Fenomeni

Piccolo il Mondo /2

Caso #2

Tempo fa su Facebook mi fu notificato l’invito a cliccare mi piace sulla pagina di un corso di “Latosa Escrima Concepts” tenuto da un ragazzo proprio a un tiro di schioppo da me. Guardo la sua pagina e scopro che abbiamo addirittura delle frequentazioni in comune, tanto da avere una foto a cena insieme. Penso “figata, un gruppo di escrimadores con cui fare un po’ di scambi!” e chiamo il numero di cellulare trovato sulla pagina. Mi presento, gli dico che siamo un gruppo e che vorremmo allenarci con loro, lui si offre per delle lezioni retribuite (!!!) precedute da una introduzione gratuita in qualsiasi giorno, basta mettersi d’accordo. Penso subito che forse ha capito male, ma l’introduzione è gratis e non si può mai sapere, magari vale la pena. Mi dice che ha disponibilità il lunedi e il mercoledi successivi e ci accordiamo proprio per lunedi. Gli ripeto che siamo un gruppetto e gli dico che bastoni e protezioni per noi le abbiamo già, lui può portare le sue oppure usare le nostre senza problemi.

Lui: “Protezioni?”

Io: “Si, protezioni. Caschetto, guanti.. per combattere!”

Lui: “Ah ma io di solito i principianti non li faccio combattere.”

Io: “Ma noi non siamo principianti.”

Lui: “Scusa ma voi chi siete?”

E allora gli ripeto che siamo un gruppo – che mi ha invitato su facebook a mettere “mi piace” al suo corso – che vogliamo fare amicizia con altri gruppi – che per lunedi abbiamo già bastoni e protezioni per tutti.

Lui: “Eh ma lunedi non posso”

Io: “Ah. Facciamo mercoledi allora?”

Lui: “Te lo faccio sapere il prima possibile.”

Il giorno dopo mi contatta su facebook per dirmi che nemmeno mercoledi può, e nemmeno altri giorni successivi perché blablabla – non stiamo qui a raccontarlo – ma non può lasciare la palestra. Mi offro per venire noi da lui e mi dice che i suoi allievi sono principianti e non vuole confonderli. Capisco che è affetto da dissenteria da rattan e mollo la presa. Magari è un “group leader” che ha cominciato da poco e non si sente ancora in grado. Forse per proporre lezioni retribuite era un po’ presto, forse pensava di tirare su due soldi ma gli è andata male. In ogni caso ho cominciato a trollarlo sui social, guadagnandomi cancellazioni di post per divergenze di vedute, seguiti da ban permanente e damnatio memoriae.

Un anno e mezzo dopo mi contatta dicendo di apprezzare gli articoli che scrivo e chiedendomi consigli e opinioni sulla pratica, senza sapere chi io sia. Poteri dell’anonimato su internet, piccole soddisfazioni. Per di più questo è anche allievo del Sifu del Caso #1. Davvero piccolo il Mondo!

Il drago e l’uva

Recentemente sono incappato nell’articolo scritto sul blog di un maestro di Kung Fu o di qualsiasi altra cosa dica di insegnare adesso e che diverso tempo fa ho avuto il piacere di trollare su internet. Conosco il vero nome dell’autore che però come me si firma con uno pseudonimo, perciò userò quello per riferirmi a lui: Drago Ubriaco.

Ho freezato l’articolo a questo indirizzo a imperitura memoria.

Inizia dicendo che praticando arti marziali certamente non si impara la tecnica ma si fa conoscenza di un sacco di persone bizzarre. Io dico che al circo è certamente più facile trovare pagliacci che artisti marziali, quindi dipende un po’ dalle compagnie che si frequentano. Personalmente in qualche anno posso dire che un po’ di tecnica l’ho imparata, non manco però di una nutrita schiera di fenomeni di cui il buon Drago fa certamente parte.

Prosegue citando l’opera di fine ‘800 “Psychopathia Sexualis” per darsi un tono e insiste con Freud, come se la Psicanalisi fosse una vera scienza. Va bene, tira le frecciate che vuoi, vediamo dove vuoi arrivare.

Al masochista marziale ovviamente, che secondo l’identikit dettagliato di Drago Ubriaco sarebbe, in genere:

  • Maschio
  • Età compresa tra i 20 e i 35 anni
  • Violento
  • Analfabeta (in realtà il coglioDrago scrive “dalle capacità linguistico/grammaticali degne di un testo alla Vasco fatto di mono sillabe o monoparole**” – notati gli asterischi sono andato a cercarmi le note, che purtroppo ha perso per strada
  • Praticante di arti marziali o sport da combattimento che fa uso di armi, “come ad esempio: la esGrima (eh, si… è una parola spagnola)”

Eh no, caro mio Drago! Va bene, sei di origine sudamericana e lo vuoi sottolineare, anche se ti vesti da cinese, ma “escrima” è una parola filippina, che origina certamente dallo spagnolo “esgrima”, ma che se ne distingue chiaramente, nella scrittura e nella pratica! Perché se no allora ti posso far notare che “esgrima” viene dall’italico “scherma”, che viene dal longobardo “skirmjan”. Eppure quello che facevano i longobardi è diverso da quello che facevano gli italiani, che è diverso da quello che facevano gli spagnoli e che è diverso da quello che fanno i filippini! Usa i nomi giusti: escrima. Il tuo appunto è completamente fuori luogo.

Tornando all’identikit, il nostro masochista si vanterebbe dei lividi, e a parte forse il violento e l’analfabeta credo di rientrare comodamente nella lista. Non a caso, ovviamente.

Perché dovete sapere che il motivo per cui io e altri amici, tutti escrimadores, ci siamo ritrovati a trollare Drago Ubriaco è per via di una sua campagna a mezzo social network che chiamerei “no sangre no party”, per via del motto utilizzato da lui stesso. In pratica voleva ospitare nella sua palestra, chiamata “La tana delle Tigri”, un torneo di arti marziali reclamizzato come open ma che poi come abbiamo scoperto tanto open non era, in cui grazie a locandina e linguaggio cazzutissimi cercava di attirare pubblico.

Avete capito bene, quello del “masochismo marziale” scriveva sulle locandine della sua palestra “senza sangue non c’è divertimento”. Stupefacente.

Peccato che il torneo fosse un quasi semi-contact a mano nuda che per fortuna non avrebbe fatto scorrere sangue inutilmente. Ci dicemmo interessati ad un eventuale torneo di coltello e declinammo l’invito.

Ruspante come una gallina il nostro Drago tornò in scena dichiarando a gran voce che “ci hanno chiesto il combattimento armato e lo abbiamo inserito, chissà quale altra scusa useranno per non partecipare?”

In quel periodo ci trovavamo tutti a Roma per motivi di allenamento quindi ci sarebbe interessato davvero partecipare. Sfortunatamente il torneo di coltello “no sangre no party” era un semi-contact con un simulatore fatto di carta!!! A qualcuno di noi cominciavano a pulsare le vene, per fortuna un ragazzo si prese la briga di avviare un’azione diplomatica con cui auspicavamo una sessione di sparring e scambio di tecniche tra le due scuole a patto che si usassero simulatori più seri e almeno un po’ di contatto, anche leggero. Sarebbe stato stupido litigare e farsi scappare l’occasione di confrontarsi con una scuola diversa, visto che anche loro studiano le armi.

Per tutta risposta si sentì dire che lui era anche disposto a farci entrare, abbassare le serrande e menarci sul serio. Che non è proprio la risposta più equilibrata da dare quando ti chiedono di far guanti. Il battibecco e le provocazioni continuarono pubblicamente finché poi uno di noi, stanco, si prese la briga di alzare il telefono e mettersi d’accordo col Drago per partecipare a quell’abbassata di serranda. Ometterò per rispetto della privacy di scrivere anche solo un riassunto dell’imbarazzante telefonata, ma ero presente e non potevo credere alle mie orecchie. Comunque il suo astio nei confronti dei praticanti di FMA credo che derivi da qui.

L’articolo continua con un superficiale riferimento al regno animale, dove spiega che in natura quando due animali della stessa specie si combattono non lo fanno per uccidersi ma per stabilire una gerarchia (però dimentica le formiche, che come noi esseri umani muovono guerra contro colonie anche della propria specie, uccidendo e facendo schiavi), poi cita un film e quindi si lascia andare in uno sproloquio su un presunto “masochismo sociale”. Quindi arriva l’errore intorno al quale ruota tutto il suo ragionamento:

“Ora, per rientrare nel discorso del bar dello sport marziale, basterà capire come sia credenza populistica e ampiamente condivisa dai soggetti che rientrano nella descrizione di cui sopra che, più ci si fa male durante le sessioni di allenamento […] e più si è marziali, virili e guerrieri, spesso associando la giustificazioni che: facendo arti marziali sia necessario andare forte mentre si è a lezione. Condivido il pensiero che le nostre discipline dovrebbero insegnare a combattere, d’altronde sono appositamente definite arti marziali, se insegnassero altro non lo sarebbero, condivido il pensiero che sia necessario un costante allenamento al combattimento per chi pratica le arti marziali, ma la domanda è: è proprio necessario farci del male fisico gratuito, per raggiungere l’eccellenza marziale? Mi spiego: Se a lezione devo eseguire un semplice colpo di pugno, devo per forza fracassare il volto del mio compagno di allenamento in virtù di un addestramento, il più possibile, reale?!”

Il grassetto, presente in originale, disegna il centro dell’ipotetico bersaglio rappresentato da questo articolo denso di stupidaggini. E’ il mozzo intorno al quale ruota l’ipocrisia dell’autore.

Chi l’ha detto che in allenamento si debba andare forte? Chi l’ha detto che si debba “fracassare il volto” al compagno di allenamento?

Si dimentica che gli animali che cita non combattono solo per la supremazia sociale, lo fanno anche per quello che noi chiamiamo “gioco” ma che in realtà è allenamento. Allenamento per questo:

Ed è chiaro che non fanno sul serio quando si allenano, perché se no non potrebbero cacciare. Sarebbe estremamente stupido!

Come non si fa sul serio tra esseri umani dotati di buon senso quando ci si addestra: si indossano guanti, maschere, si usano simulatori, si stabiliscono regole. E lo si fa esattamente da quando come dici tu nel paleolitico l’uomo ha introdotto l’uso di armi, per cacciare e farsi la guerra.

Procurarsi un livido non equivale a rompersi un osso o lussarsi un’articolazione, non è davvero farsi male. Il contatto, come più volte ho ribadito dalle pagine di questo blog, è necessario per sviluppare maggiore padronanza della tecnica e per approcciarsi allo stress e alla paura che altrimenti ci sorprenderebbero in caso di reale necessità. Esibire quindi un livido non serve a vantarsi del dolore ricevuto ma piuttosto a dire a se stessi “questo l’ho preso, tutti gli altri però sono riuscito ad evitarli!”

Caro Drago, non ti puoi nascondere dietro a un dito e pensare quindi di passare inosservato. Il combattimento è parte integrante delle arti marziali, e visto che ti fai chiamare maestro dovresti saperlo.

La flagellazione medioevale a cui fai riferimento assomiglia più ad alcune pratiche che si fanno nel Kung Fu per condizionare ossa e muscoli, dove si viene percossi – senza batter ciglio – per provocare dolore e sofferenza. Ti dice niente? Ovviamente è solo una provocazione, io lo capisco benissimo che questa cosa ha un senso. Tu invece non credi di aver pisciato un po’ fuori dal vaso?

Ah, e a che diavolo serve un albero che non fa ombra?

Saluti.

Piccolo il mondo /1

ovvero “Grandi Guru, guerrieri di latta e altre storie di un piccolo paese di provincia.”

Pare che due persone qualsiasi in giro per il mondo siano collegate da un numero relativamente piccolo di intermediari e il sociologo americano Stanley Milgram già negli anni ’60 aveva messo alla prova quella che è definita “Teoria del Mondo Piccolo”, o anche dei “6 gradi di separazione”. Ora non so quali sviluppi abbia preso questa teoria, mi rendo solo conto però, per evidenze dirette, che nell’era dei social network in particolare e di internet in generale, il mondo in effetti così grande poi non è.

Inizialmente questo articolo era nato per raccontare 3 diverse storie di cialtroneria, ho deciso in seguito di creare una rubrica in cui pubblicarle una alla volta, così da poterne aggiungere anche altre in seguito. Ciascuna di esse contiene in se una morale e un insegnamento. Molto spesso la cialtroneria è facilmente contrastabile, altrettanto spesso però non si agisce semplicemente per pigrizia o per mancanza di idee. Dato l’alto tasso di permalosità dei soggetti interessati ne ometterò sempre nomi e cognomi, in genere questi hanno la denuncia facile.

Caso #1

Un paio di anni fa, se non ricordo male, mi fu notificato su facebook un evento che riguardava un seminario di Latosa Escrima a pochi km da me, tenuto da un Sifu (non ho mai capito perché accostare ad un’arte marziale del sud-est asiatico un titolo cinese, ma tant’è) che nelle locandine scriveva di essere il rappresentante ufficiale della scuola in Italia. Avendo già sentito storie riguardo al personaggio in questione e volendo evitare di buttare via i soldi, mi presi la briga di scrivere direttamente a GM Latosa, con cui sono in contatto da diversi anni, chiedendogli conferma riguardo alle referenze del suo rappresentante. Latosa non solo mi disse che costui non aveva alcun titolo di rappresentanza, mi disse anche che non era in possesso di alcun grado tecnico che lo abilitasse all’insegnamento di Latosa Escrima e che dovevo assolutamente diffidare di lui. Saputo di questo chiesi pubblicamente spiegazioni all’impostore, che replicò cancellando post e locandine e annullando il seminario.

Ognuno di noi deve poter essere libero di fare ciò che vuole, nei limiti dell’onestà. Se penso di essere in grado di insegnare a cucinare il raviolo ripieno di aragosta sono liberissimo di aprire un corso, ma mai e poi mai potrei dire di insegnare a cucinare il famoso raviolo di Chef Ramsey per attirare allievi. Sarebbe una truffa o no? Questo è quanto puntualmente succede in Italia con le FMA.

La faccenda è piuttosto seria perché il più delle volte questi sono mestieranti che hanno acquisito qualche nozione tecnica, riempiono lacune prendendo spunto un po’ qua e un po’ la (come in questo caso in particolare un Sifu di Kung Fu che insegna arti marziali filippine), formano allievi e soprattutto istruttori che a loro volta, magari anche in buona fede, formeranno altri allievi e così via con questo circolo vizioso che potrebbe anche essere tollerabile, non fosse che questi cialtroni chiedono soldi veri per insegnare robaccia. Peggio ancora alcuni acquisiscono fama e finiscono per essere chiamati come consulenti per incarichi che riguardano la pubblica sicurezza o la difesa personale.

Alla prossima.

Esperienza di parquet

Su facebook sta girando un video di 5 minuti i cui protagonisti, presentati come detenuti di una prigione in Paraguay, si scambiano coltellate di fronte a un pubblico attento.  Non ve lo linko perché su youtube non l’ho trovato, se però siete degli appassionati sono certo che o lo avete già visto oppure non ci metterete molto a trovarlo.

Mi è venuta voglia di scriverne dopo aver letto prima i commenti seguiti alla pubblicazione originale e poi le discussioni generate su gruppi facebook di “addetti ai lavori”. Sui primi non vale la pena soffermarsi più di tanto, in quanto certe spavalderie e manifestazioni di noia tradiscono aspettative che appartengono più ad appassionati di cinema che non a cultori di arti marziali. Qualche perplessità invece mi giunge leggendo le considerazioni degli “esperti”.

Ci si meraviglia di quante occasioni per colpire il volto non vengano sfruttate, di come la posizione delle gambe adottata non favorisca l’affondo, di come quest’ultimo non venga mai tentato, di come sarebbe stato possibile inserire in quella occasione questa tecnica del repertorio della scuola X, di come probabilmente bloccati dalla paura non tentino una manovra base nella scuola Y, ecc…

Leggendo commenti del genere mi viene da pensare che i suddetti esperti non abbiano ben chiaro il concetto di duello rituale o, peggio, che lo confondano con quelli messi in scena al cinema. In un duello rituale lo scopo non è necessariamente quello di uccidere l’avversario, ma dimostrare il proprio valore attraverso il coraggio e l’abilità tecnica, in un contesto dotato di “regole” ben precise. Dimostrare di avere i cojones.

Mi era già successo di leggere commenti simili in gruppi di esperti. Ricordo molto bene un video in cui due ragazzi combattevano con il coltello tenuto a rompighiaccio nella mano destra e uno straccio avvolto sulla mano sinistra, con il “maestro” di turno che faceva notare come questa impugnatura non era di certo la più adatta per il tipo di combattimento in corso e si chiedeva come mai nessuno dei due contendenti la cambiasse. Già, chissà come mai.

Sarebbe come analizzare un video di Mensur criticando il gioco di gambe dei duellanti e dicendo che l’azione migliore consisterebbe nell’evitare l’attacco avversario, per esempio con un passo in allungo, e infilare l’ascella scoperta sperando di recidere la succlavia.

Goya - Duello Rusticano

Tutto questo porta alla luce due aspetti.

Innanzitutto c’è molta leggerezza e superficialità nell’analizzare questi scenari. Centinaia di ore passate su parquet o tatami con un simulatore di coltello in mano non garantiscono l’assoluta comprensione di tutto quello che riguarda quest’arma, non conta esclusivamente la quantità ma anche la qualità. Per fortuna sono abbastanza furbo da non farmi tentare da false certezze che possono derivare da successi in ambito accademico e sportivo, pensare di saperla lunga ci porta a ricondurre tutto alla nostra esperienza dimenticando che, come ho scritto sopra, tutto va assolutamente contestualizzato. Bisogna essere seguiti in questo percorso, si impara il mestiere stando accanto a chi lo sa fare – non ci sono cazzi – ci vuole un maestro, e spesso non ne basta uno solo. So che è complicato modificare la mentalità di chi pensa di essere già un maestro, per questo mi rivolgo soprattutto a quelli che, leggendomi, sono ancora in fase di “addestramento” e vogliono farsi un’idea di quello che hanno davanti: le considerazioni tecnico/stilistiche vengono sempre dopo quelle ambientali.

Il secondo aspetto deriva direttamente da quanto appena messo in luce, cioè il rapporto tra arti marziali e difesa personale. Se già all’interno di quelle che sono aree di studio attigue, ovvero il maneggio del coltello e lo studio dei duelli con quest’ultimo, tutto è trattato con estrema superficialità e leggerezza, mi chiedo cosa possa accadere quando questi provano a ribaltare il tutto sullo studio della difesa personale. Retorica, in realtà un’idea di massima con gli anni io me la sono fatta.

Si da credito all’esperto in duelli rusticani, quando questa non è una condizione sufficiente per saperne di difesa personale. Si da credito al milite reduce dal fronte, quando nemmeno questa è una condizione sufficiente per insegnare ai civili la difesa personale. L’argomento è complesso e richiede una specializzazione a sé, subentrano tematiche che poco o nulla hanno a che fare con le esperienze sopra esposte. Certamente ci sono validi insegnanti con questi background che hanno approfondito l’argomento e che sono in grado di insegnare degnamente la difesa personale, ma non è facile identificarli nel panorama marziale attuale. Io comunque preferirò sempre chi prova a farmi nascere un dubbio a quelli che invece propongono certezze.

Raggiungere gli obiettivi

Quale sarà il soggetto più fotografato al mondo? Il tramonto? Forse la torre di Pisa, o il Colosseo? Magari la Gioconda! Io ho un’ipotesi, un nome e un cognome: Dan Inosanto. Per me Inosanto, con la fronte segnata dagli anni, il sorriso accennato, una mano poggiata sull’anca e l’altra sulla spalla del tizio che gli ha chiesto di fare la foto è il soggetto più immortalato della storia. La rituale foto di fine stage col Guru testimonia la grandezza di chi la esibisce, ed essendo ormai un po’ avanti con gli anni è bene che ci si affretti a scattarla, prima che il mondo si divida in due categorie: quelli che hanno la foto con Inosanto e quelli che NON hanno la foto con Inosanto.

Il fenomeno della foto-ricordo naturalmente non riguarda soltanto Inosanto, la cosa oramai è talmente diffusa che per molti la foto col maestro fa curriculum. Un ragazzo con cui ho frequentato un corso una volta mi disse, riguardo al fatto che non fosse più allievo di un tale maestro: “tanto alla fine la foto col maestro l’ho già fatta, mi dovessero dire qualcosa ho la foto che testimonia che io ero suo allievo”. 

L’esperienza nel nostro ambiente non si dimostra più sul campo ma in bacheca. Questo purtroppo genera le situazioni spiacevoli a cui siamo abituati ad assistere nel nostro paese, quando si parla di arti marziali del sud-est asiatico.

C’è chi si è fatto immortalare con un maestro nel suo paese di origine e poi è tornato in Italia raccontando di essere rappresentante diretto per lo stile del suddetto maestro e, nonostante nella vita avesse fatto tutt’altro, ha cominciato ad insegnare arti marziali e a rilasciare diplomi e certificati.

Qualche altro “furbetto” ha fatto uso di gente comune, preferibilmente immortalata in loco, presentandola come Gran Maestro del Sistema Segreto Sconosciuto & Dimenticato.

Istruzioni per l’uso:

– Recarsi in Paese Esotico*
– Fermare un vecchio per strada
– Se il vecchio ha un bastone da passeggio è meglio
– Scattare foto
– Inventare nome per il vecchio**
– Diffondere il suo stile in Italia

* esempi possono essere le Filippine, l’Indonesia o l’isola di Okinawa.
** se filippino va bene Manolo Villaflora, se indonesiano Cecat Ken, se giapponese Misuda Ylkazo.

 

Oh, c’è gente che ha fatto così davvero.

Io mi chiedo, ma se uno mi racconta di sapere suonare bene il piano, vorrò sentirlo suonare dal vivo prima di decidere di prendere lezioni da lui e magari di spendere un sacco di soldi o no? Non mi accontenterò di vedere la sua foto in compagnia di Stefano Bollani. Vero, non è esattamente la stessa cosa, ma con quale criterio si decide di affidarsi ad un istruttore e quindi investire tempo e soldi? Il discorso non riguarda coloro che scelgono semplicemente di fare un po’ di fitness, di passare il tempo in compagnia o di imparare un’arte marziale col solo scopo di imparare un’arte marziale. Riguarda quelli che si allenano per imparare a difendersi sul serio, oppure quelli che si allenano per salvarsi la vita di fronte a un coltello. Riguarda quelli che affidano l’addestramento di un reparto di Polizia a un istruttore che magari ha imparato su youtube ma che si è fatto un nome grazie a un successo commerciale basato su una serie di bugie e di ambiguità.

Nel percorso marziale di ognuno di noi gli obiettivi da raggiungere sono diversi, ma nessuno di questi passa da quello di una fotocamera, perché nel momento della verità non sarà certo una foto a salvarci il culo.

Dildo Fighting

Sono sempre stato uno a cui le cose bisogna insegnarle per gradi. La bicicletta prima con le rotelle e poi senza, il nuoto prima con la tavoletta e poi senza, e decine di altre cose alla stessa maniera. Non mi sono mai sentito il genio della situazione e bruciare le tappe non è mai stato il mio forte.

Arriva però il momento in cui le cose si fanno più serie. Se fai le cose con passione non puoi rimanere per sempre a livello dei principianti,  il salto lo devi fare. Negli sport in genere funziona così, e lo Stick Fighting non fa eccezione.

Qualsiasi sia l’Arte Marziale da cui derivi il metodo con cui ci si allena, grossomodo sono previsti drill che abituano all’utilizzo dell’attrezzo di gara (il bastone) e che abituano alla gestione dell’area di gara (prato,  tatami o gabbia che siano), ginnastica per migliorare il gesto atletico, quindi lo sparring per provare a mettere tutto insieme. Questo per quanto riguarda l’allenamento di chi si prepara per un vero e proprio Sport da Combattimento. Spesso invece gli interessati a gare di Stick Fighting sono praticanti di Arti Marziali che fanno uso di armi (penso al Kobudo o all’Escrima), quindi in qualche modo necessitano di “tararsi” sullo sport, ma in genere non è un grosso problema.

Ciò che hanno in comune i due approcci è il bastone (ma va!). I puristi utilizzano il rattan, i più attenti al portafogli il polimero. Si procede così lungo tutta una serie di esercizi, in singolo o a coppie, con la seguente configurazione:

Attrezzo: rattan stick
Protezioni: nessuna

Arriva poi il momento dello sparring e logicamente andiamo ad apportare una modifica alla nostra configurazione, adottando le seguenti protezioni “standard”:

– guantoni (perché con le mani ci dobbiamo lavorare)
– caschetto (perché il dentista costa e il becchino pure)
– conchiglia per gli uomini, paraseni per le donne (il perché è ovvio)

La nuova configurazione diventa la seguente:

Attrezzo: rattan stick
Protezioni: standard

E si comincia. Si prova a fare quello che si è appreso nello studio e – maledizione! – arrivano le botte. Fa parte del gioco, siamo qui apposta.

Qualche fenomeno però non deve aver pensato la stessa cosa e in un momento di particolare ispirazione ha inventato l’oggetto che ha rivoluzionato la pratica di questo sport: il padded stick.

paddedsticks

 

Il padded stick (conosciuto dai suoi detrattori come il “dildo”) consiste in un involucro più o meno morbido contenente un’anima più o meno flessibile. Si va dai tubi in PVC ricoperti di materassina a veri e propri frustini da cavallo avvolti nella gommapiuma. Problema risolto, penserà qualcuno. La nuova configurazione di sparring sarà quindi:

Attrezzo: padded stick
Protezioni: standard

Peccato che il padded è un attrezzo estremamente diverso dal rattan stick, con cui condivide solamente la lunghezza. Il padded assorbe i colpi, flette, non spaventa, non blocca e non devia e non fa niente di quello che farebbe un bastone vero. Questa configurazione è utilizzata in molte organizzazioni di Stick Fighting, spesso come unica soluzione da torneo. Il risultato sono scuole dove si fanno drill con il rattan e poi si combatte con il cazzobastone di gomma. Che è un po’ come allenarsi nel nuoto a stile libero e poi competere nel dorso usando i braccioli gonfiabili.

Che io sappia, le uniche organizzazioni che in Italia utilizzano bastoni in rattan o in polimero per i loro combattimenti, senza fare ricorso ad armature complete ed utilizzando solamente le protezioni standard, sono i Black Sheep, i Dog Brothers e la ETFI. Ce ne sono sicuramente delle altre più o meno piccole che io non conosco, come ci sono sicuramente dei ragazzi e delle ragazze che tirano per conto loro senza avere a che fare con l’una o l’altra organizzazione, ma quello che voglio dire è che in Italia non è la norma.

Perché da noi è così difficile vedere questo?

E si tratta di principianti al primo anno di pratica, non di assassini ninja professionisti. Ad Amburgo forse il bastone non fa male? Certo, se cerchiamo “stick fighting italia” su youtube qualche video viene fuori. Video di gente che apparentemente tira col rattan addirittura senza protezione. Si, apparentemente. Perché in realtà si sta solo esibendo davanti ad una videocamera, il principiante forse rimarrà colpito ma all’occhio esperto certe cose non sfuggono.

Ogni volta che mi capita sotto agli occhi  una locandina di qualche gara di combattimento armato leggo “stick fighting”, “vale tudo”, “mma”, “real combat” con associate foto di gente cattiva che mostra i muscoli. Roba che solo a guardarla ti fa paura, pensi “questi sono tutti killer, sarò all’altezza?” e invece poi chiedi info sul regolamento ed è sempre la solita storia: “usiamo il padded”, “è live stick ma con armatura e non si può colpire di pugno”, “non si può portare a terra”, “fermiamo ad ogni contatto”, ecc.

Il punto non è che secondo me ci si deve per forza fare del male, è che stiamo parlando di combattimento sportivo armato. Il dolore fa parte della formazione, fa parte del gioco. Il 90% dei concetti che si studiano servono proprio ad imparare ad assorbire i colpi, a smorzarli o a evitarli. Col bastone di gomma tutto questo perde significato, diventa uno sport completamente diverso.

Il padded stick può andar bene ai ragazzini e ai principianti che per questioni di tempo non hanno ancora imparato le basi del combattimento oppure per provare tecniche in palestra senza rimediare sempre dei lividi, ma è inconcepibile per me che si arrivi a 30 o 40 anni di età e con più di 15 anni di esperienza nello Stick Fighting a combattere ancora con il frustino. Almeno non chiamatelo Stick Fighting!!!

Il famoso salto di qualità prima o poi bisogna farlo. Altrimenti si rimane solo dei dildo fighter.

Il Mercato Marziale /2

Continua la raccolta di video che hanno attirato la mia curiosità tra quelli che mi propone quotidianamente youtube.

4 – This is Kapap

Da una rapida ricerca su google, Kapap è l’acronimo di “Krav Panim el Panim” che in ebraico significa “combattimento faccia a faccia” ed è un sistema di difesa personale le cui tecniche di combattimento derivano da:

… UNA COMBINAZIONE DI PARECCHI STILI DI LOTTA QUALE BOXE, THAI BOXE, JUDO, JU JITSU,  COMBATTIMENTO CON IL COLTELLO, GLI STICKS …

Dal sito in cui ho trovato le precedenti informazioni copioincollo anche:

IL KAPAP® NON È NÉ UNO SPORT NÈ VI È CONTEMPLATO L’AGONISMO; NON È NEMMENO UN’ARTE MARZIALE.
IL KAPAP® È UNO METODO COMPLETO PER INTENDERE LA DIFESA PERSONALE.
IL GUERRIERO DI KAPAP® È UNA MACCHINA DA COMBATTIMENTO VELOCE, PRECISA E MORTALE.
IL KAPAP® È SEMPLICE NELL’APPRENDIMENTO E SI ADATTA A TUTTI: BAMBINI, ADOLESCENTI, ADULTI, E NELLA COPLETEZZA DEI SUOI PROGRAMMI è LA PREPARAZIONE PER ECCELLENZA DI POLIZIOTTI, SOLDATI, SECURITY MAN E BODYGUARDS.

(nella mia testa in questo momento)

Che è come promettere un aldilà denso di fregna se ammazzi qualche infedele: quando scopri di essere stato gabbato ormai è troppo tardi. Secondo il sito, questo sistema si è reso necessario perchè:

 … LE ARTI MARZIALI TRADIZIONALI INSEGNAVANO E INSEGNANO SOLO ED ESCLUSIVAMENTE LA “VIA DELLA COMPETIZIONE” E LA DIFESA PERSONALE ERA SOLO UN SURROGATO DEI KATA.

Lasciando perdere il fatto che ormai pare che Arte Marziale tradizionale e Giappone siano sinonimi, non ho capito perché per i KAPAP®pari le AM e gli SDC prima siano buone e poi qualche riga dopo diventino inadeguate. In ogni caso non ci ho trovato grosse differenze con il Krav Maga, a prima vista.

5 – Quattrocchi San Michele Sicilian knife fighting System

Questo dev’essere un compatriota e, da quello che si evince dai commenti al video, pare che abbia addirittura scritto un libro. Comunque a me sembra un po’ di Kali fatto male, alla solita maniera in cui l’allievo porta un attacco e rimane immobile e il maestro fa settordici movimenti ballandogli intorno. Mi fa sorridere la tecnica mostrata dal minuto 1:06: prima la fa vedere al rallentatore (due volte, per essere sicuro che l’abbiamo capita bene) e poi a 1:46 la esegue a velocità normale e fa una roba diversa. Se ne accorge, lo ammette, la ripete al rallentatore e poi basta – cambia tecnica.

La chicca comunque rimane il commento di un utente su youtube:

“I am from Sicily! Viri ká dúaku naffidduliamu ki líakkasapuni. Siddu fá viriri u cútiaddu píiddisti. – Cieco e silenzioso.”

6 – Karambit- tomahawks and open hand combat

Il signore in questione non lo conosco e non ho trovato informazioni riguardo al suo background sul sito personale. Ad ogni modo, credo che faccia Kali e Silat perché nel video vedo numerose applicazioni delle due Arti. Bisogna riconoscere che si muove con molta fluidità e che riesce ad essere molto spettacolare, ma bisogna anche tenere conto che i suoi seminari sono rivolti ad artisti marziali in genere e non a stuntman di Hollywood: un simile approccio verso il coltello è pericoloso e porta gli allievi a sottovalutare il pericolo di un’arma del genere. Nel video da una veloce visione posso far notare:

0:08 – disarma con l’avambraccio, senza avere reale controllo sul coltello
0:14 – si fa la barba col coltello avversario
0:17 – proseguendo disarma e colpisce impugnando il coltello dalla lama
0:40 – disarma impugnando la lama
0:52 – disarma col tricipite
1:12 – disarmo non riuscito, ciò nonostante se ne sbatte e continua la sua tecnica ma il partner potrebbe colpire l’addome numerose volte

Di mio non sono un cultore dei disarmi, li trovo più deleteri che funzionali. Trovo però che questi siano particolarmente fantasiosi.

E’ come il Jiujitsu!

Da un paio d’anni frequento un corso intensivo di Silat, non siamo tantissimi e ancora meno quelli che ci sono fin dal primo giorno. Negli ultimi mesi sì è aggiunto un uomo sulla quarantina, con cui il sottoscritto è partito con il piede giusto presentandosi con una figura di merda colossale.

Amen.

Il tizio, che da ora in poi sarà Tizio, pratica Jiujitsu tradizionale ed è cintura nera con qualche Dan. A fine allenamento mi sente mentre parlo con un compagno di come Guru Famoso continui a vendere disarmi ai suoi allievi, quindi interviene meravigliato dal fatto che deridessimo i disarmatori. Allora discutiamo di tecniche, di secondo me, di se e di ma, di Kotegaeshi e di leve e rotture articolari, finché non decido di fare da cavia. Prima lui mi mostra i suoi disarmi, ed in effetti è molto bravo. Tizio si trattiene nell’esecuzione delle tecniche ma mi rendo lo stesso conto che sa quello che sta facendo, mi controlla in tutto e per tutto portandomi fino a terra e rendendosi potenzialmente in grado di disarmarmi da un’eventuale coltello. Io però ho fatto il manichino, decido allora di infilarmi un guantone da Boxe e di invitarlo a provare ad afferrarmi il braccio e a farmi le stesse cose che mi ha fatto prima, mentre io però avrei cercato di colpirlo con contatto leggerissimo. Tizio sembrava un pesce fuor d’acqua, non sapeva da che parte cominciare. La cosa si è conclusa con la constatazione che, in effetti, non è così facile afferrare il braccio di uno che cerca di colpirti. Dopodiché le domande amichevoli standard, in ordine sparso: da quanto fai Jiujitsu, chi è il tuo Maestro, cosa fate, come mai ti interessa il Silat e via discorrendo. Scopro con sorpresa che il suo Maestro viene dal Karate, che ha fatto qualche stage di Kali e che ha un amico che ha fatto Kobudo.

Karate, Kali e Kobudo. Vedo un sacco di K, ma niente Jiujitsu. Come fai a dire di essere una cintura nera di Jiujitsu se nemmeno il tuo Maestro lo ha mai praticato? Comincio a credere che “Jiujitsu” sia solo un termine-ombrello per definire un’attività che si fa in palestra, vestiti col kimono e in cui le tecniche hanno nomi giapponesi. Non importa poi da dove arrivino.

Anni fa mi allenai per pochi mesi con un Maestro di Jiujitsu, che però faceva Kali e lo spacciava per Kobudo di Okinawa. Credo che fosse in buona fede, a me comunque serviva fare esperienza e tirare con gente nuova e quindi non contestai mai niente. Fino a che un giorno non vidi il Maestro allenarsi in una forma che riconobbi al volo, allora mi avvicinai e chiesi come mai si stesse allenando:

Maestro: “Ieri siamo andati dal Gran Maestro Pincopallo per un seminario di Jiujitsu e ci ha insegnato una nuova forma, la sto studiando.”
Io: “Ti ricordi come si chiama?”
M: “Mi pare sillintau, sillindau, boh non mi ricordo.”
Io: “Forse Siu Nim Tao?”
M: “Ecco si, bravo!”
Io: “Figata, mi pare di averla già vista da qualche parte.”
M: “Non questa, impossibile. Ce l’ha insegnata ieri!”
Io: Pokerface.

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Una nuova forma di Jiujitsu, si chiama Mec Don Ald.

Questo flashback mi spiega perché poi Tizio, nei mesi successivi, ad ogni tecnica mostrata dal Maestro di Silat commentasse: “E’ come il Jiujitsu!”

Botta al volto – footwork evasivo – gomitata alla tempia – trankada al collo. “E’ come il Jiujitsu!”

Mi abbasso – colpo all’anca – gomitata al mento – spazzata – colpo alla carotide. “E’ come il Jiujitsu!”

Mi copro – pesto il piede – afferro la testa – ginocchiata al volto – pugno alla nuca. “E’ come il Jiujitsu!”

Minchia. Vai a fare Jiujitsu allora! Perché perdi tempo e soldi qui? Tu parli con ‘sta gente ed è un continuo “è come da noi”, “ce l’abbiamo pure noi”, “lo facciamo anche noi”. Sono contento, ma allora perché siete qui? Tanto è tutto già visto, già fatto, già-jitsu.

Diffidate delle Imitazioni

Recentemente mi sono tornate in mente le parole di avvertimento che mi rivolse un mio vecchio Maestro in un incontro privato diversi anni fa: “Fai attenzione quando hai a che fare con quella gente, perché non hanno idea di quello che fanno.”

Si riferiva ai gruppi di scherma storica e al mio desiderio di andare a fare un po’ di libero con loro. Mi disse che grossomodo ci sono tre categorie di spadaccini medioevali:

1. I ricercatori. In genere Artisti Marziali veri e propri che solitamente escono da accademie con una consolidata tradizione schermistica e che hanno sperimentato il combattimento storico contestualizzandolo e studiandolo fin nei più piccoli dettagli.

2. I cosplayer. Di solito amano vestirsi e inscenare, in contesti di fiere medioevali, gli usi e costumi del tempo. Non hanno in genere il pallino per i combattimenti reali perciò quando ne rappresentano qualcuno fanno spesso ricorso a coreografie o a esercizi di scherma.

3. Gli improvvisati. A volte seguono un Maestro, altre volte no. In ogni caso la loro conoscenza si fonda sostanzialmente sul Flos Duellatorum e se gli chiedi del Meyer ti rispondono che non vanno matti per la musica classica.

Il mio Maestro si riferiva in particolare a questi ultimi, in quanto i primi in genere hanno un’ottima conoscenza tecnica e ai secondi spesso non interessa il combattimento. Agli improvvisati invece piace tirare. Li riconosci perché sono quelli che tirano sulle spade come dei dannati, o sugli scudi se ne hanno davanti uno. Sono quasi certo che se uno dei due lasciasse cadere a terra lo scudo, l’altro continuerebbe a colpire quello per terra in automatico.

Mi diceva: “Tu spendi ore la settimana a tirare su bersagli precisi, modulando l’intensità del colpo e abituandoti a maneggiare armi di peso differente. Loro tirano a caso. Se non stai attento, rischi.”

Un caro amico che praticava Arnis ha frequentato per breve tempo una compagnia di improvvisati, guidata da un tizio che pretendeva sempre il “Messer” prima del nome e che diceva di essere un vero cavaliere. L’abbandonò quando cominciarono a riprenderlo per qualche movimento un po’ troppo “esotico” che ogni tanto infilava nei suoi liberi.

Due o tre anni fa si presentò in città anche un corso col nome di “Disciplina della Spada” tenuto da una donna che praticava da appena un anno. Andai ad assistere all’esibizione pubblica su pressante invito di un mio conoscente che era tra gli allievi, facendo anche una videoripresa che conservo tuttora. Musica da kolossal, spadoni di latta e coreografie che l’istruttrice definisce “dei veri e propri kata”. Non ci siamo proprio. Non vorrei correre il rischio di generalizzare, ma tutti i praticanti di scherma storica che ho conosciuto nella mia zona appartengono alla categoria degli improvvisati. Per fortuna ho conosciuto anche diversi “ricercatori in arme” molto preparati, forse un po’ fuori mano ma che comunque stanno a indicare che la sperimentazione storica seria è possibile.

Al secondo posto, nella categoria “miglior utilizzo del lattice”, abbiamo questo.

Le parole del Maestro mi sono tornate in mente pochi mesi fa, quando su pressioni di uno dei membri decisi di andare a trovare i ragazzi di un’accademia di scherma Jedi. Proprio così, con le spade laser e tutto il resto.

Sul serio, non sto scherzando.

Era un po’ che ‘sto ragazzo insisteva per farmi partecipare a un loro allenamento e io rifiutavo, ben conscio che doveva trattarsi di una scuola per acrobati e stuntman (tra l’altro molto bravi, ho assistito a loro esibizioni e devo dire che sono molto d’effetto). Mi convinsi quando il ragazzo mi disse che loro tiravano abitualmente a contatto pieno usando i simulatori di scena, addirittura senza protezioni. La proverbiale goccia fu la fatidica frase “se vuoi prendere un po’ di botte sai dove trovarci” che suonava un po’ da sfida.

Mi accolsero il mio conoscente e poco dopo il suo Maestro, mentre altri ragazzi in fondo alla sala allenavano alcune acrobazie. Chiesi subito conferma del fatto che loro tirassero sul serio senza protezioni, e mi fecero vedere un po’ di vecchie “ferite di guerra” ancora non del tutto guarite: chi alle braccia, chi alla testa e chi al volto. Mi ricordo che pensai “o questi sono completamente matti, o non sanno assolutamente quello che fanno”. Mi diedero subito in mano una “spada laser”, un simulatore in polimero rigido che sarà stato 1 metro per 3 etti circa. Mi bastò tirare con l’allievo e poi con il Maestro per capire che, marzialmente, non sapevano cosa facevano.

Ebbi poi un breve e cordiale colloquio con il Maestro, che mi confermò la sua propensione ad essere più spettacolare che efficace nella pratica, cosa abbastanza comprensibile visto l’oggetto di studio. Propensione che invece non è condivisa da alcuni dei suoi allievi, soprattutto i più giovani, che a volte vanno sfidando a singolar tenzone altri pari età. Mi congedai consigliando l’utilizzo delle protezioni, almeno per la testa, nella loro pratica libera e auspicando un futuro incontro incentrato esclusivamente sul combattimento. Incontro che mai c’è stato e mai credo ci sarà, perché a molti piace giocare al combattimento e a pochi piace imparare a combattere sul serio, come è giusto che sia dopotutto. Tutti devono poter praticare al livello desiderato.

Quello che mi causa intenso fastidio è invece l’ambiguità, a volte indesiderata ma molto più spesso voluta e coltivata, in cui sguazzano molti corsi di Arti Marziali o presunte tali. Stili fantascientifici presi per veri. Esercizi di fitness spacciati per difesa personale. Disarmi da coltello improbabili studiati “solo per didattica”. Magister che insegnano scherma senza aver mai messo piede in una vera sala d’arme. Tecniche di stretching vendute per sistemi militari. Tutto ciò con l’aggravante che spesso questa ambiguità si paga con soldoni. Le vittime non sono solo gli allievi ma anche alcuni Maestri, presi in giro a loro volta e intrappolati in questa spirale di ambiguità da cui diventa sempre più difficile uscirne tanto più tempo ci si passa all’interno.

L’arma per difendersi esiste, e si chiama curiosità. Siate curiosi, mettetevi alla prova e mettete in discussione tutto quello che imparate. L’Arte Marziale, se studiata seriamente, non richiede meno tempo e meno impegno di quello che si spenderebbe a studiare all’Università.

Mettetevi nelle mani del Maestro ma non accontentatevi delle parole. Un Maestro che non si mette in gioco, se non è troppo in la’ con gli anni, è un Maestro che non è sicuro di quello che dice.

Diffidate dei Maestri gelosi che non vi permettono di provare in altre scuole. Un Maestro onesto sa quanto è importante fare esperienza.

Domandate ai vostri insegnanti da chi abbiano appreso quel concetto o quella tecnica. In assenza di risposta, probabilmente il loro Maestro si chiama VHS, DVD o YouTube.

Diffidate delle imitazioni, non si diventa Maestri davanti al PC.

Il Mercato Marziale /1

Ogni tanto è bene aggiornarsi e dare un’occhiata esplorativa a quello che il mercato ha da offrire. Tra JKD, KM, TKD, WT, MMA, BDSM e compagnia bella rischiamo di confonderci e di lasciarci sfuggire occasioni per aggiornarci e imparare qualcosa di nuovo. In questo senso ci viene in aiuto youtube, importante vetrina con cui fare la conoscenza di stili nuovi e orientarsi nella pratica delle Arti Marziali. Con questa rubrica voglio commentare superficialmente e in maniera semi-seria qualche video che l’amico tubo mi suggerisce.

1 – Systema Siberian Cossacs

Utilizzando le parole che ho trovato sul sito internet di una scuola, il Systema sarebbe:

“..un micidiale sistema di combattimento, che viene utilizzato anche dai Corpi Speciali russi. Esso contiene tecniche di percussione, leve articolari, lotta ecc. comprende quindi le varie specialità delle varie arti marziali classiche.

Il Systema, pur comprendendo devastanti tecniche (tenute segrete fino a pochi anni fà), si adatta perfettamente a tutte le persone e alla propria conformazione fisica…”

Una figata insomma. “Siberian Cossacs” starebbe ad indicare, credo, un particolare stile di Systema. Dico così perché su internet accanto alla dicitura Systema si trovano termini diversi e spesso fanno cose molto diverse tra loro (vedi qui). A proposito del video, un mio amico che praticava Shorinji Kempo mi faceva vedere cose estremamente simili già 12 anni fa. Apparentemente l’unica differenza è che Shorinji si pratica in dogi, Siberian invece in pantaloni mimetici e maglietta. Si evidenziano la corretta applicazione di leve articolari, punti di pressione e sbilanciamenti, ma non ci vedo granché di nuovo. Sicuramente nulla di particolarmente segreto.

2 – Val Riazanovs Ballistic Street Combat System

Montaggio da crisi epilettica a parte, non ho capito cosa vuol fare vedere il Maestro. Che è capace a difendersi al rallentatore da aggressori rincoglioniti? La scena dell’aggressione multipla sembra tratta dal Benny Hill’s Show e le difese da coltello e pistola mostrate sono da istigazione al suicidio.

Un tempo, quando andavano di moda i film di Kung Fu di Bruce Lee, il buon marzialista faceva versi come Forest Law di Tekken 3 e sapeva fare evoluzioni spettacolari con i nunchaku. Ora invece si gioca a fare Jason Bourne con coltelli e pistole. Se volete sapere quale sarà l’arte marziale del futuro, tenete d’occhio i cinema. Io azzardo una previsione: combattimento jedi con spade laser.

3 – Kyusho

Lo so che non è proprio una disciplina nuova, ma in Italia ha preso piede abbastanza bene solo negli ultimi anni. Con il termine Kyusho ci si riferisce sia al settore dello studio dei punti di pressione presente in molte Arti Marziali orientali, sia a un’Arte Marziale vera e propria diffusa principalmente da Kyusho International. Il meccanismo dei punti di pressione, almeno nella pratica che ho svolto personalmente, agisce attraverso stimoli su zone del corpo particolarmente innervate o sensibili, causando intenso dolore. Assolutamente nulla di mistico, è lo stesso meccanismo che vi fa piegare in due quando ricevete un calcio nei coglioni.

Quello che si vede nel video, oltre al fatto che c’è un sacco di gente disposta a farsi prendere a sberle senza reagire, è che esisterebbero punti di pressione che premuti singolarmente non causerebbero alcunché mentre invece premuti contemporaneamente o in successione esatta causerebbero il KO. Io però sono scettico di natura e pur ammettendo per assurdo che tutto ciò sia vero non vedo come possa diventare applicabile in combattimento. Spesso fatico a poggiare un pugno sul muso del mio avversario, non immagino la difficoltà di centrare con un dito N punti di pressione in rapida successione senza essere Kenshiro.

Eppure quando il Maestro nel video tocca le sue vittime queste “si spengono” necessitando addirittura il pronto intervento di un assistente per essere rianimate. Sento puzza di stronzata.

Poi arriviamo alla dimostrazione del minuto 2:00. Fate attenzione a come cade il ragazzo a 2:06. Il tizio non è un Maestro, è un Mago!!! E’ Silvan!! Lo spettacolo patetico si ripete a 2:30 e a 2:40, dove il Mago fa svenire la vittima solamente stringendogli la mano.

Dopo aver visto questo video non stringerò mai più la mano a nessuno. Potrei trovarmi di fronte un Mago Kyusho in incognito in cerca di vendetta.