Disarmi a mani nude

Sapere di non sapere

Lo scorso fine settimana ho partecipato al Juramentado Day di Roma, un incontro della durata di tre giorni in cui ho avuto l’occasione di rivedere vecchi amici e di conoscerne di nuovi e il cui tema era principalmente la difesa da aggressione con coltello. Juramentados è il termine alternativo con cui sono conosciuti gli amok runner, persone che per un motivo o per l’altro sbroccano e cercano di uccidere quante più vittime capitano loro a tiro, e lo scenario preso in esame durante il seminario era proprio quello in cui un aggressore è determinato ad uccidere anche a costo della propria vita.

Un incubo.

Mi sono presentato con le mie convinzioni e la mia esperienza, sapendo che non sarebbe stato facile riuscire a portare a casa la pellaccia nelle simulazioni, convinto però di avere più di qualche freccia al mio arco. Mi sbagliavo di grosso.

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Mi sono affacciato da poco al mondo della difesa personale, non che prima fossi insensibile al tema ma solo negli ultimi mesi mi sono messo sotto a studiarla veramente. Prima vivevo nella convinzione che, visti i risultati raggiunti nei tornei di scherma di coltello e l’impegno speso in palestra, un ipotetico aggressore non avrebbe avuto vita facile contro di me. Nell’esperienza di Roma sono entrato in contatto con una realtà ben diversa, senza punti di riferimento predefiniti e senza spazio per le incertezze.

L’approccio che la maggior parte dei corsi o seminari propongono riguarda soprattutto l’utilizzo di tecniche codificate derivate da questa o quell’altra disciplina di combattimento, in genere senza tenere conto del background degli allievi, delle loro caratteristiche e delle loro capacità atletiche. Quello che ho scoperto in questo seminario invece, e che mi ha colpito profondamente, è stato l’approccio rivolto per lo più all’analisi delle situazioni e allo studio delle strategie e dei concetti relativi a quella tipologia specifica di aggressione. Ho sentito dire spesso che contro il coltello si ha una sola chance a disposizione, ma non avevo mai capito appieno l’importanza di questo concetto finché non mi sono trovato immerso nella realtà.

E la realtà è che non è vero, come sostengono molti, che il coltello bisogna saperlo usare per costituire una reale minaccia.

Torno a casa ricco di elementi nuovi su cui lavorare, ora so cosa devo allenare e so qual è il grado di precisione che devo raggiungere affinché la mia reazione possa concedermi quel cinque percento di probabilità di sopravvivere ad una aggressione armata.

Ringrazio tutti i partecipanti al Juramentado Day perché è anche merito loro se adesso mi trovo nella condizione di “sapere di non sapere”, come diceva Socrate. Condizione in cui qualunque marzialista vorrebbe trovarsi perché niente è peggio del credersi esperti quando invece si è solo profondamente ignoranti. C’é sempre qualcosa da imparare, ma se non si esce mai dal proprio giardino è impossibile fare esperienza.

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E’ come il Jiujitsu!

Da un paio d’anni frequento un corso intensivo di Silat, non siamo tantissimi e ancora meno quelli che ci sono fin dal primo giorno. Negli ultimi mesi sì è aggiunto un uomo sulla quarantina, con cui il sottoscritto è partito con il piede giusto presentandosi con una figura di merda colossale.

Amen.

Il tizio, che da ora in poi sarà Tizio, pratica Jiujitsu tradizionale ed è cintura nera con qualche Dan. A fine allenamento mi sente mentre parlo con un compagno di come Guru Famoso continui a vendere disarmi ai suoi allievi, quindi interviene meravigliato dal fatto che deridessimo i disarmatori. Allora discutiamo di tecniche, di secondo me, di se e di ma, di Kotegaeshi e di leve e rotture articolari, finché non decido di fare da cavia. Prima lui mi mostra i suoi disarmi, ed in effetti è molto bravo. Tizio si trattiene nell’esecuzione delle tecniche ma mi rendo lo stesso conto che sa quello che sta facendo, mi controlla in tutto e per tutto portandomi fino a terra e rendendosi potenzialmente in grado di disarmarmi da un’eventuale coltello. Io però ho fatto il manichino, decido allora di infilarmi un guantone da Boxe e di invitarlo a provare ad afferrarmi il braccio e a farmi le stesse cose che mi ha fatto prima, mentre io però avrei cercato di colpirlo con contatto leggerissimo. Tizio sembrava un pesce fuor d’acqua, non sapeva da che parte cominciare. La cosa si è conclusa con la constatazione che, in effetti, non è così facile afferrare il braccio di uno che cerca di colpirti. Dopodiché le domande amichevoli standard, in ordine sparso: da quanto fai Jiujitsu, chi è il tuo Maestro, cosa fate, come mai ti interessa il Silat e via discorrendo. Scopro con sorpresa che il suo Maestro viene dal Karate, che ha fatto qualche stage di Kali e che ha un amico che ha fatto Kobudo.

Karate, Kali e Kobudo. Vedo un sacco di K, ma niente Jiujitsu. Come fai a dire di essere una cintura nera di Jiujitsu se nemmeno il tuo Maestro lo ha mai praticato? Comincio a credere che “Jiujitsu” sia solo un termine-ombrello per definire un’attività che si fa in palestra, vestiti col kimono e in cui le tecniche hanno nomi giapponesi. Non importa poi da dove arrivino.

Anni fa mi allenai per pochi mesi con un Maestro di Jiujitsu, che però faceva Kali e lo spacciava per Kobudo di Okinawa. Credo che fosse in buona fede, a me comunque serviva fare esperienza e tirare con gente nuova e quindi non contestai mai niente. Fino a che un giorno non vidi il Maestro allenarsi in una forma che riconobbi al volo, allora mi avvicinai e chiesi come mai si stesse allenando:

Maestro: “Ieri siamo andati dal Gran Maestro Pincopallo per un seminario di Jiujitsu e ci ha insegnato una nuova forma, la sto studiando.”
Io: “Ti ricordi come si chiama?”
M: “Mi pare sillintau, sillindau, boh non mi ricordo.”
Io: “Forse Siu Nim Tao?”
M: “Ecco si, bravo!”
Io: “Figata, mi pare di averla già vista da qualche parte.”
M: “Non questa, impossibile. Ce l’ha insegnata ieri!”
Io: Pokerface.

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Una nuova forma di Jiujitsu, si chiama Mec Don Ald.

Questo flashback mi spiega perché poi Tizio, nei mesi successivi, ad ogni tecnica mostrata dal Maestro di Silat commentasse: “E’ come il Jiujitsu!”

Botta al volto – footwork evasivo – gomitata alla tempia – trankada al collo. “E’ come il Jiujitsu!”

Mi abbasso – colpo all’anca – gomitata al mento – spazzata – colpo alla carotide. “E’ come il Jiujitsu!”

Mi copro – pesto il piede – afferro la testa – ginocchiata al volto – pugno alla nuca. “E’ come il Jiujitsu!”

Minchia. Vai a fare Jiujitsu allora! Perché perdi tempo e soldi qui? Tu parli con ‘sta gente ed è un continuo “è come da noi”, “ce l’abbiamo pure noi”, “lo facciamo anche noi”. Sono contento, ma allora perché siete qui? Tanto è tutto già visto, già fatto, già-jitsu.