Difesa Personale

Con il coltello in tasca

Scrivo questo articolo per avere un riferimento rapido da mandare come risposta quando qualcuno afferma che in Italia si può andare in giro con un coltello in tasca purché la lama non ecceda la lunghezza di 4 dita.

Risposta breve: cazzate.

Risposta lunga: vediamo perché.

Intanto un elemento dovrebbe farci quanto meno suonare un campanello d’allarme: “le dita” non sono un’unità di misura che si possa portare in tribunale, una misura spannometrica che dovrebbe farci sentire già odore di bufala.

Alcune versioni infatti parlano di 4 cm di lunghezza, e già di questo se ne può parlare. Intanto da dove verrebbe questo limite? Se ne trova riscontro nell’articolo 80 del Regolamento per  l’esecuzione del T.U.L.P.S. (Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza) del 6 maggio 1940:

“Sono fra gli strumenti da punta e da taglio atti ad offendere, che non possono portarsi senza giustificato motivo a norma dell’art. 42 della Legge:

i coltelli e le forbici con lama eccedente in lunghezza i quattro centimetri; le roncole, i ronchetti, i rasoi, i punteruoli, le lesine, le scuri, i potaioli, le falci, i falcetti, gli scalpelli, i compassi, i chiodi e, in genere, gli strumenti da punta e da taglio indicati nel secondo comma dell’art. 45 del presente regolamento.

Non sono, tuttavia, da comprendersi fra detti strumenti:

a) i coltelli acuminati o con apice tagliente, la cui lama, pur eccedendo i quattro centimetri di lunghezza, non superi i centimetri sei, purché il manico non ecceda in lunghezza centimetri otto e, in spessore, millimetri nove per una sola lama e millimetri tre in più per ogni lama affiancata;

b) i coltelli e le forbici non acuminati o con apice non tagliente, la cui lama, pur eccedendo i quattro centimetri, non superi i dieci centimetri di lunghezza.”

Peccato che su tale legge, varata con Regio Decreto n. 635 nel 6 maggio 1940, prevalga la più recente legge 110/75 del 18 aprile 1975 il cui articolo 4 recita:

“Porto di armi od oggetti atti ad offendere.
Salve le autorizzazioni previste dal terzo comma dell’articolo 42 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza 18 giugno 1931, n. 773, e successive modificazioni, non possono essere portati, fuori della propria abitazione o delle appartenenze di essa, armi, mazze ferrate o bastoni ferrati, sfollagente, noccoliere, storditori elettrici e altri apparecchi analoghi in grado di erogare una elettrocuzione (1).
Senza giustificato motivo, non possono portarsi, fuori della propria abitazione o delle. appartenenze di essa, bastoni muniti di puntale acuminato, strumenti da punta o da taglio atti ad offendere, mazze, tubi, catene, fionde, bulloni, sfere metalliche, nonché qualsiasi altro strumento non considerato espressamente come arma da punta o da taglio, chiaramente utilizzabile, per le circostanze di tempo e di luogo, per l’offesa alla persona, gli strumenti di cui all’articolo 5, quarto comma, nonché i puntatori laser o oggetti con funzioni di puntatori laser, di classe pari o superiore a 3b, secondo le norme CEI EN 60825-1, CEI EN 60825-1/A11, CEI EN 60825-4 (1) […]”

Si legge abbastanza chiaramente come ciò che fa differenza non è più la lunghezza della lama ma il motivo per cui abbiamo questa lama al di fuori della nostra abitazione.

Posso quindi avere la giustificazione per portare come me un coltello tattico mentre faccio un’escursione in mezzo ai boschi mentre in metropolitana non potrò avere in tasca nemmeno il coltellino svizzero.

Detto questo, è importante tenere presenti due cose:

  1. Adesso non è che le dimensioni non contino più. Starà sempre alla valutazione dell’operatore che ci troverà il coltello addosso (o in macchina) se tale strumento ha le caratteristiche per poter essere utilizzato nel modo in cui noi stiamo giustificandone il porto. Non potremo insomma giustificare la presenza di un machete nell’abitacolo con la nostra frequenza al corso di intaglio su legno.
  2. C’è una differenza tra un coltello ed un pugnale. Mentre un coltello è definito dalla legge arma impropria, un pugnale invece è arma propria (art. 45 del T.U.L.P.S.) ed il suo porto è sempre vietato, tranne nei casi in cui questo sia concesso come arma d’ordinanza al pari delle pistole alla pubblica sicurezza. E’ importante saperlo perché mentre per avere un coltello in tasca senza giustificato motivo si rischia un arresto da 6 mesi a 2 anni e multa da 1’000 a 10’000 euro, per un porto abusivo di arma c’è l’arresto tra i 18 mesi e i 3 anni.
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Running Amok

***DISCLAIMER***
Con il presente articolo non intendo proporre un’analisi socio-politica su ISIS ne sull’opportunità di armare la popolazione. Nemmeno aspettatevi di trovare consigli su quali tecniche impiegare in una situazione del genere: sarebbe come riflettere sullo stile di nuoto che meglio si adatta all’Atlantico mentre il Titanic inizia ad affondare.

london bridge

Le recenti tragedie hanno insegnato una cosa orribile ai cittadini europei: per fare terrorismo non servono necessariamente aeroplani, autobombe, piani complessi. Bastano un furgone, un paio di coltelli e chiaramente alcuni pazzi.

Come quelli che nell’Escrima chiamiamo “huramentado“, termine che deriva dallo spagnolo “juramentado” coniato nel 1876 dal Governatore Generale delle Filippine José Malcampo per indicare gli individui di etnia Moro provenienti da Mindanao che si rendevano protagonisti di attentati suicidi all’arma bianca.

Suicidi, si. Perché questi attentatori, come quelli di allora, non agiscono con un obiettivo preciso. Drammaticamente intendono andare avanti a ferire innocenti finché qualcuno non li abbatte.

E’ necessario prepararsi a questo scenario, gli attacchi si fanno sempre più frequenti ed è legittimo pensare che il trend prosegua in questo modo. E’ probabile che le nostre abitudini cambieranno e che qualche decreto di sicurezza verrà pensato, intanto è bene prepararsi. E allora cosa fare?

In casi come questi è importante ricordarsi che, di fronte ad una minaccia di coltello, le linee guida da tenere sono sempre:

1 – Scappa! Nascondersi sotto un tavolo o sdraiarsi per terra in questi casi non sono soluzioni consigliate.

2 – Tira oggetti. Un bicchiere, un posacenere, una cassetta di legno (come è successo a questo fornaio romeno a Londra) possono far guadagnare tempo e permetterti di fuggire.

3 – Armati di oggetti rinvenuti sul posto e usali a tuo vantaggio. Una sedia, uno zaino, un tavolino, l’ombrellone fuori da un locale sono tutti oggetti che possono essere usati per creare spazio tra te e l’aggressore, oppure per combattere.

4 – Combatti per uccidere. Non cercare disarmi da arti marziali o forme di immobilizzazione, devi abbattere l’aggressore e guadagnare la fuga.

Il cervello che rimbalza

Ho sentito spesso dire che a causare il famoso KO pugilistico tanto temuto anche in ambito difesa personale sia il fatto che per via di un violento colpo alla testa (un pugno per esempio) il cervello sobbalzi provocando un trauma al nostro sistema nervoso, mandandoci al tappeto. Mentre è vero che il cervello possa andare incontro in alcuni casi a compressioni, questo è molto difficile che avvenga solo attraverso un pugno: è infatti un trauma più frequente negli incidenti automobilistici, o che comunque riguardano i mezzi di trasporto, e nelle cadute. Si parla infatti di trauma cranico quando si ha una lesione del cervello che può essere lieve, moderata o grave. Ho detto difficile, non impossibile eh! Sta di fatto che raramente quando si va al tappeto questo succeda a causa di un trauma cranico. A cosa è dovuto allora nella maggior parte dei casi?

trigemino

crediti: Anatomia del Gray

Il più delle volte il responsabile è il nervo trigemino, chiamato così perché si divide in 3 rami principali: il ramo oftalmico, il ramo mascellare e il ramo mandibolare. E’ infatti la compressione di uno di questi nervi a causare quella sorta di blackout temporaneo e a indurci in uno stato che può variare dal lieve disorientamento allo svenimento. Ricordo bene che durante un match mi spensi per un istante a causa di un diretto ricevuto sulla fronte e credo che chiunque abbia fatto sport da combattimento abbia provato questa esperienza, quasi come se si rimanesse fulminati sul posto. Merita un cenno anche il trauma al timpano che può essere causato da un colpo o da un intenso rumore e che provoca forte dolore e vertigini: pur non trattandosi di un KO come quello menzionato prima la sostanza poi è quella.

Perché è importante saperlo?

Conoscere questi dettagli di anatomia ci può essere utile nella difesa personale perché la semplicità è l’essenza di una autodifesa efficace e sapere cosa proteggere ci aiuta appunto a semplificare. Rendersi conto che non esista una struttura che ci garantisca la copertura completa da ogni colpo sferratoci in una aggressione ci porta a valutare quali siano i punti più importanti da salvaguardare tenendo conto del relativo rischio.

L’esposizione del ramo oftalmico così come quella del ramo mandibolare e la relativa facilità di causarne la compressione e conseguente shock ci deve far pensare ad una struttura difensiva che ne garantisca la copertura, a discapito di altre aree “sacrificabili”, certamente non piacevoli ma la cui percussione non causi un immediato KO. Stesso discorso per la salvaguardia dei timpani.

Difendere tutto è quasi impossibile, meglio concentrarsi sulle cose importanti.

Krav Maga si Krav Maga no

Sento il bisogno di scrivere questo articolo dal momento che analizzando i dati di navigazione del blog sono molti i referral e le parole chiave che provengono dal mondo del Systema russo e del Krav Maga. Il Krav Maga è anche uno dei principali temi trattati in diversi scambi di commenti che ho avuto con un cordiale lettore ed è soprattutto stato il focus della domanda “ma perché ce l’hai tanto con il Krav Maga?” che mi è stata posta con sincera curiosità dal vivo durante un recente open day.

Mentre il Systema russo dei movimenti da ubriaco e del no-contact fight di cui potete leggere qui per me rimanga sostanzialmente cacca, non sono così negativo sul Krav Maga, anzi. Quelle che seguono sono opinioni che emergono dalla mia esperienza, certamente non troppo approfondita ma nemmeno così superficiale come mi si potrebbe obiettare, e che per forza di cose tengono conto di quello che riscontro nel praticante medio di Krav Maga, considerato che certamente ci sono notevoli eccezioni sia in positivo che in negativo come in tutte le discipline e settori.

krav-maga-logo

Comincio dal dire che l’enorme frammentazione in quelle che si fanno chiamare “federazioni” ma che in realtà non sono altro che semplici associazioni sportive dilettantistiche (A.S.D.) crei grossa confusione su quello che è Krav Maga (di seguito KM) e quello che non lo è. Se il KM si limiti a ciò che il Maestro Lichtenfeld e alcuni suoi allievi codificarono, se invece bisogna partire da quello ed evolversi mettendo dentro altra roba mantenendone i principi* o se invece ancora basti praticare alcune discipline tradizionali (vedi Kali Escrima o Jiu Jitsu) eliminando le componenti “folkloristiche” filtrando le tecniche che non si adattano ai giorni nostri e allenandosi in pantaloni mimetici non è dato saperlo. Quello che invece percepisco è un business che alcune “scuole” sfruttano proponendo i famigerati corsi di formazione per istruttori in un fine settimana. In pratica vendono diplomini che valgono meno della carta su cui sono stampati a individui che nella migliore delle ipotesi lo metteranno in un cassetto e che invece nella peggiore useranno per tenere un corso in palestra, anche se ciò non è propriamente corretto in termini legali**.

La tendenza del momento, per quanto ho osservato, è quella di prendere le distanze da certe realtà cambiando il nome della scuola come in Combat KM, Commando KM, Real KM, Tactical KM, Urban KM, ecc… o addirittura eliminare KM dal nome, mantenendone altri elementi distintivi come il legame al mondo militare, i principi e alcuni drill. Mi capita spesso di pensare di trovarmi di fronte a del KM e poi scoprire che no, è “Combatives” o”Urban Survive” – ammetto la mia superficialità. A mio avviso hanno ottimi motivi entrambe le scuole di pensiero anche se condivido più il movimento del cambiamogli nome visto che alla fine il programma può diventare estremamente personalizzato da ricordare vagamente il KM di partenza. Oltre alle motivazioni etiche appena spiegate un altro motivo è certamente che il “marchio” KM stia perdendo appeal, un po’ per i cialtroni da weekend di cui sopra e un po’ perché sembra che ormai abbia saturato il mercato e si sa, per vendere bisogna differenziarsi in qualche aspetto.

Tutte queste però non sono responsabilità imputabili al KM, vittima di un mercato senza regole e di personaggi più furbi che onesti.

Cosa mi piace del Krav Maga

Sono molti i punti che apprezzo nel metodo KM e lo dico da subito, non sono esclusiva di questa arte marziale ops, chiedo scusa… volevo dire “sistema di combattimento” 🙂

diversoda

Per prima cosa apprezzo l’importanza data alla specializzazione: un coltello è diverso da un bastone, che è diverso da un palmstick che è diverso da un OC spray. Ogni strumento ha almeno una caratteristica fondamentale che lo differenzia dagli altri e non sempre si può improvvisare. Il kravmago lo sa e si allena per maneggiarli al meglio, magari partecipando a seminari tematici. Provate a dirlo ad un praticante di Kali medio, vi dirà che è tutto uguale, tutto universale. Stesso discorso per i vari scenari, non è pensabile ignorare ambienti poco illuminati o spazi stretti come anche stati psicofisici alterati se ci si vuole allenare per la difesa personale.

Altra caratteristica che mi piace è che il KM non si fa problemi a “rubare” da altre discipline, che sia una tecnica, una postura o un metodo di allenamento – non importa – se la cosa è valida allora il kravmago la ingloba. Chiaramente andrà adattata e qui c’è chi lo fa bene e chi lo fa male ma la cosa importante è non fossilizzarsi nei propri dogmi, la difesa personale non deve avere tradizioni ma solo ricerca e sperimentazione.

Ultima cosa che apprezzo, i gradi di anzianità non sono presi in considerazione per valutare la preparazione di un atleta, lo sono l’esperienza e le skill acquisite. Questo può sembrare un dettaglio di poco conto ma assume subito importanza quando uno si deve preparare per la difesa personale invece che per l’esame di cintura. Ciò che fa la differenza è quello che sai fare e come lo sai fare, non da quanto tempo lo fai.

Chissà se in futuro mi verrà in mente altro? Forse i miei milioni di lettori potranno aiutarmi fornendomi spunti nei commenti!

 

* non ricorda anche a voi la diatriba sul Jeet Kune Do?

** affinché un attestato sia valido per tenere un corso esso deve essere rilasciato da un ente di promozione sportiva riconosciuto dal CONI, la qualifica deve essere inquadrata in settore e disciplina anch’essi riconosciuti e deve contenere un numero univoco che identifica l’istruttore all’interno del registro. Diversamente l’attestato diventa un pezzo di carta da culo agli occhi del comitato olimpico.

Il dumog della discordia

Dumog è uno dei termini delle arti marziali filippine (FMA) che causano maggiori derive. La parola non so da dove origini, ma la troviamo accettata sia in cebuano che in tagalog e significa “lotta”, al pari di “buno“. Molti infatti considerano i termini equivalenti, quando invece nelle Filippine (almeno nella parte più “occidentalizzata”) sembrano avere un’accezione diversa, riferendosi con dumog al generico “fare a botte” mentre con buno ci si riferisce alla lotta vera e propria (come il grappling, per essere più chiari).

Nelle FMA con dumog pare ci si riferisca piuttosto ad una specie di judo/bjj “made in the Philippines”, quando invece non ha nulla a che vedere con tutto ciò.

Le origini del “mito”

Il perché è ovvio: siamo agli inizi degli anni ’90 e i fenomeni Vale Tudo prima e UFC poi fanno “scoprire” al mondo l’importanza della lotta nei combattimenti sportivi. Questo, oltre ad alimentare le chiacchiere da bar tra marzialisti (che durano tutt’ora), presentò un problema di marketing alle discipline del momento: il JKD, il Wing Tsun e il Kali.

Per il JKD ci si ricordò che Bruce Lee ebbe modo di studiare la lotta: Jesse Glover era prima di tutto un judoka, poi ci sono quegli appunti presenti nel Tao of Jeet Kune Do, poi in quel film fa quella sottomissione, e poi è più una filosofia che un’arte codificata e va lì va là il praticante di JKD diventa abile e arruolato per la lotta.

Nel Wing Tsun cominciarono a tenersi seminari sul combattimento a terra, perché l’uomo del Wing Tsun non cade mai – però se dovesse capitare…

Per il Kali invece diventò tutto “dumog”, noi la lotta ce l’avevamo già in casa. Ma come, abbiamo allenato altro fino a ieri? E vabbè, ora ci rotoliamo per terra, quindi via a proiezioni e relative concatenazioni di sottomissioni, belle ed anche efficaci che però non fanno parte del bagaglio culturale del Kali.

Allora cos’è il dumog?

Il Kali (o Arnis o Escrima) è un’arte guerriera, nasce per uccidere i propri nemici con ogni mezzo e sopravvivere. Questo vuol dire che se il mio aggressore ha un coltello in tasca devo aspettarmi che lo tiri fuori, se ha uno o più compagni pronti ad aiutarlo alla bisogna questi interverranno. Pensare sul serio che su un campo di battaglia ci si metta a lottare per terra in cerca di una sottomissione è da folli.

Il dumog è in realtà quella fase del combattimento che nella Muay Thai, per capirci, corrisponde al clinch, senza però le rigide restrizioni sportive di quest’ultimo. Sono manovre che servono a farci guadagnare vantaggi importanti, come sbilanciamenti per poter piazzare colpi risolutori, provocare rotture articolari per mezzo di trankada, portare il nostro avversario a sbattere la faccia contro un muro e poi fuggire, ecc…

Mettersi a lottare uno contro uno in un contesto di sopravvivenza non è quasi mai la soluzione migliore per i motivi visti sopra, per questo il dumog deve durare il meno possibile e risolversi nella maniera più rapida in un vantaggio.

E se cado a terra?

Farai meglio a cadere sopra il tuo avversario facendogli più male che puoi e comunque dovrai rialzarti nel più breve tempo possibile.

A scanso di equivoci, non sono uno di quelli a sostenere che la lotta a terra sia inutile, tutt’altro. Un marzialista come si deve ha nel proprio bagaglio tecnico almeno l’ABC della lotta, che è divertente, fa bene alla mente e al corpo, ti insegna molto su te stesso e comunque non si sa mai. Però non è dumog, diamo a Cesare quel che è di Cesare. Il dumog corrisponde ad una situazione, ad una “distanza”, in cui è certamente possibile lottare ma in cui noi dobbiamo colpire, il kali è un’arte di striking e non di grappling.

Marketing a parte, non esiste un’arte marziale che copra tutte le possibilità a 360° e considero importante tenere separate quelle che sono le origini di ciò che si impara e che un giorno si potrà insegnare, come forma di rispetto. La tecnica è un dono prezioso che ci viene fatto dai Maestri, sta a noi coltivarla e interpretarla senza però banalizzarla buttandola nel mucchio. Se no diventa tutto Kali, tutto JKD o tutto Krav Maga. Non abbiate paura di scoprire carenze tecniche in quello che praticate e non esitate a colmarle studiandole con gli esperti di altre discipline, le arti marziali non sono una religione dogmatica ma un percorso che dura tutta una vita.

Pugno, ergo sum

“E’ tutto troppo rituale, tutti quegli inchini, tutte quelle posture. Quel genere di autodifesa orientale è come nuotare sulla terraferma. Puoi anche imparare tutti gli stili del nuoto, ma se non scendi mai in acqua, che senso ha? Questi ragazzi non combattono mai.”Bruce Lee

In alcuni sistemi si delega l’apprendimento dei fondamentali del combattimento come timing, bilanciamento e focusing alle forme precostituite, che spesso vengono definite come “tradizionali” solo perché qualcuno – 20, 50 o 100 anni fa – le ha codificate. Uso il termine “sistemi” in vece di “arti marziali” perché non intendo fare di tutta l’erba un fascio, essendoci anche notevoli eccezioni all’interno della stessa disciplina.

L’utilizzo di forme mette l’allievo in condizione di forte inferiorità e dipendenza dal suo Maestro, essendo difatti impossibile dimostrare in maniera incontrovertibile di eseguirle correttamente. Oltretutto procedendo per imitazione di imitazioni è inevitabile una perdita di informazioni che porterà, generazione dopo generazione, allo stravolgimento della forma stessa. E’ innegabile che questo strumento offra ad un eventuale Maestro disonesto l’opportunità di legare a sé l’allievo oltre il necessario. Dal punto di vista dell’allievo, il ricorso alle forme porta più svantaggi che vantaggi. Chiaramente il discorso vale esclusivamente per quei sistemi che si reclamizzano come fabbriche di macchine da guerra ma che fanno uso esclusivo di forme e/o sparring drill, che sarebbero gli esercizi in cui un partner si presta a portare attacchi codificati mentre l’altro applica una tecnica, senza combattere mai o quasi. La mancanza di preparazione al confronto libero fa in modo che quando questo capiti non ci sia assolutamente sfoggio delle tecniche studiate in palestra.

Trovo che sia uno dei motivi per cui l’atleta medio di sport da combattimento è molto più avanti rispetto al praticante medio di arti marziali.

Hai per caso detto…

… Wing Chun? Oppure Wing Tsun, Ving Tsun, Wing Tjun, e tutti i modi in cui è stata diffusa commercialmente quest’arte marziale? Per non fare torto a nessuno mi ci riferirò con l’acronimo di WC* – dai che sto scherzando! Da ragazzino ero così attratto da questo mito dell’intoccabilità, dell’invincibilità dei maestri di wing chun, che cominciai anche a frequentare un corso. Curioso come sono volevo capirne la logica, scoprire qual era il segreto di questa invulnerabilità, anche perché io – che quando andavo a fare i guanti con gente di altre discipline prendevo regolarmente schiaffi – proprio non ci arrivavo. Davo sempre la colpa alla mia preparazione ancora scarsa, poi al fatto che forse potevo essere proprio negato per quella disciplina e probabilmente entrambe le spiegazioni erano corrette, tant’è che abbandonai il corso in meno di due anni. La grande verità però mi fu chiara anni dopo: i Grandi Maestri sono intoccabili e invincibili semplicemente perché non combattono.

Maa vaaaaa?**

Riporto le parole che Sifu Wong Shun Leung disse quando un intervistatore, parlando dei colpi del Wing Chun, gli chiese cosa pensasse a proposito del “Chi”:

I don´t know anything about the Chi. That´s as honest as I can be. If someone practices any Martial Art, then that person must become stronger and more durable than someone who hasn´t practiced. So if you are punched you are able to take a lot more punishment than a normal person. I have been hit many times, as have all of the great Martial Artists that I know of. So we are not supermen, but we can take a lot more . Any Martial Artist who says that he doesn´t get hit is lying to himself! – Wong Shun Leung

“Qualsiasi Artista Marziale che sostiene di non poter essere colpito sta mentendo a sè stesso.” Detto da un maestro di wing chun? Allora forse non è il wing chun ad essere marcio, forse sono marci alcuni di coloro che lo diffondono!

Ma guarda a casa tua!

Nelle FMA purtroppo la situazione non è migliore, forse non ci saranno le forme come nel wing chun & C. ma innumerevoli routine in solo e a coppia senza una adeguata preparazione al combattimento assolvono efficacemente al compito di confondere le idee ai praticanti, mettendo sullo stesso piano tecniche e strategie più o meno valide. Come posso sapere se il mio roof block è davvero d’aiuto in caso di emergenza? Se al mio tatsulok manca qualcosa? Mi dovrò fidare del mio insegnante, ma se il mio insegnante non combatte?

Questa problematica investe non solo il mondo dei maestri fai-da-te, ma per esempio anche gli eredi marziali di quello che per me rimane un punto di riferimento nel settore, il Giron Arnis Escrima.

Con tutto il rispetto dovuto a praticanti che portano avanti il nome di un gran maestro, la mia prima reazione è questa.

Nel video si notano qualche twirling e applicazioni di colpi in abanico, e niente più. Nessun uso della mano viva, nessuna cura della distanza, footwork esclusivamente in-line (ma come, con tutti i triangoli che si studiano…), nessun occhio di riguardo alla propria incolumità (tanto ci sono maschera e armatura)… in pratica succede quello che spesso si vede quando dai un bastoncino imbottito e una maschera a due bambini e li fai giocare alla “scherma”. Nella descrizione l’atleta con il casco blu viene presentato come un Maestro dello stile Doce Pares ma a ben vedere non da’ alcuna dimostrazione di particolare maestria. A 1’56” esegue un disarmo a strappo nei confronti della ragazza e niente di più. Non che sarebbe dovuto necessariamente finire in un bagno di sangue, ovviamente, ma sono sicuro che questi in palestra allenino decine di tecniche – possibile che queste non vengano fuori quando si fa del combattimento libero? Si vedono invece solo tanti colpi “buttati” un po’ a caso.

Devo dire che la natura stessa del combattimento mostrato in video non aiuti certo a ricreare un ambiente in cui dare particolare sfoggio di tecnica: mi riferisco alle protezioni, a mio modo di vedere eccessive, e all’impossibilità di colpire con mezzi diversi dal bastone. Escrima vuol dire principalmente arma da taglio, però anche arma contundente. Nel secondo caso, chi pratica lo sa, si studiano percussioni concatenate tra bastone, calci, pugni, gomiti, ginocchia, ecc. Eliminare quindi queste componenti di striking può voler dire sostanzialmente fare due cose:

  • Mettere in atto una simulazione di combattimento con lame, per cui si incoraggiano i praticanti ad utilizzare l’arma vietando l’uso di colpi diversi. In questi casi però bisogna porre un freno ai contendenti per evitare che la situazione degeneri in un ravvicinato scambio di colpi senza senso. Perché la lama va rispettata ancora più del bastone.
  • Ispirarsi alla Canne de Combat, senza però averne le skill e mettendo quindi in scena una sua pallida imitazione. Dopotutto se si praticano le FMA è quantomeno strano cercare di imitare altre discipline, come se la propria non avesse già un’identità ben definita.

Eccovi un contributo video di quello che intendo per simulazione di combattimento con le lame:

Qui si usano protezioni minime quali:

  • Maschera da scherma, che mette al sicuro da gravi infortuni ma al tempo stesso non elimina il deterrente doloroso del rischio di una botta in testa.
  • Guanti per non spaccarsi (troppo facilmente) le dita.
  • Gomitiere morbide.
  • Conchiglia.

Dopo uno sparring del genere si torna sicuramente a casa indolenziti, ma niente che impedisca il normale svolgimento del lavoro il giorno dopo o di qualsiasi altra attività, tranne forse la chirurgia. E, guardate un po’, si riesce a riconoscere della tecnica. L’utilizzo di calci non è espressamente vietato ma fortemente disincentivato dal fatto che si considerano i simulatori in mano come armi da taglio, perciò esporre qualsiasi parte del corpo all’azione dell’arma è estremamente rischioso.

Si vedono applicazioni di redonda, macabebe, bolante, de fondo, sonkite, largo mano, elastico, retirada, abierta, abanico, salon. In pratica c’è più Giron in questo video che in tanti video di sparring pubblicati dai suoi discepoli. Come mai? Perché il Maestro Giron ha combattuto, studiato e codificato, non ha inventato. Se fai escrima, e lo fai con cura, non puoi uscire più di tanto dal seminato, le cose sono quelle. Però devi combattere e studiare. E se combatti, se fai dello sparring, è più facile applicare la tecnica studiata. Diventa anche più facile capire quale tecnica è coerente con la tradizione e quale invece è bellamente presa in prestito da altre discipline.

Il campione di pugilato Vitalij Klitschko ha detto: “Qual è la differenza tra gli scacchi e il pugilato? Negli scacchi, nessuno è un esperto, ma tutti giocano. Nel pugilato tutti sono esperti, ma nessuno combatte.” Questa frase a mio modo di vedere di adatta bene anche alle arti marziali in generale. Per questo pugno, ergo sum.

Alla prossima.

*Io faccio il furbo ma nelle FMA con i nomi stiamo messi peggio.

**Ridete, eppure quanti sono stati attratti dal mito di invincibilità diffuso da una famosa organizzazione presente in Italia ma con sede centrale in Germania, con a capo un uomo pelato che organizzava i raduni in un castello e che rappresentava il lignaggio di un Maestro di Hong Kong che si diceva essere l’ultimo discepolo di Yip Man, organizzazione di cui però non farò il nome? Alcuni (pochi) lo sanno, altri hanno dimenticato o fanno finta di dimenticare, molti altri nemmeno immaginano quanti nomi illustri dell’attuale panorama marziale europeo sono passati da la, anche solo per sbirciare. Non c’è niente di male, ma perché toglierlo dal curriculum?

Esperienza di parquet

Su facebook sta girando un video di 5 minuti i cui protagonisti, presentati come detenuti di una prigione in Paraguay, si scambiano coltellate di fronte a un pubblico attento.  Non ve lo linko perché su youtube non l’ho trovato, se però siete degli appassionati sono certo che o lo avete già visto oppure non ci metterete molto a trovarlo.

Mi è venuta voglia di scriverne dopo aver letto prima i commenti seguiti alla pubblicazione originale e poi le discussioni generate su gruppi facebook di “addetti ai lavori”. Sui primi non vale la pena soffermarsi più di tanto, in quanto certe spavalderie e manifestazioni di noia tradiscono aspettative che appartengono più ad appassionati di cinema che non a cultori di arti marziali. Qualche perplessità invece mi giunge leggendo le considerazioni degli “esperti”.

Ci si meraviglia di quante occasioni per colpire il volto non vengano sfruttate, di come la posizione delle gambe adottata non favorisca l’affondo, di come quest’ultimo non venga mai tentato, di come sarebbe stato possibile inserire in quella occasione questa tecnica del repertorio della scuola X, di come probabilmente bloccati dalla paura non tentino una manovra base nella scuola Y, ecc…

Leggendo commenti del genere mi viene da pensare che i suddetti esperti non abbiano ben chiaro il concetto di duello rituale o, peggio, che lo confondano con quelli messi in scena al cinema. In un duello rituale lo scopo non è necessariamente quello di uccidere l’avversario, ma dimostrare il proprio valore attraverso il coraggio e l’abilità tecnica, in un contesto dotato di “regole” ben precise. Dimostrare di avere i cojones.

Mi era già successo di leggere commenti simili in gruppi di esperti. Ricordo molto bene un video in cui due ragazzi combattevano con il coltello tenuto a rompighiaccio nella mano destra e uno straccio avvolto sulla mano sinistra, con il “maestro” di turno che faceva notare come questa impugnatura non era di certo la più adatta per il tipo di combattimento in corso e si chiedeva come mai nessuno dei due contendenti la cambiasse. Già, chissà come mai.

Sarebbe come analizzare un video di Mensur criticando il gioco di gambe dei duellanti e dicendo che l’azione migliore consisterebbe nell’evitare l’attacco avversario, per esempio con un passo in allungo, e infilare l’ascella scoperta sperando di recidere la succlavia.

Goya - Duello Rusticano

Tutto questo porta alla luce due aspetti.

Innanzitutto c’è molta leggerezza e superficialità nell’analizzare questi scenari. Centinaia di ore passate su parquet o tatami con un simulatore di coltello in mano non garantiscono l’assoluta comprensione di tutto quello che riguarda quest’arma, non conta esclusivamente la quantità ma anche la qualità. Per fortuna sono abbastanza furbo da non farmi tentare da false certezze che possono derivare da successi in ambito accademico e sportivo, pensare di saperla lunga ci porta a ricondurre tutto alla nostra esperienza dimenticando che, come ho scritto sopra, tutto va assolutamente contestualizzato. Bisogna essere seguiti in questo percorso, si impara il mestiere stando accanto a chi lo sa fare – non ci sono cazzi – ci vuole un maestro, e spesso non ne basta uno solo. So che è complicato modificare la mentalità di chi pensa di essere già un maestro, per questo mi rivolgo soprattutto a quelli che, leggendomi, sono ancora in fase di “addestramento” e vogliono farsi un’idea di quello che hanno davanti: le considerazioni tecnico/stilistiche vengono sempre dopo quelle ambientali.

Il secondo aspetto deriva direttamente da quanto appena messo in luce, cioè il rapporto tra arti marziali e difesa personale. Se già all’interno di quelle che sono aree di studio attigue, ovvero il maneggio del coltello e lo studio dei duelli con quest’ultimo, tutto è trattato con estrema superficialità e leggerezza, mi chiedo cosa possa accadere quando questi provano a ribaltare il tutto sullo studio della difesa personale. Retorica, in realtà un’idea di massima con gli anni io me la sono fatta.

Si da credito all’esperto in duelli rusticani, quando questa non è una condizione sufficiente per saperne di difesa personale. Si da credito al milite reduce dal fronte, quando nemmeno questa è una condizione sufficiente per insegnare ai civili la difesa personale. L’argomento è complesso e richiede una specializzazione a sé, subentrano tematiche che poco o nulla hanno a che fare con le esperienze sopra esposte. Certamente ci sono validi insegnanti con questi background che hanno approfondito l’argomento e che sono in grado di insegnare degnamente la difesa personale, ma non è facile identificarli nel panorama marziale attuale. Io comunque preferirò sempre chi prova a farmi nascere un dubbio a quelli che invece propongono certezze.

Amok Program

articolo aggiornato dopo la pubblicazione iniziale

Molte persone in “real life” mi hanno chiesto cosa fosse questo Amok che seguo, se fosse un’antica arte marziale ripescata dall’oblio o se invece fosse un acronimo per qualcosa di più moderno. In realtà si tratta di un programma sviluppato e divulgato dal team F.A.M.A.S. rivolto a operatori di sicurezza e a civili con interessi in ambito di difesa personale. Il presupposto è quello di avere a che fare con uno o più amok runners (o juramentados) in un contesto che implica sempre l’impossibilità di utilizzo di armi da fuoco per gravi rischi di danni collaterali. Lo scenario tipico è quello del centro commerciale, in cui un individuo armato di coltello colpisce in mezzo alla folla, oppure il pazzo che per strada colpisce i passanti senza alcun motivo apparente.

L’addestramento è suddiviso in 5 livelli che comprendono sempre una parte tecnica/teorica e una parte di test che diventano progressivamente più realistici. Proprio questi test fanno in modo che piano piano diventi naturale in un contesto caotico valutare possibili vie di fuga, identificare oggetti rinvenuti utili nella situazione e coordinarsi con altri operativi per arrestare una minaccia limitando il più possibile i danni.

 

famaslogo

 

Per sua natura il programma si rivolge in modo particolare alle forze dell’ordine e ad operatori di sicurezza, anche se da civile onestamente ho trovato molto stimolante e utile l’esperienza. Troppo spesso ci si lascia andare in tecniche e strategie che non premiano e non hanno nessun riscontro utile con la realtà, il programma Amok di F.A.M.A.S. è un buon modo per ritrovare la bussola.

Aggiornamento del 6/6/14

Mi è stato fatto notare come in USA  il marchio AMOK!® sia registrato per conto di tale The Sotis Group, società di consulenza militare che attraverso il corso di Amok Combatives divulga difesa da coltello. Tengo a precisare che non c’è alcuna affiliazione tra i due gruppi, che operano in maniera indipendente l’uno dall’altro. FAMAS divulga il suo Amok Program e The Sotis Group il suo AMOK!® ma non conoscendo il contenuto di quest’ultimo potrebbero benissimo essere cose completamente diverse.

“Amok” è un termine di origine indonesiana che ha trovato spazio nell’inglese moderno per via dei numerosi episodi di follia omicida occorsi nei paesi del sud-est asiatico e ha cominciato ad essere usato anche al di fuori di quei contesti. Il termine è equivalente a “Juramentado” con cui nelle Filippine sono conosciuti i guerriglieri moro che si lanciavano con l’arma bianca ad uccidere quanti più cristiani, aspettandosi di essere uccisi per terminare la loro follia omicida.

Sia Amok che Juramentado confluiscono in un concetto, quello che non esiste difesa personale senza la consapevolezza che davanti a un aggressore in preda a rabbia omicida è necessario uccidere prima di essere uccisi. In questo senso è indispensabile un addestramento mirato, in cui vengano eliminate le tradizionali dinamiche “da duello” che si trovano nei corsi di Arti Marziali in virtù di altre più adatte al contesto specifico.

Il concetto di Amok è presente nel background di FAMAS fin dai tempi della Escrima Kampf Kunst Schule di Saarbrucken (Germania) e cioè dal 1986.

Per chiunque volesse togliersi ogni dubbio il prossimo appuntamento con Amok Program sarà domani 7 giugno a Firenze dalle ore 15 alle ore 20 presso la Polisportiva “Firenze Ovest – Le Piagge”.

Il Mercato Marziale /2

Continua la raccolta di video che hanno attirato la mia curiosità tra quelli che mi propone quotidianamente youtube.

4 – This is Kapap

Da una rapida ricerca su google, Kapap è l’acronimo di “Krav Panim el Panim” che in ebraico significa “combattimento faccia a faccia” ed è un sistema di difesa personale le cui tecniche di combattimento derivano da:

… UNA COMBINAZIONE DI PARECCHI STILI DI LOTTA QUALE BOXE, THAI BOXE, JUDO, JU JITSU,  COMBATTIMENTO CON IL COLTELLO, GLI STICKS …

Dal sito in cui ho trovato le precedenti informazioni copioincollo anche:

IL KAPAP® NON È NÉ UNO SPORT NÈ VI È CONTEMPLATO L’AGONISMO; NON È NEMMENO UN’ARTE MARZIALE.
IL KAPAP® È UNO METODO COMPLETO PER INTENDERE LA DIFESA PERSONALE.
IL GUERRIERO DI KAPAP® È UNA MACCHINA DA COMBATTIMENTO VELOCE, PRECISA E MORTALE.
IL KAPAP® È SEMPLICE NELL’APPRENDIMENTO E SI ADATTA A TUTTI: BAMBINI, ADOLESCENTI, ADULTI, E NELLA COPLETEZZA DEI SUOI PROGRAMMI è LA PREPARAZIONE PER ECCELLENZA DI POLIZIOTTI, SOLDATI, SECURITY MAN E BODYGUARDS.

(nella mia testa in questo momento)

Che è come promettere un aldilà denso di fregna se ammazzi qualche infedele: quando scopri di essere stato gabbato ormai è troppo tardi. Secondo il sito, questo sistema si è reso necessario perchè:

 … LE ARTI MARZIALI TRADIZIONALI INSEGNAVANO E INSEGNANO SOLO ED ESCLUSIVAMENTE LA “VIA DELLA COMPETIZIONE” E LA DIFESA PERSONALE ERA SOLO UN SURROGATO DEI KATA.

Lasciando perdere il fatto che ormai pare che Arte Marziale tradizionale e Giappone siano sinonimi, non ho capito perché per i KAPAP®pari le AM e gli SDC prima siano buone e poi qualche riga dopo diventino inadeguate. In ogni caso non ci ho trovato grosse differenze con il Krav Maga, a prima vista.

5 – Quattrocchi San Michele Sicilian knife fighting System

Questo dev’essere un compatriota e, da quello che si evince dai commenti al video, pare che abbia addirittura scritto un libro. Comunque a me sembra un po’ di Kali fatto male, alla solita maniera in cui l’allievo porta un attacco e rimane immobile e il maestro fa settordici movimenti ballandogli intorno. Mi fa sorridere la tecnica mostrata dal minuto 1:06: prima la fa vedere al rallentatore (due volte, per essere sicuro che l’abbiamo capita bene) e poi a 1:46 la esegue a velocità normale e fa una roba diversa. Se ne accorge, lo ammette, la ripete al rallentatore e poi basta – cambia tecnica.

La chicca comunque rimane il commento di un utente su youtube:

“I am from Sicily! Viri ká dúaku naffidduliamu ki líakkasapuni. Siddu fá viriri u cútiaddu píiddisti. – Cieco e silenzioso.”

6 – Karambit- tomahawks and open hand combat

Il signore in questione non lo conosco e non ho trovato informazioni riguardo al suo background sul sito personale. Ad ogni modo, credo che faccia Kali e Silat perché nel video vedo numerose applicazioni delle due Arti. Bisogna riconoscere che si muove con molta fluidità e che riesce ad essere molto spettacolare, ma bisogna anche tenere conto che i suoi seminari sono rivolti ad artisti marziali in genere e non a stuntman di Hollywood: un simile approccio verso il coltello è pericoloso e porta gli allievi a sottovalutare il pericolo di un’arma del genere. Nel video da una veloce visione posso far notare:

0:08 – disarma con l’avambraccio, senza avere reale controllo sul coltello
0:14 – si fa la barba col coltello avversario
0:17 – proseguendo disarma e colpisce impugnando il coltello dalla lama
0:40 – disarma impugnando la lama
0:52 – disarma col tricipite
1:12 – disarmo non riuscito, ciò nonostante se ne sbatte e continua la sua tecnica ma il partner potrebbe colpire l’addome numerose volte

Di mio non sono un cultore dei disarmi, li trovo più deleteri che funzionali. Trovo però che questi siano particolarmente fantasiosi.

Sapere di non sapere

Lo scorso fine settimana ho partecipato al Juramentado Day di Roma, un incontro della durata di tre giorni in cui ho avuto l’occasione di rivedere vecchi amici e di conoscerne di nuovi e il cui tema era principalmente la difesa da aggressione con coltello. Juramentados è il termine alternativo con cui sono conosciuti gli amok runner, persone che per un motivo o per l’altro sbroccano e cercano di uccidere quante più vittime capitano loro a tiro, e lo scenario preso in esame durante il seminario era proprio quello in cui un aggressore è determinato ad uccidere anche a costo della propria vita.

Un incubo.

Mi sono presentato con le mie convinzioni e la mia esperienza, sapendo che non sarebbe stato facile riuscire a portare a casa la pellaccia nelle simulazioni, convinto però di avere più di qualche freccia al mio arco. Mi sbagliavo di grosso.

juramentado

Mi sono affacciato da poco al mondo della difesa personale, non che prima fossi insensibile al tema ma solo negli ultimi mesi mi sono messo sotto a studiarla veramente. Prima vivevo nella convinzione che, visti i risultati raggiunti nei tornei di scherma di coltello e l’impegno speso in palestra, un ipotetico aggressore non avrebbe avuto vita facile contro di me. Nell’esperienza di Roma sono entrato in contatto con una realtà ben diversa, senza punti di riferimento predefiniti e senza spazio per le incertezze.

L’approccio che la maggior parte dei corsi o seminari propongono riguarda soprattutto l’utilizzo di tecniche codificate derivate da questa o quell’altra disciplina di combattimento, in genere senza tenere conto del background degli allievi, delle loro caratteristiche e delle loro capacità atletiche. Quello che ho scoperto in questo seminario invece, e che mi ha colpito profondamente, è stato l’approccio rivolto per lo più all’analisi delle situazioni e allo studio delle strategie e dei concetti relativi a quella tipologia specifica di aggressione. Ho sentito dire spesso che contro il coltello si ha una sola chance a disposizione, ma non avevo mai capito appieno l’importanza di questo concetto finché non mi sono trovato immerso nella realtà.

E la realtà è che non è vero, come sostengono molti, che il coltello bisogna saperlo usare per costituire una reale minaccia.

Torno a casa ricco di elementi nuovi su cui lavorare, ora so cosa devo allenare e so qual è il grado di precisione che devo raggiungere affinché la mia reazione possa concedermi quel cinque percento di probabilità di sopravvivere ad una aggressione armata.

Ringrazio tutti i partecipanti al Juramentado Day perché è anche merito loro se adesso mi trovo nella condizione di “sapere di non sapere”, come diceva Socrate. Condizione in cui qualunque marzialista vorrebbe trovarsi perché niente è peggio del credersi esperti quando invece si è solo profondamente ignoranti. C’é sempre qualcosa da imparare, ma se non si esce mai dal proprio giardino è impossibile fare esperienza.