ricerca del controllo sul braccio armato dell’avversario o in una destabilizzazione della sua struttura prima di aver raggiunto una posizione di vantaggio, rimanendo quindi inline.

Il dumog della discordia

Dumog è uno dei termini delle arti marziali filippine (FMA) che causano maggiori derive. La parola non so da dove origini, ma la troviamo accettata sia in cebuano che in tagalog e significa “lotta”, al pari di “buno“. Molti infatti considerano i termini equivalenti, quando invece nelle Filippine (almeno nella parte più “occidentalizzata”) sembrano avere un’accezione diversa, riferendosi con dumog al generico “fare a botte” mentre con buno ci si riferisce alla lotta vera e propria (come il grappling, per essere più chiari).

Nelle FMA con dumog pare ci si riferisca piuttosto ad una specie di judo/bjj “made in the Philippines”, quando invece non ha nulla a che vedere con tutto ciò.

Le origini del “mito”

Il perché è ovvio: siamo agli inizi degli anni ’90 e i fenomeni Vale Tudo prima e UFC poi fanno “scoprire” al mondo l’importanza della lotta nei combattimenti sportivi. Questo, oltre ad alimentare le chiacchiere da bar tra marzialisti (che durano tutt’ora), presentò un problema di marketing alle discipline del momento: il JKD, il Wing Tsun e il Kali.

Per il JKD ci si ricordò che Bruce Lee ebbe modo di studiare la lotta: Jesse Glover era prima di tutto un judoka, poi ci sono quegli appunti presenti nel Tao of Jeet Kune Do, poi in quel film fa quella sottomissione, e poi è più una filosofia che un’arte codificata e va lì va là il praticante di JKD diventa abile e arruolato per la lotta.

Nel Wing Tsun cominciarono a tenersi seminari sul combattimento a terra, perché l’uomo del Wing Tsun non cade mai – però se dovesse capitare…

Per il Kali invece diventò tutto “dumog”, noi la lotta ce l’avevamo già in casa. Ma come, abbiamo allenato altro fino a ieri? E vabbè, ora ci rotoliamo per terra, quindi via a proiezioni e relative concatenazioni di sottomissioni, belle ed anche efficaci che però non fanno parte del bagaglio culturale del Kali.

Allora cos’è il dumog?

Il Kali (o Arnis o Escrima) è un’arte guerriera, nasce per uccidere i propri nemici con ogni mezzo e sopravvivere. Questo vuol dire che se il mio aggressore ha un coltello in tasca devo aspettarmi che lo tiri fuori, se ha uno o più compagni pronti ad aiutarlo alla bisogna questi interverranno. Pensare sul serio che su un campo di battaglia ci si metta a lottare per terra in cerca di una sottomissione è da folli.

Il dumog è in realtà quella fase del combattimento che nella Muay Thai, per capirci, corrisponde al clinch, senza però le rigide restrizioni sportive di quest’ultimo. Sono manovre che servono a farci guadagnare vantaggi importanti, come sbilanciamenti per poter piazzare colpi risolutori, provocare rotture articolari per mezzo di trankada, portare il nostro avversario a sbattere la faccia contro un muro e poi fuggire, ecc…

Mettersi a lottare uno contro uno in un contesto di sopravvivenza non è quasi mai la soluzione migliore per i motivi visti sopra, per questo il dumog deve durare il meno possibile e risolversi nella maniera più rapida in un vantaggio.

E se cado a terra?

Farai meglio a cadere sopra il tuo avversario facendogli più male che puoi e comunque dovrai rialzarti nel più breve tempo possibile.

A scanso di equivoci, non sono uno di quelli a sostenere che la lotta a terra sia inutile, tutt’altro. Un marzialista come si deve ha nel proprio bagaglio tecnico almeno l’ABC della lotta, che è divertente, fa bene alla mente e al corpo, ti insegna molto su te stesso e comunque non si sa mai. Però non è dumog, diamo a Cesare quel che è di Cesare. Il dumog corrisponde ad una situazione, ad una “distanza”, in cui è certamente possibile lottare ma in cui noi dobbiamo colpire, il kali è un’arte di striking e non di grappling.

Marketing a parte, non esiste un’arte marziale che copra tutte le possibilità a 360° e considero importante tenere separate quelle che sono le origini di ciò che si impara e che un giorno si potrà insegnare, come forma di rispetto. La tecnica è un dono prezioso che ci viene fatto dai Maestri, sta a noi coltivarla e interpretarla senza però banalizzarla buttandola nel mucchio. Se no diventa tutto Kali, tutto JKD o tutto Krav Maga. Non abbiate paura di scoprire carenze tecniche in quello che praticate e non esitate a colmarle studiandole con gli esperti di altre discipline, le arti marziali non sono una religione dogmatica ma un percorso che dura tutta una vita.

Il drago e l’uva

Recentemente sono incappato nell’articolo scritto sul blog di un maestro di Kung Fu o di qualsiasi altra cosa dica di insegnare adesso e che diverso tempo fa ho avuto il piacere di trollare su internet. Conosco il vero nome dell’autore che però come me si firma con uno pseudonimo, perciò userò quello per riferirmi a lui: Drago Ubriaco.

Ho freezato l’articolo a questo indirizzo a imperitura memoria.

Inizia dicendo che praticando arti marziali certamente non si impara la tecnica ma si fa conoscenza di un sacco di persone bizzarre. Io dico che al circo è certamente più facile trovare pagliacci che artisti marziali, quindi dipende un po’ dalle compagnie che si frequentano. Personalmente in qualche anno posso dire che un po’ di tecnica l’ho imparata, non manco però di una nutrita schiera di fenomeni di cui il buon Drago fa certamente parte.

Prosegue citando l’opera di fine ‘800 “Psychopathia Sexualis” per darsi un tono e insiste con Freud, come se la Psicanalisi fosse una vera scienza. Va bene, tira le frecciate che vuoi, vediamo dove vuoi arrivare.

Al masochista marziale ovviamente, che secondo l’identikit dettagliato di Drago Ubriaco sarebbe, in genere:

  • Maschio
  • Età compresa tra i 20 e i 35 anni
  • Violento
  • Analfabeta (in realtà il coglioDrago scrive “dalle capacità linguistico/grammaticali degne di un testo alla Vasco fatto di mono sillabe o monoparole**” – notati gli asterischi sono andato a cercarmi le note, che purtroppo ha perso per strada
  • Praticante di arti marziali o sport da combattimento che fa uso di armi, “come ad esempio: la esGrima (eh, si… è una parola spagnola)”

Eh no, caro mio Drago! Va bene, sei di origine sudamericana e lo vuoi sottolineare, anche se ti vesti da cinese, ma “escrima” è una parola filippina, che origina certamente dallo spagnolo “esgrima”, ma che se ne distingue chiaramente, nella scrittura e nella pratica! Perché se no allora ti posso far notare che “esgrima” viene dall’italico “scherma”, che viene dal longobardo “skirmjan”. Eppure quello che facevano i longobardi è diverso da quello che facevano gli italiani, che è diverso da quello che facevano gli spagnoli e che è diverso da quello che fanno i filippini! Usa i nomi giusti: escrima. Il tuo appunto è completamente fuori luogo.

Tornando all’identikit, il nostro masochista si vanterebbe dei lividi, e a parte forse il violento e l’analfabeta credo di rientrare comodamente nella lista. Non a caso, ovviamente.

Perché dovete sapere che il motivo per cui io e altri amici, tutti escrimadores, ci siamo ritrovati a trollare Drago Ubriaco è per via di una sua campagna a mezzo social network che chiamerei “no sangre no party”, per via del motto utilizzato da lui stesso. In pratica voleva ospitare nella sua palestra, chiamata “La tana delle Tigri”, un torneo di arti marziali reclamizzato come open ma che poi come abbiamo scoperto tanto open non era, in cui grazie a locandina e linguaggio cazzutissimi cercava di attirare pubblico.

Avete capito bene, quello del “masochismo marziale” scriveva sulle locandine della sua palestra “senza sangue non c’è divertimento”. Stupefacente.

Peccato che il torneo fosse un quasi semi-contact a mano nuda che per fortuna non avrebbe fatto scorrere sangue inutilmente. Ci dicemmo interessati ad un eventuale torneo di coltello e declinammo l’invito.

Ruspante come una gallina il nostro Drago tornò in scena dichiarando a gran voce che “ci hanno chiesto il combattimento armato e lo abbiamo inserito, chissà quale altra scusa useranno per non partecipare?”

In quel periodo ci trovavamo tutti a Roma per motivi di allenamento quindi ci sarebbe interessato davvero partecipare. Sfortunatamente il torneo di coltello “no sangre no party” era un semi-contact con un simulatore fatto di carta!!! A qualcuno di noi cominciavano a pulsare le vene, per fortuna un ragazzo si prese la briga di avviare un’azione diplomatica con cui auspicavamo una sessione di sparring e scambio di tecniche tra le due scuole a patto che si usassero simulatori più seri e almeno un po’ di contatto, anche leggero. Sarebbe stato stupido litigare e farsi scappare l’occasione di confrontarsi con una scuola diversa, visto che anche loro studiano le armi.

Per tutta risposta si sentì dire che lui era anche disposto a farci entrare, abbassare le serrande e menarci sul serio. Che non è proprio la risposta più equilibrata da dare quando ti chiedono di far guanti. Il battibecco e le provocazioni continuarono pubblicamente finché poi uno di noi, stanco, si prese la briga di alzare il telefono e mettersi d’accordo col Drago per partecipare a quell’abbassata di serranda. Ometterò per rispetto della privacy di scrivere anche solo un riassunto dell’imbarazzante telefonata, ma ero presente e non potevo credere alle mie orecchie. Comunque il suo astio nei confronti dei praticanti di FMA credo che derivi da qui.

L’articolo continua con un superficiale riferimento al regno animale, dove spiega che in natura quando due animali della stessa specie si combattono non lo fanno per uccidersi ma per stabilire una gerarchia (però dimentica le formiche, che come noi esseri umani muovono guerra contro colonie anche della propria specie, uccidendo e facendo schiavi), poi cita un film e quindi si lascia andare in uno sproloquio su un presunto “masochismo sociale”. Quindi arriva l’errore intorno al quale ruota tutto il suo ragionamento:

“Ora, per rientrare nel discorso del bar dello sport marziale, basterà capire come sia credenza populistica e ampiamente condivisa dai soggetti che rientrano nella descrizione di cui sopra che, più ci si fa male durante le sessioni di allenamento […] e più si è marziali, virili e guerrieri, spesso associando la giustificazioni che: facendo arti marziali sia necessario andare forte mentre si è a lezione. Condivido il pensiero che le nostre discipline dovrebbero insegnare a combattere, d’altronde sono appositamente definite arti marziali, se insegnassero altro non lo sarebbero, condivido il pensiero che sia necessario un costante allenamento al combattimento per chi pratica le arti marziali, ma la domanda è: è proprio necessario farci del male fisico gratuito, per raggiungere l’eccellenza marziale? Mi spiego: Se a lezione devo eseguire un semplice colpo di pugno, devo per forza fracassare il volto del mio compagno di allenamento in virtù di un addestramento, il più possibile, reale?!”

Il grassetto, presente in originale, disegna il centro dell’ipotetico bersaglio rappresentato da questo articolo denso di stupidaggini. E’ il mozzo intorno al quale ruota l’ipocrisia dell’autore.

Chi l’ha detto che in allenamento si debba andare forte? Chi l’ha detto che si debba “fracassare il volto” al compagno di allenamento?

Si dimentica che gli animali che cita non combattono solo per la supremazia sociale, lo fanno anche per quello che noi chiamiamo “gioco” ma che in realtà è allenamento. Allenamento per questo:

Ed è chiaro che non fanno sul serio quando si allenano, perché se no non potrebbero cacciare. Sarebbe estremamente stupido!

Come non si fa sul serio tra esseri umani dotati di buon senso quando ci si addestra: si indossano guanti, maschere, si usano simulatori, si stabiliscono regole. E lo si fa esattamente da quando come dici tu nel paleolitico l’uomo ha introdotto l’uso di armi, per cacciare e farsi la guerra.

Procurarsi un livido non equivale a rompersi un osso o lussarsi un’articolazione, non è davvero farsi male. Il contatto, come più volte ho ribadito dalle pagine di questo blog, è necessario per sviluppare maggiore padronanza della tecnica e per approcciarsi allo stress e alla paura che altrimenti ci sorprenderebbero in caso di reale necessità. Esibire quindi un livido non serve a vantarsi del dolore ricevuto ma piuttosto a dire a se stessi “questo l’ho preso, tutti gli altri però sono riuscito ad evitarli!”

Caro Drago, non ti puoi nascondere dietro a un dito e pensare quindi di passare inosservato. Il combattimento è parte integrante delle arti marziali, e visto che ti fai chiamare maestro dovresti saperlo.

La flagellazione medioevale a cui fai riferimento assomiglia più ad alcune pratiche che si fanno nel Kung Fu per condizionare ossa e muscoli, dove si viene percossi – senza batter ciglio – per provocare dolore e sofferenza. Ti dice niente? Ovviamente è solo una provocazione, io lo capisco benissimo che questa cosa ha un senso. Tu invece non credi di aver pisciato un po’ fuori dal vaso?

Ah, e a che diavolo serve un albero che non fa ombra?

Saluti.

Pugno, ergo sum

“E’ tutto troppo rituale, tutti quegli inchini, tutte quelle posture. Quel genere di autodifesa orientale è come nuotare sulla terraferma. Puoi anche imparare tutti gli stili del nuoto, ma se non scendi mai in acqua, che senso ha? Questi ragazzi non combattono mai.”Bruce Lee

In alcuni sistemi si delega l’apprendimento dei fondamentali del combattimento come timing, bilanciamento e focusing alle forme precostituite, che spesso vengono definite come “tradizionali” solo perché qualcuno – 20, 50 o 100 anni fa – le ha codificate. Uso il termine “sistemi” in vece di “arti marziali” perché non intendo fare di tutta l’erba un fascio, essendoci anche notevoli eccezioni all’interno della stessa disciplina.

L’utilizzo di forme mette l’allievo in condizione di forte inferiorità e dipendenza dal suo Maestro, essendo difatti impossibile dimostrare in maniera incontrovertibile di eseguirle correttamente. Oltretutto procedendo per imitazione di imitazioni è inevitabile una perdita di informazioni che porterà, generazione dopo generazione, allo stravolgimento della forma stessa. E’ innegabile che questo strumento offra ad un eventuale Maestro disonesto l’opportunità di legare a sé l’allievo oltre il necessario. Dal punto di vista dell’allievo, il ricorso alle forme porta più svantaggi che vantaggi. Chiaramente il discorso vale esclusivamente per quei sistemi che si reclamizzano come fabbriche di macchine da guerra ma che fanno uso esclusivo di forme e/o sparring drill, che sarebbero gli esercizi in cui un partner si presta a portare attacchi codificati mentre l’altro applica una tecnica, senza combattere mai o quasi. La mancanza di preparazione al confronto libero fa in modo che quando questo capiti non ci sia assolutamente sfoggio delle tecniche studiate in palestra.

Trovo che sia uno dei motivi per cui l’atleta medio di sport da combattimento è molto più avanti rispetto al praticante medio di arti marziali.

Hai per caso detto…

… Wing Chun? Oppure Wing Tsun, Ving Tsun, Wing Tjun, e tutti i modi in cui è stata diffusa commercialmente quest’arte marziale? Per non fare torto a nessuno mi ci riferirò con l’acronimo di WC* – dai che sto scherzando! Da ragazzino ero così attratto da questo mito dell’intoccabilità, dell’invincibilità dei maestri di wing chun, che cominciai anche a frequentare un corso. Curioso come sono volevo capirne la logica, scoprire qual era il segreto di questa invulnerabilità, anche perché io – che quando andavo a fare i guanti con gente di altre discipline prendevo regolarmente schiaffi – proprio non ci arrivavo. Davo sempre la colpa alla mia preparazione ancora scarsa, poi al fatto che forse potevo essere proprio negato per quella disciplina e probabilmente entrambe le spiegazioni erano corrette, tant’è che abbandonai il corso in meno di due anni. La grande verità però mi fu chiara anni dopo: i Grandi Maestri sono intoccabili e invincibili semplicemente perché non combattono.

Maa vaaaaa?**

Riporto le parole che Sifu Wong Shun Leung disse quando un intervistatore, parlando dei colpi del Wing Chun, gli chiese cosa pensasse a proposito del “Chi”:

I don´t know anything about the Chi. That´s as honest as I can be. If someone practices any Martial Art, then that person must become stronger and more durable than someone who hasn´t practiced. So if you are punched you are able to take a lot more punishment than a normal person. I have been hit many times, as have all of the great Martial Artists that I know of. So we are not supermen, but we can take a lot more . Any Martial Artist who says that he doesn´t get hit is lying to himself! – Wong Shun Leung

“Qualsiasi Artista Marziale che sostiene di non poter essere colpito sta mentendo a sè stesso.” Detto da un maestro di wing chun? Allora forse non è il wing chun ad essere marcio, forse sono marci alcuni di coloro che lo diffondono!

Ma guarda a casa tua!

Nelle FMA purtroppo la situazione non è migliore, forse non ci saranno le forme come nel wing chun & C. ma innumerevoli routine in solo e a coppia senza una adeguata preparazione al combattimento assolvono efficacemente al compito di confondere le idee ai praticanti, mettendo sullo stesso piano tecniche e strategie più o meno valide. Come posso sapere se il mio roof block è davvero d’aiuto in caso di emergenza? Se al mio tatsulok manca qualcosa? Mi dovrò fidare del mio insegnante, ma se il mio insegnante non combatte?

Questa problematica investe non solo il mondo dei maestri fai-da-te, ma per esempio anche gli eredi marziali di quello che per me rimane un punto di riferimento nel settore, il Giron Arnis Escrima.

Con tutto il rispetto dovuto a praticanti che portano avanti il nome di un gran maestro, la mia prima reazione è questa.

Nel video si notano qualche twirling e applicazioni di colpi in abanico, e niente più. Nessun uso della mano viva, nessuna cura della distanza, footwork esclusivamente in-line (ma come, con tutti i triangoli che si studiano…), nessun occhio di riguardo alla propria incolumità (tanto ci sono maschera e armatura)… in pratica succede quello che spesso si vede quando dai un bastoncino imbottito e una maschera a due bambini e li fai giocare alla “scherma”. Nella descrizione l’atleta con il casco blu viene presentato come un Maestro dello stile Doce Pares ma a ben vedere non da’ alcuna dimostrazione di particolare maestria. A 1’56” esegue un disarmo a strappo nei confronti della ragazza e niente di più. Non che sarebbe dovuto necessariamente finire in un bagno di sangue, ovviamente, ma sono sicuro che questi in palestra allenino decine di tecniche – possibile che queste non vengano fuori quando si fa del combattimento libero? Si vedono invece solo tanti colpi “buttati” un po’ a caso.

Devo dire che la natura stessa del combattimento mostrato in video non aiuti certo a ricreare un ambiente in cui dare particolare sfoggio di tecnica: mi riferisco alle protezioni, a mio modo di vedere eccessive, e all’impossibilità di colpire con mezzi diversi dal bastone. Escrima vuol dire principalmente arma da taglio, però anche arma contundente. Nel secondo caso, chi pratica lo sa, si studiano percussioni concatenate tra bastone, calci, pugni, gomiti, ginocchia, ecc. Eliminare quindi queste componenti di striking può voler dire sostanzialmente fare due cose:

  • Mettere in atto una simulazione di combattimento con lame, per cui si incoraggiano i praticanti ad utilizzare l’arma vietando l’uso di colpi diversi. In questi casi però bisogna porre un freno ai contendenti per evitare che la situazione degeneri in un ravvicinato scambio di colpi senza senso. Perché la lama va rispettata ancora più del bastone.
  • Ispirarsi alla Canne de Combat, senza però averne le skill e mettendo quindi in scena una sua pallida imitazione. Dopotutto se si praticano le FMA è quantomeno strano cercare di imitare altre discipline, come se la propria non avesse già un’identità ben definita.

Eccovi un contributo video di quello che intendo per simulazione di combattimento con le lame:

Qui si usano protezioni minime quali:

  • Maschera da scherma, che mette al sicuro da gravi infortuni ma al tempo stesso non elimina il deterrente doloroso del rischio di una botta in testa.
  • Guanti per non spaccarsi (troppo facilmente) le dita.
  • Gomitiere morbide.
  • Conchiglia.

Dopo uno sparring del genere si torna sicuramente a casa indolenziti, ma niente che impedisca il normale svolgimento del lavoro il giorno dopo o di qualsiasi altra attività, tranne forse la chirurgia. E, guardate un po’, si riesce a riconoscere della tecnica. L’utilizzo di calci non è espressamente vietato ma fortemente disincentivato dal fatto che si considerano i simulatori in mano come armi da taglio, perciò esporre qualsiasi parte del corpo all’azione dell’arma è estremamente rischioso.

Si vedono applicazioni di redonda, macabebe, bolante, de fondo, sonkite, largo mano, elastico, retirada, abierta, abanico, salon. In pratica c’è più Giron in questo video che in tanti video di sparring pubblicati dai suoi discepoli. Come mai? Perché il Maestro Giron ha combattuto, studiato e codificato, non ha inventato. Se fai escrima, e lo fai con cura, non puoi uscire più di tanto dal seminato, le cose sono quelle. Però devi combattere e studiare. E se combatti, se fai dello sparring, è più facile applicare la tecnica studiata. Diventa anche più facile capire quale tecnica è coerente con la tradizione e quale invece è bellamente presa in prestito da altre discipline.

Il campione di pugilato Vitalij Klitschko ha detto: “Qual è la differenza tra gli scacchi e il pugilato? Negli scacchi, nessuno è un esperto, ma tutti giocano. Nel pugilato tutti sono esperti, ma nessuno combatte.” Questa frase a mio modo di vedere di adatta bene anche alle arti marziali in generale. Per questo pugno, ergo sum.

Alla prossima.

*Io faccio il furbo ma nelle FMA con i nomi stiamo messi peggio.

**Ridete, eppure quanti sono stati attratti dal mito di invincibilità diffuso da una famosa organizzazione presente in Italia ma con sede centrale in Germania, con a capo un uomo pelato che organizzava i raduni in un castello e che rappresentava il lignaggio di un Maestro di Hong Kong che si diceva essere l’ultimo discepolo di Yip Man, organizzazione di cui però non farò il nome? Alcuni (pochi) lo sanno, altri hanno dimenticato o fanno finta di dimenticare, molti altri nemmeno immaginano quanti nomi illustri dell’attuale panorama marziale europeo sono passati da la, anche solo per sbirciare. Non c’è niente di male, ma perché toglierlo dal curriculum?

Universalmente universale

“Quando il saggio indica la Luna lo stolto guarda il dito.”

Una delle caratteristiche più reclamizzate del Kali/Arnis/Esc(/k)rima/FMA, nonché una delle più discusse dagli appassionati di altre discipline, è l’universalità dei suoi principi. La teoria dice che utilizzando schemi motori e dinamiche universali, questi si possano adottare con qualsiasi tipologia di arma e scenario. Cito ad esempio un passaggio dal testo “Kali. L’arte del combattimento totale filippino” di Maurizio Maltese:

“Più di qualsiasi altro argomento, la sombrada evidenzia la caratteristica principale del Kali, cioè la capacità di usare lo stesso principio di movimento sia a mano armata (bastone singolo, in coppia, spada e daga, machete ecc.) che a mani nude. Questo dimostra l’eccezionale velocità di apprendimento che la suddetta disciplina offre a chiunque. Non si deve imparare un nuovo movimento se si cambia l’arma o se si prosegue a mani nude, ma semplicemente adottare una serie di principi di movimento universali.”

Questo non è del tutto sbagliato, concedendo però una generosa approssimazione. Approssimazione, in un ambiente come quello delle arti marziali, può rapidamente tradursi in errore. E per quello che dovrebbe essere lo scopo principale delle arti marziali, la sopravvivenza, errore significa game over.

Intanto, principio o tecnica?

Perché se dico che – se non si vuole essere colpiti dall’avversario bisogna mantenersi fuori dal suo raggio di azione – sto ponendo le basi, in maniera facilmente dimostrabile, per illustrare un principio. Da questo si possono derivare una serie di accorgimenti tecnici atti a verificare il suddetto principio, che andranno a comporre un determinato stile di combattimento.

Mi seguite?

Questo principio “della distanza” non tiene conto dello scenario, delle armi utilizzate, del genere sessuale o del peso dei contendenti: è un principio universale. Se rimango fuori dal raggio di azione del mio avversario sono al sicuro, se invece sono dentro rischio di essere colpito!

Quando invece si parla di sombrada ci si riferisce ovviamente a un drill, quindi ad un “ambiente” di lavoro con un costrutto di regole preciso. Nel passo riportato nel libro si fa un riferimento specifico alla possibilità di cambiare arma mantenendo lo stesso “principio di movimento”, in questo caso evidentemente figura ocho. E quest’ultimo sarebbe, secondo l’autore, un principio universale. Il problema è che tutto funziona solo se si agisce nel pieno rispetto delle regole della sombrada e soprattutto se si compie una grande opera di approssimazione, come ad esempio non considerare le caratteristiche intrinseche di ciascuna arma oppure il diverso peso o la diversa forza fisica dei contendenti.

Figura otto è quindi una tecnica (non un principio) fondamentale, il principiante impara a usare entrambe le braccia e a muoverle indipendentemente l’una dall’altra, che si impugni un’arma oppure no. In termini di tempo è sicuramente un notevole risparmio ma in termini di didattica rimane sempre un’approssimazione. Concentrarsi sulle innumerevoli applicazioni che la figura otto offre equivale a guardare il dito invece che la Luna come nel proverbio, e questo significa trascurare aspetti importanti dell’arte marziale.

Ho visto fare hubud col coltello, fare tapi-tapi col machete… con le relative applicazioni di disarmi. Perché tanto sono esercizi, e negli esercizi è possibile tutto. Chiaro che se l’unico limite è la fantasia allora anche il kata della pistola nel combattimento finale di Equilibrium sfrutta un principio universale.

Bisogna mettere un freno alla smania di aggiungere ingredienti alla ricetta tramandata da altri solo perché così sembra più gustosa. Se aggiungo la cipolla alla carbonara per me sarà anche più buona, ma non sarà più una carbonara*. Sarà la “carbonara alla Martialskeptic”. Se faccio hubud col coltello non lo chiamerò più Escrima, ma “Disciplina di combattimento sviluppata dal sottoscritto e vagamente ispirata all’Escrima ed altre discipline affini”. Così, oppure Krav Maga.

Quindi?

Quindi niente. Di “universale” ci fanno anche i copriwater ma non ne ho mai trovato uno che andasse perfettamente bene per il mio cesso. In pratica, bisogna sempre arrivare a un compromesso e cercare di adattare alla situazione quello che è il nostro bagaglio tecnico. Un buon sistema per ritrovare la strada nell’oceano delle interpretazioni personali è questo schemino:

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Questa serie di tre cerchi concentrici disegnati con paint sta a rappresentare le tre aree di studio in cui possiamo suddividere la disciplina dell’Escrima tradizionale. Esse sono appunto:

  • Armi da taglio (coltello, machete, spada, sciabola, lancia, ecc.)
  • Armi contundenti (bastone, spranga, manganello, ecc.)
  • Senz’armi

Queste tre aree di studio sono strettamente legate tra loro e si influenzano a vicenda, ma questa influenza agisce sempre dall’interno verso l’esterno e mai dall’esterno verso l’interno. Questo significa che ciò che è concepito per affrontare una minaccia di bastone può essere adottato anche per le mani nude, ma non per affrontare una lama. Nella pratica, posso allenarmi sulla base del principio che un adeguato condizionamento alle bastonate sia fondamentale e sulla base di questo, una strategia di combattimento valida potrebbe essere quella di essere disposti ad incassare un colpo all’addome per sferrarne uno in una zona più critica al mio avversario. Il famoso Tero Grave di cui sempre meno insegnanti conoscono l’esistenza. Bene, la stessa cosa potrei farla a mani nude ma assolutamente non potrei farla contro un coltello. Il perché è ovvio, ma lo spiego lo stesso: non esiste condizionamento al coltello, con un colpo all’addome si è fuori. Quindi in un esercizio come hubud-lubud, che nasce come ambiente di sviluppo per il bastone, se ci ficco dentro un coltello sto sbagliando alla grande. E sombrada, che nasce come una danza, beh.. è una danza! I principi sono quindi universali quando ancora non si riescono a mettere due passi uno in fila all’altro, perché e comodo così. Maturando poi è necessario evolvere verso una specializzazione che evidenzi le nette differenze che ci sono tra una condizione specifica e l’altra. Combattere con una sciabola è diverso che combattere con una pluma, che è diverso dal combattere con un coltello. E’ importante tenerlo a mente.

Da cosa viene fuori allora questo mito dei principi universali? A mio modesto avviso, le cause principali sono due e strettamente legate:

La prima è che in addestramento si è sempre usato il bastone in rattan come simulacro di una lama, sono poche le scuole di Escrima che hanno sviluppato una “stick boxing” specifica. Dal momento che il bastone rappresenta una lama che però non taglia e non spaventa come una vera lama, nel corso delle generazioni ecco la confusione.

La seconda è fisiologica dei tempi in cui viviamo, tempi in cui possiamo concederci il lusso di praticare le arti marziali anche solo per diletto e non necessariamente per sopravvivenza. Immaginiamoci i tempi più “selvaggi” in cui i poveri allievi che riponevano la fiducia in un maestro cialtrone venivano regolarmente passati per le armi da nemici meglio addestrati, in una variante della famosa “selezione naturale”. L’assenza di un banco di prova rende tutto potenzialmente valido e a causa di questo sempre più gente si improvvisa Istruttore, quando non addirittura Maestro o Grand Master. So di un cialtrone che ha pure fondato uno stile di Kali e che forma istruttori, le cui competenze sono maturate grazie a una palestra che si chiama YouTube e che insegna a distanza attraverso video-lezioni su skype! Questa gente aggiunge, toglie, interpreta, giudica materiale di uno stile senza avere la formazione giusta ne l’esperienza necessaria per poter valutare il perché o il percome di un esercizio o di un concetto. E sta a galla solo grazie al marketing.

Per migliorare la situazione non auspico certamente un ritorno alla guerra, ma almeno affidarsi un po’ di più alla tradizione e al buon senso non farebbe male. Sperando con questo di aver attirato più simpatie che antipatie auguro a tutti una buona ripresa delle attività sportive! E se non siete d’accordo potete sempre manifestarlo attraverso i commenti… Maraming salamat!

* assolutamente non aggiungerei mai la cipolla alla carbonara, che mi piace così com’è.

Esperienza di parquet

Su facebook sta girando un video di 5 minuti i cui protagonisti, presentati come detenuti di una prigione in Paraguay, si scambiano coltellate di fronte a un pubblico attento.  Non ve lo linko perché su youtube non l’ho trovato, se però siete degli appassionati sono certo che o lo avete già visto oppure non ci metterete molto a trovarlo.

Mi è venuta voglia di scriverne dopo aver letto prima i commenti seguiti alla pubblicazione originale e poi le discussioni generate su gruppi facebook di “addetti ai lavori”. Sui primi non vale la pena soffermarsi più di tanto, in quanto certe spavalderie e manifestazioni di noia tradiscono aspettative che appartengono più ad appassionati di cinema che non a cultori di arti marziali. Qualche perplessità invece mi giunge leggendo le considerazioni degli “esperti”.

Ci si meraviglia di quante occasioni per colpire il volto non vengano sfruttate, di come la posizione delle gambe adottata non favorisca l’affondo, di come quest’ultimo non venga mai tentato, di come sarebbe stato possibile inserire in quella occasione questa tecnica del repertorio della scuola X, di come probabilmente bloccati dalla paura non tentino una manovra base nella scuola Y, ecc…

Leggendo commenti del genere mi viene da pensare che i suddetti esperti non abbiano ben chiaro il concetto di duello rituale o, peggio, che lo confondano con quelli messi in scena al cinema. In un duello rituale lo scopo non è necessariamente quello di uccidere l’avversario, ma dimostrare il proprio valore attraverso il coraggio e l’abilità tecnica, in un contesto dotato di “regole” ben precise. Dimostrare di avere i cojones.

Mi era già successo di leggere commenti simili in gruppi di esperti. Ricordo molto bene un video in cui due ragazzi combattevano con il coltello tenuto a rompighiaccio nella mano destra e uno straccio avvolto sulla mano sinistra, con il “maestro” di turno che faceva notare come questa impugnatura non era di certo la più adatta per il tipo di combattimento in corso e si chiedeva come mai nessuno dei due contendenti la cambiasse. Già, chissà come mai.

Sarebbe come analizzare un video di Mensur criticando il gioco di gambe dei duellanti e dicendo che l’azione migliore consisterebbe nell’evitare l’attacco avversario, per esempio con un passo in allungo, e infilare l’ascella scoperta sperando di recidere la succlavia.

Goya - Duello Rusticano

Tutto questo porta alla luce due aspetti.

Innanzitutto c’è molta leggerezza e superficialità nell’analizzare questi scenari. Centinaia di ore passate su parquet o tatami con un simulatore di coltello in mano non garantiscono l’assoluta comprensione di tutto quello che riguarda quest’arma, non conta esclusivamente la quantità ma anche la qualità. Per fortuna sono abbastanza furbo da non farmi tentare da false certezze che possono derivare da successi in ambito accademico e sportivo, pensare di saperla lunga ci porta a ricondurre tutto alla nostra esperienza dimenticando che, come ho scritto sopra, tutto va assolutamente contestualizzato. Bisogna essere seguiti in questo percorso, si impara il mestiere stando accanto a chi lo sa fare – non ci sono cazzi – ci vuole un maestro, e spesso non ne basta uno solo. So che è complicato modificare la mentalità di chi pensa di essere già un maestro, per questo mi rivolgo soprattutto a quelli che, leggendomi, sono ancora in fase di “addestramento” e vogliono farsi un’idea di quello che hanno davanti: le considerazioni tecnico/stilistiche vengono sempre dopo quelle ambientali.

Il secondo aspetto deriva direttamente da quanto appena messo in luce, cioè il rapporto tra arti marziali e difesa personale. Se già all’interno di quelle che sono aree di studio attigue, ovvero il maneggio del coltello e lo studio dei duelli con quest’ultimo, tutto è trattato con estrema superficialità e leggerezza, mi chiedo cosa possa accadere quando questi provano a ribaltare il tutto sullo studio della difesa personale. Retorica, in realtà un’idea di massima con gli anni io me la sono fatta.

Si da credito all’esperto in duelli rusticani, quando questa non è una condizione sufficiente per saperne di difesa personale. Si da credito al milite reduce dal fronte, quando nemmeno questa è una condizione sufficiente per insegnare ai civili la difesa personale. L’argomento è complesso e richiede una specializzazione a sé, subentrano tematiche che poco o nulla hanno a che fare con le esperienze sopra esposte. Certamente ci sono validi insegnanti con questi background che hanno approfondito l’argomento e che sono in grado di insegnare degnamente la difesa personale, ma non è facile identificarli nel panorama marziale attuale. Io comunque preferirò sempre chi prova a farmi nascere un dubbio a quelli che invece propongono certezze.

Raggiungere gli obiettivi

Quale sarà il soggetto più fotografato al mondo? Il tramonto? Forse la torre di Pisa, o il Colosseo? Magari la Gioconda! Io ho un’ipotesi, un nome e un cognome: Dan Inosanto. Per me Inosanto, con la fronte segnata dagli anni, il sorriso accennato, una mano poggiata sull’anca e l’altra sulla spalla del tizio che gli ha chiesto di fare la foto è il soggetto più immortalato della storia. La rituale foto di fine stage col Guru testimonia la grandezza di chi la esibisce, ed essendo ormai un po’ avanti con gli anni è bene che ci si affretti a scattarla, prima che il mondo si divida in due categorie: quelli che hanno la foto con Inosanto e quelli che NON hanno la foto con Inosanto.

Il fenomeno della foto-ricordo naturalmente non riguarda soltanto Inosanto, la cosa oramai è talmente diffusa che per molti la foto col maestro fa curriculum. Un ragazzo con cui ho frequentato un corso una volta mi disse, riguardo al fatto che non fosse più allievo di un tale maestro: “tanto alla fine la foto col maestro l’ho già fatta, mi dovessero dire qualcosa ho la foto che testimonia che io ero suo allievo”. 

L’esperienza nel nostro ambiente non si dimostra più sul campo ma in bacheca. Questo purtroppo genera le situazioni spiacevoli a cui siamo abituati ad assistere nel nostro paese, quando si parla di arti marziali del sud-est asiatico.

C’è chi si è fatto immortalare con un maestro nel suo paese di origine e poi è tornato in Italia raccontando di essere rappresentante diretto per lo stile del suddetto maestro e, nonostante nella vita avesse fatto tutt’altro, ha cominciato ad insegnare arti marziali e a rilasciare diplomi e certificati.

Qualche altro “furbetto” ha fatto uso di gente comune, preferibilmente immortalata in loco, presentandola come Gran Maestro del Sistema Segreto Sconosciuto & Dimenticato.

Istruzioni per l’uso:

– Recarsi in Paese Esotico*
– Fermare un vecchio per strada
– Se il vecchio ha un bastone da passeggio è meglio
– Scattare foto
– Inventare nome per il vecchio**
– Diffondere il suo stile in Italia

* esempi possono essere le Filippine, l’Indonesia o l’isola di Okinawa.
** se filippino va bene Manolo Villaflora, se indonesiano Cecat Ken, se giapponese Misuda Ylkazo.

 

Oh, c’è gente che ha fatto così davvero.

Io mi chiedo, ma se uno mi racconta di sapere suonare bene il piano, vorrò sentirlo suonare dal vivo prima di decidere di prendere lezioni da lui e magari di spendere un sacco di soldi o no? Non mi accontenterò di vedere la sua foto in compagnia di Stefano Bollani. Vero, non è esattamente la stessa cosa, ma con quale criterio si decide di affidarsi ad un istruttore e quindi investire tempo e soldi? Il discorso non riguarda coloro che scelgono semplicemente di fare un po’ di fitness, di passare il tempo in compagnia o di imparare un’arte marziale col solo scopo di imparare un’arte marziale. Riguarda quelli che si allenano per imparare a difendersi sul serio, oppure quelli che si allenano per salvarsi la vita di fronte a un coltello. Riguarda quelli che affidano l’addestramento di un reparto di Polizia a un istruttore che magari ha imparato su youtube ma che si è fatto un nome grazie a un successo commerciale basato su una serie di bugie e di ambiguità.

Nel percorso marziale di ognuno di noi gli obiettivi da raggiungere sono diversi, ma nessuno di questi passa da quello di una fotocamera, perché nel momento della verità non sarà certo una foto a salvarci il culo.

Il Mercato Marziale /3

Terza raccolta delle proposte marziali presenti su YouTube.

7 – Corsi di Scherma Medievale a Bari

Non mi intendo di scherma medievale, ma non credo che basti indossare una tunica e saper tirare quattro fendenti per insegnarla. Leggendo sul sito del “Maestro” in questione oltretutto si evince che non ha un attestato che lo abiliti all’insegnamento di tale disciplina. Chiaro, non vuol dire niente, però a occhio mi sembrano cose fatte un po’ per gioco.

 

8 – MMA Surge – Defending Against a Knife Attack

HAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHA!!!! FANTASTICO!!

Già la scenetta di apertura strappa un sorriso, ma al minuto 1 arriva il meglio:

Chi ha un coltello ha una sola arma, io ho le mani, i gomiti, le ginocchia, i piedi..” – LOL

Un cialtrone di prima categoria che non si rende conto di quanto è pericoloso il video che ha pubblicato. Un ragazzino che si trovasse in una situazione di aggressione armata potrebbe decidere di tentare di applicare una delle tecniche viste nel video invece di usare il buon senso e fuggire. E qui mi passa la voglia di ridere.

Ho avuto anche lo stomaco per guardare altri suoi video, ci vuole coraggio per andare su youtube con del materiale del genere. Ho letto nei commenti un ironico “Quand’è che torni a fare MMA? Hai uno score di 9-12 da migliorare!” che ti fa capire perché ora si dedichi a video di questo tipo.

 

9 – Stick Fighting Part 2 Systema Russian Martial Art

Per la serie “perché allenarsi tanto se basta muoversi come un ubriaco”?

Migliaia di bastonate contro un copertone duro come la pietra, ore di sparring, tecniche ripetute alla nausea, calli alle mani… tutto tempo perso! Te lo dimostra il russo in mimetica e mocassini con l’aiuto del partner-pupazzo che lo asseconda in ogni movimento (tranne quando il grandmaster sbaglia e lo ciapa sulle pelotas – quello era autentico). Ed è pieno di gente che ci crede!

Va bene, sono solo esibizioni-drill-esercizi-passatempi, ma di cosa stiamo parlando? Cosa c’entra questo con lo stickfighting? Boooooh.

Tuono

I was caught

In the middle of a railroad track

I looked round And I knew there was no turning back

La fiamma si è accesa pochi anni fa, quasi per caso. Prima era solo una scazzottata, una rissa tra due animali che a forza di sbracciare a volte finivano al tappeto. Jab, cross, hook e uppercut, dove sta la difficoltà? La gente paga per vedere ‘sta roba?

My mind raced

And I thought what could I do 

And I knew There was no help, no help from you

Poi un giorno il corso di Arti Marziali che frequentavo morì e rimasi senza niente da fare. Nella stanza accanto si prendevano a pugni, e qualche volta anche a calci. Provare non mi costava niente e i ragazzi ormai li conoscevo tutti. Vabbè, buttiamoci…

Sound of the drums

Beatin’ in my heart

The thunder of guns

Tore me apart

You’ve been – thunderstruck!

Fu un colpo di fulmine, rimasi sbalordito. Tutti i video che avevo guardato prima, tutti i match e tutti i campioni che avevo sentito nominare divennero cose dell’altro mondo. Eroi epici coperti di sangue e sudore che riuscivano in quello che io nemmeno potevo immaginare. Li conservo ancora i miei primi guantoni. I pugili, quelli veri, storceranno il naso a leggere che non sono nemmeno messi tanto male, è che dovetti comprare un paio di guantoni nuovi perché quelli da 10 once non andavano bene per tirare. Poi un bel momento tornai a fare il mio, il pugilato divenne l’appuntamento per fare sparring un paio di volte la settimana, come l’amante che incontri occasionalmente solo per farci l’amore.

Tra i miei miti della boxe, e vi assicuro che ce ne sono tanti, ce ne sta uno che ha il posto d’onore. Uno che ogni volta che lo vedo, anche se in un match già visto un milione di volte, mi fa battere il cuore. Ogni volta scopro un dettaglio nuovo che mi smuove qualcosa che non so spiegare. Chi se ne intende sa già a chi mi riferisco, lo ha già capito dalle prime due righe. Lo dico tranquillamente che non è tra i più bravi di sempre, e credo che nessuno si straccerà le vesti nel leggerlo. Ma quando lo vedo combattere sudo insieme a lui, soffro insieme a lui, urlo, mi agito e mi emoziono. Non perché è italiano come me. Non perché è umano come me. Non perché commette errori e questo lo avvicina a me.

Perché ci ha sempre messo l’anima. Perché quando ha combattuto, chiunque abbia affrontato, non si è mai tirato indietro e si è sempre speso al massimo.  Perché è uno che non ha mai girato la testa. Perché sul quadrato è come vorrei essere io: forte, coraggioso, intelligente, pericoloso.

L’11 luglio di cinque anni fa Thunder si è dovuto arrendere, colpito nell’unico modo che un pugile non si aspetta: alle spalle. Io non lo conoscevo ancora, muovevo i primi passi su un sentiero che mi avrebbe portato ad amare la sua arte, ad amare il nostro sport, ad amare lui e tutti quegli uomini e quelle donne che fanno grande il pugilato.

Grazie Arturo, quello che hai fatto ti ha reso immortale.

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