Escrima

Il kukri

Questo articolo è stato precedentemente redatto per gli amici di escrima.it

Il kukri (o khukuri in lingua nepalese) è un coltello di grandi dimensioni, che possono variare dai 30 ai 60 cm di lunghezza, ha origini nepalesi ed è sempre stato usato, ieri quanto oggi, come strumento di lavoro.

Un tempo costruiti con materiali ferrosi recuperati, oggi sono forgiati in acciaio o lavorati dall’alluminio e presentano una lama monofilare posta sul lato concavo. Lo spessore è di 5-6 mm e la sua larghezza può variare dai 5 ai 12 cm; l’impugnatura è tradizionalmente realizzata in legno o avorio, per quelli di più recente produzione invece è in metallo o in materiale sintetico. La lama ricurva e il baricentro spostato piuttosto in avanti fanno in modo che l’arma causi lacerazioni molto importanti; un colpo ben assestato può arrivare a recidere facilmente un arto.

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copyright: traditionalfilipinoweapons.com

La storia di quest’arma ha avuto inizio con i Macedoni, popolo guidato da Alessandro Magno che grazie alle sue vittorie in Asia diffuse quest’arma in oriente, anche se in Uzbekistan pare siano state trovate armi simili prodotte già nell’Età del Bronzo.
Il più antico esemplare intatto rinvenuto di quest’arma lo si può osservare nel museo di armi a Katmandu. L’arma è appartenuta al Raja Drabya Shah, Re dei Gurkha, e per questo viene anche chiamata “Arma dei Gurkha”.

I primi occidentali a imbattersi in quest’arma furono i britannici, quando tra il 1814 e il 1816 invasero militarmente il Nepal. E proprio i sudditi di Sua Maestà decisero, dopo aver avuto riprova sul campo della sua efficacia, di istituire nei suoi Commonwealth dei battaglioni armati di kukri: fu così che in Nepal nacque la Brigata Gurkha.

Il Kukri divenne anche l’arma data in dotazione ad alcuni reparti indiani e canadesi nella Seconda Guerra Mondiale, mentre  in anni più recenti si hanno notizie di kukri usati nella guerra delle Malvinas (Falklands per gli Inglesi).

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soldati gurkha con i loro kukri cerimoniali

Tutt’oggi il kukri viene dato in dotazione alla polizia nepalese e filippina come normale dotazione di servizio ed è molto usato nelle produzioni cinematografiche e televisive, come per esempio il film Resident Evil o lo sceneggiato Sandokan, in quanto arma dal fascino esotico e dall’aspetto indubbiamente letale.

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Milla Jovovich sul set di Resident Evil impugna due kukri

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Estilo de Larga Mano

Questo articolo è stato originariamente redatto per gli amici di escrima.it

Larga Mano, indicato anche come largamano o largo mano, è uno stile di combattimento la cui origine è storicamente localizzata in Luzon e in parte delle Visayas. Per molti si traduce semplicemente in andare a colpire la mano o il braccio armati per neutralizzare la minaccia portata dal mio avversario ma in realtà questo stile è molto di più.

Esso si fonda su un importante principio schermistico, quello che rimanendo fuori dalla portata del mio avversario questi non mi potrà colpire e per rendere possibile questo è necessario possedere ottime doti di lettura delle distanze, gioco di gambe e stretching. Ci aggiungerei anche una buona dose di nervi, ma forse questo vale un po’ per tutte le condizioni.

Gli arti, specialmente quelli armati, diventano bersagli privilegiati in quanto, se le distanze vengono correttamente rispettate da entrambi gli escrimadores, non è possibile raggiungere bersagli più importanti.

Questo stile è caratterizzato dalla costante evasione dal ferro avversario con cui non si deve avere contatto nemmeno per bloccare o parare, ogni colpo o taglio sono quindi diretti alla carne. L’obiettivo è quello di far pagare all’avversario ogni suo tentativo di colpirci, in modo che anche se non riusciamo a raggiungere bersagli “pregiati” questi non sia comunque in grado di continuare con la sua minaccia.

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Il Maestro Giron mentre esegue un passaggio in larga mano

Larga mano nasce fra la gente comune in contrapposizione al vecchio stile, che richiede un addestramento intenso alla portata soltanto di chi non è costretto a lavorare molte ore nei campi. E’ infatti uno stile composto da poche tecniche e qualche concetto e le cui basi sono assimilabili in poco tempo, portando però con la pratica costante ad un sistema raffinato e molto efficace.

Fondamentale importanza viene data al gioco di gambe e alla capacità di distentersi per poter uscire dalla traiettoria dell’avversario e raggiungerlo in relativa sicurezza. Solitamente i fondamentali vengono allenati con bastoni lunghi almeno 80 cm, ma è possibile utilizzare larga mano anche con armi più corte come ad esempio i coltelli.

Un esercizio molto usato per imparare il gioco di gambe è il coconut, dove l’avversario attacca con una successione di cincoteros a cui si risponde in follow sul braccio senza mai muovere il piede corrispondente alla mano armata (il piede avanzato), utilizzando solo l’altro piede per uscire dalla traiettoria avversaria. In questo modo si prende confidenza con la triangolazione di gambe e con il timing necessario per difendersi con successo in larga mano.

Curiosità

Il libro Bruce Lee: Fighting Spirit di Bruce Thomas riporta un aneddoto riguardo la realizzazione del film Game of Death, in particolare delle scene di combattimento con Dan Inosanto. Inosanto stesso racconta:

“Rimasi sbalordito quando [Bruce Lee, NdR] un giorno afferrò i bastoni e mi disse: «Ok, ora ti mostro quello che vorrei fare». Lo osservai attentamente e mi resi conto che, senza una conoscenza precedente o un allenamento specifico, aveva ricostruito uno stile di Escrima che non poteva neanche sapere esistesse. Ero scioccato, ed esclamai: «Ehi, ma questo è Larga Mano». Bruce rispose: «Non so come lo chiami tu, ma questo è il mio metodo».”

Il mercato marziale /5

Quinto appuntamento col podcast di youtube!

13 – Stop PantomHEMA

La premessa è “oggi trattiamo uno dei drammi fondamentali della scherma storica e in generale delle arti marziali: la pantomima” e ci prende in pieno. Parla di geometria, tempo, distanza, preparazione atletica e “scacchiera mentale” dello schermidore, ma potrebbe essere anche un escrimador o un marzialista qualsiasi e la cosa rimarrebbe comunque vera. Cose che sono banalità in una qualsiasi sala di sport da combattimento diventano merce rara nelle più “elevate” arti marziali tradizionali. Bravo!

14 – Lock and Block or How to Disarm 

Quella che nel Serrada Escrima è chiamata “picking” è un’arte per escrimadores navigati, e il Maestro Ron Saturno è sicuramente uno di questi. Nel video viene illustrato il perché sia necessario sviluppare un’ottima visione periferica mentre invece sia deleterio seguire le mani. Questo è uno dei motivi per cui risulta estremamente difficile intrappolare gli arti ed eseguire un disarmo ad un combattente esperto.

15 – Guru Stevan Plinck – Sera Knife Compilation Video

Ho studiato Silat regolarmente per un paio d’anni per crescita personale e per seguire l’insegnamento di Sun Tzu “conosci il tuo nemico”, ma questo non fa di me assolutamente un esperto e ammetto candidamente che non è il mio pane. In ogni caso non era questo lo stile, di cui il Guru Stevan Plinck protagonista del video, è riconosciuto come uno dei maggiori esponenti mondiali. Ho però abbastanza esperienza nella scherma di coltello da valutare pericolosa l’azione mostrata dal minuto 0:34 in cui il Maestro subisce un affondo alla bocca dello stomaco la cui criticità è aumentata dalla spazzata con relativo sbilanciamento del peso dell’avversario in avanti. Un errore del genere fatto spiegando la tecnica agli allievi è più che comprensibile, può succedere a chiunque. Sono portato a pensare che lo stesso Maestro abbia fatto notare l’errore ai presenti, spiegando come un piccolo errore di timing possa portare a conseguenze gravi. Non mi spiego invece perché questa sequenza sia finita in un video promo e avrei chiesto spiegazioni direttamente a chi l’ha caricato se non fosse per il fatto che i commenti al video sono disabilitati.

Tuttavia questo video mi serve per illustrare la differenza di approccio tra Silat ed Escrima, senza voler per questo esprimere un giudizio qualitativo sull’uno o sull’altro. Per i motivi illustrati prima dal Maestro Saturno riguardo al picking, nell’Escrima (in realtà non in tutte le tradizioni giunte a noi, ma almeno in quelle tramandate dai Maestri di Stockton) si tende ad utilizzare un footwork evasivo di tipo escapo e quindi a dare più importanza nell’andare offline rispetto a una meno vantaggiosa, dal nostro punto di vista, ricerca del controllo sul braccio armato dell’avversario o in una destabilizzazione della sua struttura prima di aver raggiunto una posizione di vantaggio, rimanendo quindi inline.

Il dumog della discordia

Dumog è uno dei termini delle arti marziali filippine (FMA) che causano maggiori derive. La parola non so da dove origini, ma la troviamo accettata sia in cebuano che in tagalog e significa “lotta”, al pari di “buno“. Molti infatti considerano i termini equivalenti, quando invece nelle Filippine (almeno nella parte più “occidentalizzata”) sembrano avere un’accezione diversa, riferendosi con dumog al generico “fare a botte” mentre con buno ci si riferisce alla lotta vera e propria (come il grappling, per essere più chiari).

Nelle FMA con dumog pare ci si riferisca piuttosto ad una specie di judo/bjj “made in the Philippines”, quando invece non ha nulla a che vedere con tutto ciò.

Le origini del “mito”

Il perché è ovvio: siamo agli inizi degli anni ’90 e i fenomeni Vale Tudo prima e UFC poi fanno “scoprire” al mondo l’importanza della lotta nei combattimenti sportivi. Questo, oltre ad alimentare le chiacchiere da bar tra marzialisti (che durano tutt’ora), presentò un problema di marketing alle discipline del momento: il JKD, il Wing Tsun e il Kali.

Per il JKD ci si ricordò che Bruce Lee ebbe modo di studiare la lotta: Jesse Glover era prima di tutto un judoka, poi ci sono quegli appunti presenti nel Tao of Jeet Kune Do, poi in quel film fa quella sottomissione, e poi è più una filosofia che un’arte codificata e va lì va là il praticante di JKD diventa abile e arruolato per la lotta.

Nel Wing Tsun cominciarono a tenersi seminari sul combattimento a terra, perché l’uomo del Wing Tsun non cade mai – però se dovesse capitare…

Per il Kali invece diventò tutto “dumog”, noi la lotta ce l’avevamo già in casa. Ma come, abbiamo allenato altro fino a ieri? E vabbè, ora ci rotoliamo per terra, quindi via a proiezioni e relative concatenazioni di sottomissioni, belle ed anche efficaci che però non fanno parte del bagaglio culturale del Kali.

Allora cos’è il dumog?

Il Kali (o Arnis o Escrima) è un’arte guerriera, nasce per uccidere i propri nemici con ogni mezzo e sopravvivere. Questo vuol dire che se il mio aggressore ha un coltello in tasca devo aspettarmi che lo tiri fuori, se ha uno o più compagni pronti ad aiutarlo alla bisogna questi interverranno. Pensare sul serio che su un campo di battaglia ci si metta a lottare per terra in cerca di una sottomissione è da folli.

Il dumog è in realtà quella fase del combattimento che nella Muay Thai, per capirci, corrisponde al clinch, senza però le rigide restrizioni sportive di quest’ultimo. Sono manovre che servono a farci guadagnare vantaggi importanti, come sbilanciamenti per poter piazzare colpi risolutori, provocare rotture articolari per mezzo di trankada, portare il nostro avversario a sbattere la faccia contro un muro e poi fuggire, ecc…

Mettersi a lottare uno contro uno in un contesto di sopravvivenza non è quasi mai la soluzione migliore per i motivi visti sopra, per questo il dumog deve durare il meno possibile e risolversi nella maniera più rapida in un vantaggio.

E se cado a terra?

Farai meglio a cadere sopra il tuo avversario facendogli più male che puoi e comunque dovrai rialzarti nel più breve tempo possibile.

A scanso di equivoci, non sono uno di quelli a sostenere che la lotta a terra sia inutile, tutt’altro. Un marzialista come si deve ha nel proprio bagaglio tecnico almeno l’ABC della lotta, che è divertente, fa bene alla mente e al corpo, ti insegna molto su te stesso e comunque non si sa mai. Però non è dumog, diamo a Cesare quel che è di Cesare. Il dumog corrisponde ad una situazione, ad una “distanza”, in cui è certamente possibile lottare ma in cui noi dobbiamo colpire, il kali è un’arte di striking e non di grappling.

Marketing a parte, non esiste un’arte marziale che copra tutte le possibilità a 360° e considero importante tenere separate quelle che sono le origini di ciò che si impara e che un giorno si potrà insegnare, come forma di rispetto. La tecnica è un dono prezioso che ci viene fatto dai Maestri, sta a noi coltivarla e interpretarla senza però banalizzarla buttandola nel mucchio. Se no diventa tutto Kali, tutto JKD o tutto Krav Maga. Non abbiate paura di scoprire carenze tecniche in quello che praticate e non esitate a colmarle studiandole con gli esperti di altre discipline, le arti marziali non sono una religione dogmatica ma un percorso che dura tutta una vita.

Pugno, ergo sum

“E’ tutto troppo rituale, tutti quegli inchini, tutte quelle posture. Quel genere di autodifesa orientale è come nuotare sulla terraferma. Puoi anche imparare tutti gli stili del nuoto, ma se non scendi mai in acqua, che senso ha? Questi ragazzi non combattono mai.”Bruce Lee

In alcuni sistemi si delega l’apprendimento dei fondamentali del combattimento come timing, bilanciamento e focusing alle forme precostituite, che spesso vengono definite come “tradizionali” solo perché qualcuno – 20, 50 o 100 anni fa – le ha codificate. Uso il termine “sistemi” in vece di “arti marziali” perché non intendo fare di tutta l’erba un fascio, essendoci anche notevoli eccezioni all’interno della stessa disciplina.

L’utilizzo di forme mette l’allievo in condizione di forte inferiorità e dipendenza dal suo Maestro, essendo difatti impossibile dimostrare in maniera incontrovertibile di eseguirle correttamente. Oltretutto procedendo per imitazione di imitazioni è inevitabile una perdita di informazioni che porterà, generazione dopo generazione, allo stravolgimento della forma stessa. E’ innegabile che questo strumento offra ad un eventuale Maestro disonesto l’opportunità di legare a sé l’allievo oltre il necessario. Dal punto di vista dell’allievo, il ricorso alle forme porta più svantaggi che vantaggi. Chiaramente il discorso vale esclusivamente per quei sistemi che si reclamizzano come fabbriche di macchine da guerra ma che fanno uso esclusivo di forme e/o sparring drill, che sarebbero gli esercizi in cui un partner si presta a portare attacchi codificati mentre l’altro applica una tecnica, senza combattere mai o quasi. La mancanza di preparazione al confronto libero fa in modo che quando questo capiti non ci sia assolutamente sfoggio delle tecniche studiate in palestra.

Trovo che sia uno dei motivi per cui l’atleta medio di sport da combattimento è molto più avanti rispetto al praticante medio di arti marziali.

Hai per caso detto…

… Wing Chun? Oppure Wing Tsun, Ving Tsun, Wing Tjun, e tutti i modi in cui è stata diffusa commercialmente quest’arte marziale? Per non fare torto a nessuno mi ci riferirò con l’acronimo di WC* – dai che sto scherzando! Da ragazzino ero così attratto da questo mito dell’intoccabilità, dell’invincibilità dei maestri di wing chun, che cominciai anche a frequentare un corso. Curioso come sono volevo capirne la logica, scoprire qual era il segreto di questa invulnerabilità, anche perché io – che quando andavo a fare i guanti con gente di altre discipline prendevo regolarmente schiaffi – proprio non ci arrivavo. Davo sempre la colpa alla mia preparazione ancora scarsa, poi al fatto che forse potevo essere proprio negato per quella disciplina e probabilmente entrambe le spiegazioni erano corrette, tant’è che abbandonai il corso in meno di due anni. La grande verità però mi fu chiara anni dopo: i Grandi Maestri sono intoccabili e invincibili semplicemente perché non combattono.

Maa vaaaaa?**

Riporto le parole che Sifu Wong Shun Leung disse quando un intervistatore, parlando dei colpi del Wing Chun, gli chiese cosa pensasse a proposito del “Chi”:

I don´t know anything about the Chi. That´s as honest as I can be. If someone practices any Martial Art, then that person must become stronger and more durable than someone who hasn´t practiced. So if you are punched you are able to take a lot more punishment than a normal person. I have been hit many times, as have all of the great Martial Artists that I know of. So we are not supermen, but we can take a lot more . Any Martial Artist who says that he doesn´t get hit is lying to himself! – Wong Shun Leung

“Qualsiasi Artista Marziale che sostiene di non poter essere colpito sta mentendo a sè stesso.” Detto da un maestro di wing chun? Allora forse non è il wing chun ad essere marcio, forse sono marci alcuni di coloro che lo diffondono!

Ma guarda a casa tua!

Nelle FMA purtroppo la situazione non è migliore, forse non ci saranno le forme come nel wing chun & C. ma innumerevoli routine in solo e a coppia senza una adeguata preparazione al combattimento assolvono efficacemente al compito di confondere le idee ai praticanti, mettendo sullo stesso piano tecniche e strategie più o meno valide. Come posso sapere se il mio roof block è davvero d’aiuto in caso di emergenza? Se al mio tatsulok manca qualcosa? Mi dovrò fidare del mio insegnante, ma se il mio insegnante non combatte?

Questa problematica investe non solo il mondo dei maestri fai-da-te, ma per esempio anche gli eredi marziali di quello che per me rimane un punto di riferimento nel settore, il Giron Arnis Escrima.

Con tutto il rispetto dovuto a praticanti che portano avanti il nome di un gran maestro, la mia prima reazione è questa.

Nel video si notano qualche twirling e applicazioni di colpi in abanico, e niente più. Nessun uso della mano viva, nessuna cura della distanza, footwork esclusivamente in-line (ma come, con tutti i triangoli che si studiano…), nessun occhio di riguardo alla propria incolumità (tanto ci sono maschera e armatura)… in pratica succede quello che spesso si vede quando dai un bastoncino imbottito e una maschera a due bambini e li fai giocare alla “scherma”. Nella descrizione l’atleta con il casco blu viene presentato come un Maestro dello stile Doce Pares ma a ben vedere non da’ alcuna dimostrazione di particolare maestria. A 1’56” esegue un disarmo a strappo nei confronti della ragazza e niente di più. Non che sarebbe dovuto necessariamente finire in un bagno di sangue, ovviamente, ma sono sicuro che questi in palestra allenino decine di tecniche – possibile che queste non vengano fuori quando si fa del combattimento libero? Si vedono invece solo tanti colpi “buttati” un po’ a caso.

Devo dire che la natura stessa del combattimento mostrato in video non aiuti certo a ricreare un ambiente in cui dare particolare sfoggio di tecnica: mi riferisco alle protezioni, a mio modo di vedere eccessive, e all’impossibilità di colpire con mezzi diversi dal bastone. Escrima vuol dire principalmente arma da taglio, però anche arma contundente. Nel secondo caso, chi pratica lo sa, si studiano percussioni concatenate tra bastone, calci, pugni, gomiti, ginocchia, ecc. Eliminare quindi queste componenti di striking può voler dire sostanzialmente fare due cose:

  • Mettere in atto una simulazione di combattimento con lame, per cui si incoraggiano i praticanti ad utilizzare l’arma vietando l’uso di colpi diversi. In questi casi però bisogna porre un freno ai contendenti per evitare che la situazione degeneri in un ravvicinato scambio di colpi senza senso. Perché la lama va rispettata ancora più del bastone.
  • Ispirarsi alla Canne de Combat, senza però averne le skill e mettendo quindi in scena una sua pallida imitazione. Dopotutto se si praticano le FMA è quantomeno strano cercare di imitare altre discipline, come se la propria non avesse già un’identità ben definita.

Eccovi un contributo video di quello che intendo per simulazione di combattimento con le lame:

Qui si usano protezioni minime quali:

  • Maschera da scherma, che mette al sicuro da gravi infortuni ma al tempo stesso non elimina il deterrente doloroso del rischio di una botta in testa.
  • Guanti per non spaccarsi (troppo facilmente) le dita.
  • Gomitiere morbide.
  • Conchiglia.

Dopo uno sparring del genere si torna sicuramente a casa indolenziti, ma niente che impedisca il normale svolgimento del lavoro il giorno dopo o di qualsiasi altra attività, tranne forse la chirurgia. E, guardate un po’, si riesce a riconoscere della tecnica. L’utilizzo di calci non è espressamente vietato ma fortemente disincentivato dal fatto che si considerano i simulatori in mano come armi da taglio, perciò esporre qualsiasi parte del corpo all’azione dell’arma è estremamente rischioso.

Si vedono applicazioni di redonda, macabebe, bolante, de fondo, sonkite, largo mano, elastico, retirada, abierta, abanico, salon. In pratica c’è più Giron in questo video che in tanti video di sparring pubblicati dai suoi discepoli. Come mai? Perché il Maestro Giron ha combattuto, studiato e codificato, non ha inventato. Se fai escrima, e lo fai con cura, non puoi uscire più di tanto dal seminato, le cose sono quelle. Però devi combattere e studiare. E se combatti, se fai dello sparring, è più facile applicare la tecnica studiata. Diventa anche più facile capire quale tecnica è coerente con la tradizione e quale invece è bellamente presa in prestito da altre discipline.

Il campione di pugilato Vitalij Klitschko ha detto: “Qual è la differenza tra gli scacchi e il pugilato? Negli scacchi, nessuno è un esperto, ma tutti giocano. Nel pugilato tutti sono esperti, ma nessuno combatte.” Questa frase a mio modo di vedere di adatta bene anche alle arti marziali in generale. Per questo pugno, ergo sum.

Alla prossima.

*Io faccio il furbo ma nelle FMA con i nomi stiamo messi peggio.

**Ridete, eppure quanti sono stati attratti dal mito di invincibilità diffuso da una famosa organizzazione presente in Italia ma con sede centrale in Germania, con a capo un uomo pelato che organizzava i raduni in un castello e che rappresentava il lignaggio di un Maestro di Hong Kong che si diceva essere l’ultimo discepolo di Yip Man, organizzazione di cui però non farò il nome? Alcuni (pochi) lo sanno, altri hanno dimenticato o fanno finta di dimenticare, molti altri nemmeno immaginano quanti nomi illustri dell’attuale panorama marziale europeo sono passati da la, anche solo per sbirciare. Non c’è niente di male, ma perché toglierlo dal curriculum?

Universalmente universale

“Quando il saggio indica la Luna lo stolto guarda il dito.”

Una delle caratteristiche più reclamizzate del Kali/Arnis/Esc(/k)rima/FMA, nonché una delle più discusse dagli appassionati di altre discipline, è l’universalità dei suoi principi. La teoria dice che utilizzando schemi motori e dinamiche universali, questi si possano adottare con qualsiasi tipologia di arma e scenario. Cito ad esempio un passaggio dal testo “Kali. L’arte del combattimento totale filippino” di Maurizio Maltese:

“Più di qualsiasi altro argomento, la sombrada evidenzia la caratteristica principale del Kali, cioè la capacità di usare lo stesso principio di movimento sia a mano armata (bastone singolo, in coppia, spada e daga, machete ecc.) che a mani nude. Questo dimostra l’eccezionale velocità di apprendimento che la suddetta disciplina offre a chiunque. Non si deve imparare un nuovo movimento se si cambia l’arma o se si prosegue a mani nude, ma semplicemente adottare una serie di principi di movimento universali.”

Questo non è del tutto sbagliato, concedendo però una generosa approssimazione. Approssimazione, in un ambiente come quello delle arti marziali, può rapidamente tradursi in errore. E per quello che dovrebbe essere lo scopo principale delle arti marziali, la sopravvivenza, errore significa game over.

Intanto, principio o tecnica?

Perché se dico che – se non si vuole essere colpiti dall’avversario bisogna mantenersi fuori dal suo raggio di azione – sto ponendo le basi, in maniera facilmente dimostrabile, per illustrare un principio. Da questo si possono derivare una serie di accorgimenti tecnici atti a verificare il suddetto principio, che andranno a comporre un determinato stile di combattimento.

Mi seguite?

Questo principio “della distanza” non tiene conto dello scenario, delle armi utilizzate, del genere sessuale o del peso dei contendenti: è un principio universale. Se rimango fuori dal raggio di azione del mio avversario sono al sicuro, se invece sono dentro rischio di essere colpito!

Quando invece si parla di sombrada ci si riferisce ovviamente a un drill, quindi ad un “ambiente” di lavoro con un costrutto di regole preciso. Nel passo riportato nel libro si fa un riferimento specifico alla possibilità di cambiare arma mantenendo lo stesso “principio di movimento”, in questo caso evidentemente figura ocho. E quest’ultimo sarebbe, secondo l’autore, un principio universale. Il problema è che tutto funziona solo se si agisce nel pieno rispetto delle regole della sombrada e soprattutto se si compie una grande opera di approssimazione, come ad esempio non considerare le caratteristiche intrinseche di ciascuna arma oppure il diverso peso o la diversa forza fisica dei contendenti.

Figura otto è quindi una tecnica (non un principio) fondamentale, il principiante impara a usare entrambe le braccia e a muoverle indipendentemente l’una dall’altra, che si impugni un’arma oppure no. In termini di tempo è sicuramente un notevole risparmio ma in termini di didattica rimane sempre un’approssimazione. Concentrarsi sulle innumerevoli applicazioni che la figura otto offre equivale a guardare il dito invece che la Luna come nel proverbio, e questo significa trascurare aspetti importanti dell’arte marziale.

Ho visto fare hubud col coltello, fare tapi-tapi col machete… con le relative applicazioni di disarmi. Perché tanto sono esercizi, e negli esercizi è possibile tutto. Chiaro che se l’unico limite è la fantasia allora anche il kata della pistola nel combattimento finale di Equilibrium sfrutta un principio universale.

Bisogna mettere un freno alla smania di aggiungere ingredienti alla ricetta tramandata da altri solo perché così sembra più gustosa. Se aggiungo la cipolla alla carbonara per me sarà anche più buona, ma non sarà più una carbonara*. Sarà la “carbonara alla Martialskeptic”. Se faccio hubud col coltello non lo chiamerò più Escrima, ma “Disciplina di combattimento sviluppata dal sottoscritto e vagamente ispirata all’Escrima ed altre discipline affini”. Così, oppure Krav Maga.

Quindi?

Quindi niente. Di “universale” ci fanno anche i copriwater ma non ne ho mai trovato uno che andasse perfettamente bene per il mio cesso. In pratica, bisogna sempre arrivare a un compromesso e cercare di adattare alla situazione quello che è il nostro bagaglio tecnico. Un buon sistema per ritrovare la strada nell’oceano delle interpretazioni personali è questo schemino:

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Questa serie di tre cerchi concentrici disegnati con paint sta a rappresentare le tre aree di studio in cui possiamo suddividere la disciplina dell’Escrima tradizionale. Esse sono appunto:

  • Armi da taglio (coltello, machete, spada, sciabola, lancia, ecc.)
  • Armi contundenti (bastone, spranga, manganello, ecc.)
  • Senz’armi

Queste tre aree di studio sono strettamente legate tra loro e si influenzano a vicenda, ma questa influenza agisce sempre dall’interno verso l’esterno e mai dall’esterno verso l’interno. Questo significa che ciò che è concepito per affrontare una minaccia di bastone può essere adottato anche per le mani nude, ma non per affrontare una lama. Nella pratica, posso allenarmi sulla base del principio che un adeguato condizionamento alle bastonate sia fondamentale e sulla base di questo, una strategia di combattimento valida potrebbe essere quella di essere disposti ad incassare un colpo all’addome per sferrarne uno in una zona più critica al mio avversario. Il famoso Tero Grave di cui sempre meno insegnanti conoscono l’esistenza. Bene, la stessa cosa potrei farla a mani nude ma assolutamente non potrei farla contro un coltello. Il perché è ovvio, ma lo spiego lo stesso: non esiste condizionamento al coltello, con un colpo all’addome si è fuori. Quindi in un esercizio come hubud-lubud, che nasce come ambiente di sviluppo per il bastone, se ci ficco dentro un coltello sto sbagliando alla grande. E sombrada, che nasce come una danza, beh.. è una danza! I principi sono quindi universali quando ancora non si riescono a mettere due passi uno in fila all’altro, perché e comodo così. Maturando poi è necessario evolvere verso una specializzazione che evidenzi le nette differenze che ci sono tra una condizione specifica e l’altra. Combattere con una sciabola è diverso che combattere con una pluma, che è diverso dal combattere con un coltello. E’ importante tenerlo a mente.

Da cosa viene fuori allora questo mito dei principi universali? A mio modesto avviso, le cause principali sono due e strettamente legate:

La prima è che in addestramento si è sempre usato il bastone in rattan come simulacro di una lama, sono poche le scuole di Escrima che hanno sviluppato una “stick boxing” specifica. Dal momento che il bastone rappresenta una lama che però non taglia e non spaventa come una vera lama, nel corso delle generazioni ecco la confusione.

La seconda è fisiologica dei tempi in cui viviamo, tempi in cui possiamo concederci il lusso di praticare le arti marziali anche solo per diletto e non necessariamente per sopravvivenza. Immaginiamoci i tempi più “selvaggi” in cui i poveri allievi che riponevano la fiducia in un maestro cialtrone venivano regolarmente passati per le armi da nemici meglio addestrati, in una variante della famosa “selezione naturale”. L’assenza di un banco di prova rende tutto potenzialmente valido e a causa di questo sempre più gente si improvvisa Istruttore, quando non addirittura Maestro o Grand Master. So di un cialtrone che ha pure fondato uno stile di Kali e che forma istruttori, le cui competenze sono maturate grazie a una palestra che si chiama YouTube e che insegna a distanza attraverso video-lezioni su skype! Questa gente aggiunge, toglie, interpreta, giudica materiale di uno stile senza avere la formazione giusta ne l’esperienza necessaria per poter valutare il perché o il percome di un esercizio o di un concetto. E sta a galla solo grazie al marketing.

Per migliorare la situazione non auspico certamente un ritorno alla guerra, ma almeno affidarsi un po’ di più alla tradizione e al buon senso non farebbe male. Sperando con questo di aver attirato più simpatie che antipatie auguro a tutti una buona ripresa delle attività sportive! E se non siete d’accordo potete sempre manifestarlo attraverso i commenti… Maraming salamat!

* assolutamente non aggiungerei mai la cipolla alla carbonara, che mi piace così com’è.

Raggiungere gli obiettivi

Quale sarà il soggetto più fotografato al mondo? Il tramonto? Forse la torre di Pisa, o il Colosseo? Magari la Gioconda! Io ho un’ipotesi, un nome e un cognome: Dan Inosanto. Per me Inosanto, con la fronte segnata dagli anni, il sorriso accennato, una mano poggiata sull’anca e l’altra sulla spalla del tizio che gli ha chiesto di fare la foto è il soggetto più immortalato della storia. La rituale foto di fine stage col Guru testimonia la grandezza di chi la esibisce, ed essendo ormai un po’ avanti con gli anni è bene che ci si affretti a scattarla, prima che il mondo si divida in due categorie: quelli che hanno la foto con Inosanto e quelli che NON hanno la foto con Inosanto.

Il fenomeno della foto-ricordo naturalmente non riguarda soltanto Inosanto, la cosa oramai è talmente diffusa che per molti la foto col maestro fa curriculum. Un ragazzo con cui ho frequentato un corso una volta mi disse, riguardo al fatto che non fosse più allievo di un tale maestro: “tanto alla fine la foto col maestro l’ho già fatta, mi dovessero dire qualcosa ho la foto che testimonia che io ero suo allievo”. 

L’esperienza nel nostro ambiente non si dimostra più sul campo ma in bacheca. Questo purtroppo genera le situazioni spiacevoli a cui siamo abituati ad assistere nel nostro paese, quando si parla di arti marziali del sud-est asiatico.

C’è chi si è fatto immortalare con un maestro nel suo paese di origine e poi è tornato in Italia raccontando di essere rappresentante diretto per lo stile del suddetto maestro e, nonostante nella vita avesse fatto tutt’altro, ha cominciato ad insegnare arti marziali e a rilasciare diplomi e certificati.

Qualche altro “furbetto” ha fatto uso di gente comune, preferibilmente immortalata in loco, presentandola come Gran Maestro del Sistema Segreto Sconosciuto & Dimenticato.

Istruzioni per l’uso:

– Recarsi in Paese Esotico*
– Fermare un vecchio per strada
– Se il vecchio ha un bastone da passeggio è meglio
– Scattare foto
– Inventare nome per il vecchio**
– Diffondere il suo stile in Italia

* esempi possono essere le Filippine, l’Indonesia o l’isola di Okinawa.
** se filippino va bene Manolo Villaflora, se indonesiano Cecat Ken, se giapponese Misuda Ylkazo.

 

Oh, c’è gente che ha fatto così davvero.

Io mi chiedo, ma se uno mi racconta di sapere suonare bene il piano, vorrò sentirlo suonare dal vivo prima di decidere di prendere lezioni da lui e magari di spendere un sacco di soldi o no? Non mi accontenterò di vedere la sua foto in compagnia di Stefano Bollani. Vero, non è esattamente la stessa cosa, ma con quale criterio si decide di affidarsi ad un istruttore e quindi investire tempo e soldi? Il discorso non riguarda coloro che scelgono semplicemente di fare un po’ di fitness, di passare il tempo in compagnia o di imparare un’arte marziale col solo scopo di imparare un’arte marziale. Riguarda quelli che si allenano per imparare a difendersi sul serio, oppure quelli che si allenano per salvarsi la vita di fronte a un coltello. Riguarda quelli che affidano l’addestramento di un reparto di Polizia a un istruttore che magari ha imparato su youtube ma che si è fatto un nome grazie a un successo commerciale basato su una serie di bugie e di ambiguità.

Nel percorso marziale di ognuno di noi gli obiettivi da raggiungere sono diversi, ma nessuno di questi passa da quello di una fotocamera, perché nel momento della verità non sarà certo una foto a salvarci il culo.

Lapu Lapu

Lapu Lapu (approssimativamente 1491–1542) fu un Datu di Mactan, un’isola adiacente all’isola di Cebu situata nelle Visayas centrali.

E’ famoso per essere il primo nativo dell’arcipelago filippino ad essersi ribellato al governo spagnolo e per essere il primo eroe riconosciuto della storia delle Filippine.

Lapulapu

Il suo nome è controverso. La prima volta compare nei diari di Antonio Pigafetta, esploratore italiano e uno dei pochi superstiti della spedizione di Magellano. Egli registra il nome di due “comandanti” dell’isola di “Matan”, ovvero “Zula” e “Çilapulapu”. In un testo del 1890 il nome diventa “Si Lapulapu” senza alcuna spiegazione. (cfr. José Rizal, “Sucesos de las islas Filipinas” di Antonio de Morga).
Nel XVII secolo il poeta Carlos Calao lo menziona come “Cali Pulaco” che, pronunciato “Kalipulako”, diventa lo pseudonimo del rivoluzionario Mariano Ponce durante la guerra d’indipendenza.
Nella Dichiarazione d’Indipendenza Filippina del 1898 viene menzionato come “Rey Kalipulako de Manktan” (sic), tradotto Re Kalipulako di Mactan.
Secondo la leggenda l’eroe non sarebbe morto, ma si sarebbe tramutato in roccia.

In suo onore la citta di Opon nella provincia di Cebu è stata rinominata Lapu-Lapu e al suo interno trova spazio il mausoleo dedicato proprio all’eroe filippino, accanto a quello del suo nemico Magellano. Il simbolo delle forze di polizia filippine contiene al centro la sagoma di Lapu Lapu. Il suo volto compare anche su una moneta in circolo dal 1967 al 1974 nelle Filippine.

Nell’iconografia tradizionale spesso è rappresentato con kalasag e kampilan. Quest’ultimo, impugnato ad una mano sola, sta a simboleggiare la grande forza di questo eroe filippino, potendosi permettere di brandire un’arma così pesante con un solo braccio.

 

Leo Giron

Leovigildo “Leo” Miguel Giron è stato un escrimador filippino che ha legato il suo nome in maniera indissolubile all’escrima moderno, fondatore del sistema Giron Arnis Escrima e della scuola Bahala Na.

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Leo Giron nasce da Policarpo ed Ellen Giron il 20 agosto del 1911 nel barangay Hermoza di Bayambang, nel Pangasinan (Luzon). La vita nel barangay era particolarmente dura per un ragazzo giovane e come da tradizione i suoi primi rudimenti di escrima gli vengono trasmessi dai familiari. Nel 1920, in conseguenza delle aggressioni subite, il padre Policarpo decide di far prendere lezioni a Leo da un famoso escrimador, il Maestro Benito Junio, che Giron descrive come un esperto in Estilo de Larga Mano ed Estilo de Fondo.
Dopo circa un anno di allenamenti con il Maestro Junio, passa sotto il Maestro Julian Bundoc, cugino di Leo Giron e anche lui allievo del Maestro Junio. Questi allenamenti durano per 5 o 6 anni, arricchiti anche dagli allenamenti con lo zio del Maestro Benito Junio, ovvero il Maestro Fructuso Junio, famoso esperto in Estilo Macabebe.
Leo Giron lascia le Filippine nel 1926 per gli Stati Uniti d’America.

La vita in America

Con soli 25 centesimi in tasca, Leo Giron arrivò a Stockton in California, che all’epoca ospitava già la più grande comunità filippina dello Stato. Qui trova lavoro facilmente impiegandosi nella raccolta del sedano, ma a causa della sua giovane età viene pagato solo la metà di un uomo adulto. Guadagnarsi da vivere in questo modo era difficile, e Leo fu costretto a girare di campo in campo finchè nel 1929 non arrivò a Meridian per raccogliere prugne. Giron non fu l’unico escrimador a giungere in America dalle Filippine, altri notabili erano per esempio Angel CabalesIsidro P. Javier. Come quest’ultimo però Leo scelse inizialmente di non trasmettere ad altri le sue conoscenze di escrima. A Meridian conobbe l’escrimador Flaviano Vergara, allievo di lunga data del Maestro Dalmacio Bergoina, esperto in Estilo Elastico. Il Maestro Bergoina era famoso per aver battuto in duello il Maestro Santiago Toledo.
Giron e Vergara cominciarono quindi ad allenarsi nascosti nei frutteti, lontani da occhi indiscreti e mantenendo la tradizionale riservatezza tipica degli allenamenti nell’escrima. Si allenano così fino al 1932, quando le loro strade si dividono. Si reincontreranno 10 anni più tardi allo scoppio della II Guerra Mondiale quando ricominceranno ad allenarsi dall’ottobre del ’42 fino al gennaio del ’43. Nel 1937 divenne membro della potente loggia Legionarios del Trabajo.

La guerra

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A causa della II Guerra Mondiale Giron venne inserito nello U.S. Army il 9 ottobre del 1942 a Los Angeles. L’America degli anni ’40 era la nazione della segregazione razziale, e l’esercito rispecchiava questo razzismo. A questo scopo vennero create divisioni speciali, come i Tuskegee Airmen per i neri o la Japanese American 442nd Army Unit, l’unità di fanteria più decorata nella storia americana. La marina, non potendo ricorrere a unità separate, destinò le minoranze a particolari mansioni di servizio a bordo delle navi come la cucina o la lavanderia. Ci furono delle notevoli eccezioni come Isidro P. Javier, che si guadagnò il rispetto dei suoi superiori così tanto da essere assegnato al rifornimento degli aeroplani a bordo della USS Neheta Bay.

I filippini volontari nello U.S. Army erano così numerosi che l’esercito decise di creare una divisione di circa 12.000 uomini includendo 3 reggimenti e altre compagnie specializzate. Nacquero così a Salinas il 13 luglio 1943 il 1st Filipino Infantry Regiment e successivamente il 21 novembre del 1942 il 2nd Filipino Infantry Regiment. Leo Giron venne assegnato al secondo reggimento, quindi più tardi al 978° Gruppo di Segnalazione del Gruppo di Intelligence Alleato, un gruppo operativo segreto subordinato direttamente al Generale Douglas MacArthur, composto da circa 1.000 uomini selezionati per operazioni speciali. Questa piccola forza venne designata Primo Battaglione di Ricognizione.

Giron stazionò prima al Campo San Luis Odispo e quindi trasferito a Fort Ord. Dopo aver preso parte ad un test attitudinale, che molti altri filippini non passarono, a Leo ed altri venne impartito ulteriore addestramento in codice Morse, wig-wag (segnalazione con badiere), cyma four, crittografia e parafrasi. L’esercito era alla ricerca in particolare di individui capaci di comunicare in inglese.
Come membro del 978° Gruppo di Segnalazione Giron venne lasciato a mezzo di sottomarini dietro le linee nemiche per riprendere il controllo delle Filippine cadute in mano ai giapponesi.

Il gruppo operò in condizioni estremamente pericolose, stabilendo linee di comunicazione, ottenendo preziose informazioni sul clima, cercando e uccidendo i nemici quando possibile ed assicurando ricognizioni militari di importanza vitale, rimanendo sempre celati agli occhi dei giapponesi. Il Sergente Leo Giron, il gruppo di uomini da lui comandato ed alcune missioni a cui hanno preso parte sono registrate alla Liberia del Congresso degli Stati Uniti.

Il Sergente Giron fu insignito di:

  • Stella di Bronzo
  • Nastro di Liberazione delle Filippine
  • Medaglia della Campagna Asiatica nel Pacifico
  • Medaglia della Campagna Americana
  • Medaglia della Vittoria della II Guerra Mondiale
  • Lettera di raccomandazione del Presidente degli Stati Uniti per il suo servizio in guerra.

Durante la guerra Giron incontrò ancora il suo amico Flaviano Vergara, riprendendo l’allenamento insieme. Il Maestro Flaviano istruì Leo molto approfonditamente nelle due discipline di Larga Mano e De Fondo, dicendogli che sarebbero stati il suo regalo per mantenere viva la sua memoria, visto che Flaviano non credeva di sopravvivere alla guerra. Vergara fu ucciso più tardi nel 1944.

Leo Giron incontrò il suo istruttore successivo, il Sergente Benigno Ramos, esperto degli stili di Larga Mano, Tero Pisada, Miscla Contras, Tero Grave ed Elastico. Giron e Ramos si allenarono e combatterono insieme nelle giungle delle Flippine per più di un anno.

Dopo la guerra

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Dopo la fine della II Guerra Mondiale Leo Giron tornò a Stockton e il 12 Marzo 1952 sposò Soledad Mapa. Ebbero 4 figli: Christina, Michael, Regina e Thomas.
Leo Giron riprese gli allenamenti di escrima dal 1956 al 1961 con suo cugino Maestro Bundoc. Nel settembre 1968 apre la sua scuola a Tracy, California.

Master Giron se ne va il 21 maggio del 2002, all’età di 91 anni.

Eredità

A partire dal XVII secolo nel centro e nel nord delle Filippine andava a svilupparsi un nuovo stile di combattimento (cabaroan) che sarebbe diventato popolare perchè alla portata dei lavoratori che non potevano dedicare molto tempo all’addestramento in quello che ora è definito il vecchio stile (cada-anan).
Il nuovo stile è caratterizzato dall’utilizzo di armi lunghe e dal preferire una distanza di combattimento maggiore rispetto al vecchio stile. Un esempio di arma utilizzata a questo scopo è il panabas, costituito da una lama di lunghezza compresa tra i 30 e i 50 cm e installata su un bastone di rattan anche questo di lunghezza variabile.

panabas

Nell’epoca in cui il Maestro Giron era ancora un giovane apprendista, molti escrimadores si dividevano in praticanti di vecchio stile e praticanti di nuovo stile. Egli li praticò entrambi con ottimi istruttori, ed ebbe modo di dire che per essere un buon escrimador era sufficiente conoscere questi due metodi di combattimento. Intuì però che mancava qualcosa a colmare il gap tra questi due stili così differenti. Con l’esperienza giunse ad elaborare il suo personale sistema didattico, racchiuso simbolicamente in quello che lui chiamava el abanico del Maestro (il ventaglio del Maestro). Questo ventaglio è composto da 20 facce che rappresentano i 20 stili di cui è composto il sistema Giron. La prima faccia è occupata dal vecchio stile (estilo de fondo) e l’ultima dal nuovo stile (estilo de larga mano). In mezzo vi sono tutti gli stili che per Giron servono a riempire il distacco tra i due fondamentali.

abanico_maestro

L’impronta lasciata da Leo Giron nell’attuale panorama delle arti marziali filippine è indelebile. A lui dobbiamo l’unione tra moderno e tradizionale in un sistema di apprendimento aperto e molto dettagliato.
Giron praticava l’escrima espressamente per lo scopo della sopravvivenza. Come viene riportato su un libro a lui dedicato: “Peace is not without conflict, it is the ability to cope with conflict“.

Alcuni allievi famosi di Master Giron sono stati suo figlio Michael Giron, Tony Somera, Dexter Labonong, Rene Latosa e Dan Inosanto.

Il balisong

Questo articolo è stato originariamente scritto e pubblicato per gli amici di escrima.it ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Il balisong (conosciuto anche come butterfly knife – coltello a farfalla) è il coltello caratteristico della provincia di Batangas, posta nella parte sud-ovest di Luzon.

balisong

Il nome balisong è una parola di origine tagalog composta da baling e sungay, letteralmente corno rotto, in quanto proprio il corno di carabao veniva usato per fabbricarli. Balisong è anche il nome di un barangay della città di Taal, famosa per la produzione di questi coltelli.

Sembra accertato che il primo balisong moderno realizzato nelle Filippine fu prodotto da Perfecto de Leon che lo fabbricò nel 1905, a seguito di una diminuzione della domanda di più umili coltelli itak o bolo. Il prodotto ebbe successo e nel giro di breve tempo si diffuse come arma personale nei barangay vicini.

La particolarità del coltello sta nell’impugnatura che aprendosi longitudinalmente permette di scoprire la lama, quasi sempre monofilare. L’apertura è realizzata in modo che possa essere eseguita con una mano sola, e con un po’ di esercizio è possibile farlo in maniera decisamente rapida.

Il termine con cui ci si riferisce comunemente al balisong in occidente è coltello a farfalla, nome ambiguo se si considera che con “coltelli a farfalla” si indicano anche i Wu Dip Dao tradizionali del Wing Chun, estremamente diversi da quelli filippini.

Wu dip dao (crediti: Arteguerreras)

Wu dip dao (crediti: Arteguerreras)


Il balisong viene importato in occidente verso la fine della II Guerra Mondiale ad opera dei soldati operanti nell’arcipelago filippino e conosce la ribalta nei media soprattutto grazie all’attività divulgativa di artisti marziali come Jeff Imada, autore di due famosi manuali sul balisong e stuntman in numerosi film di azione hollywoodiani.

balisong_film

Curiosità

Benchè sia ormai opinione largamente condivisa che il balisong sia un coltello nato nelle Filippine, in realtà è di origine franco-genovese. Era infatti un coltello impiegato dagli artiglieri navali almeno dal ‘700. Sul manico erano presenti diverse tacche, utili per aggiustare l’alzo dei cannoni mentre la sua punta veniva usata per preparare l’accensione e per svolgere altre operazioni di routine. Il design del coltello, pensato per essere aperto ed utilizzato con una sola mano, si prestava particolarmente ad essere impiegato in servizio sulle navi. Un esemplare di questo coltello, datato 1791, è esposto al Musée de la Coutellerie a Thiers in Francia.

Balisong noto come Pied-Du-Roy (Crediti: Guillaume Morel)

Balisong noto come Pied-Du-Roy (Crediti: Guillaume Morel)

Nelle Filippine il balisong è conosciuto anche come Bente Nueve, dallo spagnolo veinte y nueve (venti e nove). Sembra che il primo coltello giunto nell’arcipelago da occidente, donato da un marinaio ad un indigeno, riportasse sul manico 29 tacche. Secondo alcuni, queste tacche avrebbero rappresentato il numero di nemici uccisi dal suo proprietario. Molto più facilmente invece queste sarebbero potute essere parte della scala graduata incisa sull’impugnatura del coltello, che in questo caso avrebbe misurato appunto  29 centimetri*.

* Rileggendo la parte finale mi sono accorto di aver fatto riferimento ad una unità di misura specifica, il metro, senza però essere sicuro che fosse quella. Benché il metro fosse definito già dal 1791 e adottato dalla Francia nel 1795, non vi sono certezze sulla nazionalità del marinaio in questione nè tantomeno sull’anno in cui questi avrebbe fatto dono del suo coltello.