Sport da Combattimento

The Greatest


Credits: AtlantaBlackStar

Fresco del dolore per la sua scomparsa voglio ricordare Muhammad Ali esattamente così come l’ho visto per la prima volta.

Ad Atlanta nel 1996, a sorpresa, uscì dall’ombra e accese il Braciere Olimpico. Non sapevo chi fosse, mio padre disse “è Muhammad Ali”, pensai dovesse essere un grande sportivo ma mi sbagliavo. Era il più grande di sempre, The Greatest of All Time.

Che la terra ti sia lieve.

Il dumog della discordia

Dumog è uno dei termini delle arti marziali filippine (FMA) che causano maggiori derive. La parola non so da dove origini, ma la troviamo accettata sia in cebuano che in tagalog e significa “lotta”, al pari di “buno“. Molti infatti considerano i termini equivalenti, quando invece nelle Filippine (almeno nella parte più “occidentalizzata”) sembrano avere un’accezione diversa, riferendosi con dumog al generico “fare a botte” mentre con buno ci si riferisce alla lotta vera e propria (come il grappling, per essere più chiari).

Nelle FMA con dumog pare ci si riferisca piuttosto ad una specie di judo/bjj “made in the Philippines”, quando invece non ha nulla a che vedere con tutto ciò.

Le origini del “mito”

Il perché è ovvio: siamo agli inizi degli anni ’90 e i fenomeni Vale Tudo prima e UFC poi fanno “scoprire” al mondo l’importanza della lotta nei combattimenti sportivi. Questo, oltre ad alimentare le chiacchiere da bar tra marzialisti (che durano tutt’ora), presentò un problema di marketing alle discipline del momento: il JKD, il Wing Tsun e il Kali.

Per il JKD ci si ricordò che Bruce Lee ebbe modo di studiare la lotta: Jesse Glover era prima di tutto un judoka, poi ci sono quegli appunti presenti nel Tao of Jeet Kune Do, poi in quel film fa quella sottomissione, e poi è più una filosofia che un’arte codificata e va lì va là il praticante di JKD diventa abile e arruolato per la lotta.

Nel Wing Tsun cominciarono a tenersi seminari sul combattimento a terra, perché l’uomo del Wing Tsun non cade mai – però se dovesse capitare…

Per il Kali invece diventò tutto “dumog”, noi la lotta ce l’avevamo già in casa. Ma come, abbiamo allenato altro fino a ieri? E vabbè, ora ci rotoliamo per terra, quindi via a proiezioni e relative concatenazioni di sottomissioni, belle ed anche efficaci che però non fanno parte del bagaglio culturale del Kali.

Allora cos’è il dumog?

Il Kali (o Arnis o Escrima) è un’arte guerriera, nasce per uccidere i propri nemici con ogni mezzo e sopravvivere. Questo vuol dire che se il mio aggressore ha un coltello in tasca devo aspettarmi che lo tiri fuori, se ha uno o più compagni pronti ad aiutarlo alla bisogna questi interverranno. Pensare sul serio che su un campo di battaglia ci si metta a lottare per terra in cerca di una sottomissione è da folli.

Il dumog è in realtà quella fase del combattimento che nella Muay Thai, per capirci, corrisponde al clinch, senza però le rigide restrizioni sportive di quest’ultimo. Sono manovre che servono a farci guadagnare vantaggi importanti, come sbilanciamenti per poter piazzare colpi risolutori, provocare rotture articolari per mezzo di trankada, portare il nostro avversario a sbattere la faccia contro un muro e poi fuggire, ecc…

Mettersi a lottare uno contro uno in un contesto di sopravvivenza non è quasi mai la soluzione migliore per i motivi visti sopra, per questo il dumog deve durare il meno possibile e risolversi nella maniera più rapida in un vantaggio.

E se cado a terra?

Farai meglio a cadere sopra il tuo avversario facendogli più male che puoi e comunque dovrai rialzarti nel più breve tempo possibile.

A scanso di equivoci, non sono uno di quelli a sostenere che la lotta a terra sia inutile, tutt’altro. Un marzialista come si deve ha nel proprio bagaglio tecnico almeno l’ABC della lotta, che è divertente, fa bene alla mente e al corpo, ti insegna molto su te stesso e comunque non si sa mai. Però non è dumog, diamo a Cesare quel che è di Cesare. Il dumog corrisponde ad una situazione, ad una “distanza”, in cui è certamente possibile lottare ma in cui noi dobbiamo colpire, il kali è un’arte di striking e non di grappling.

Marketing a parte, non esiste un’arte marziale che copra tutte le possibilità a 360° e considero importante tenere separate quelle che sono le origini di ciò che si impara e che un giorno si potrà insegnare, come forma di rispetto. La tecnica è un dono prezioso che ci viene fatto dai Maestri, sta a noi coltivarla e interpretarla senza però banalizzarla buttandola nel mucchio. Se no diventa tutto Kali, tutto JKD o tutto Krav Maga. Non abbiate paura di scoprire carenze tecniche in quello che praticate e non esitate a colmarle studiandole con gli esperti di altre discipline, le arti marziali non sono una religione dogmatica ma un percorso che dura tutta una vita.

Pugno, ergo sum

“E’ tutto troppo rituale, tutti quegli inchini, tutte quelle posture. Quel genere di autodifesa orientale è come nuotare sulla terraferma. Puoi anche imparare tutti gli stili del nuoto, ma se non scendi mai in acqua, che senso ha? Questi ragazzi non combattono mai.”Bruce Lee

In alcuni sistemi si delega l’apprendimento dei fondamentali del combattimento come timing, bilanciamento e focusing alle forme precostituite, che spesso vengono definite come “tradizionali” solo perché qualcuno – 20, 50 o 100 anni fa – le ha codificate. Uso il termine “sistemi” in vece di “arti marziali” perché non intendo fare di tutta l’erba un fascio, essendoci anche notevoli eccezioni all’interno della stessa disciplina.

L’utilizzo di forme mette l’allievo in condizione di forte inferiorità e dipendenza dal suo Maestro, essendo difatti impossibile dimostrare in maniera incontrovertibile di eseguirle correttamente. Oltretutto procedendo per imitazione di imitazioni è inevitabile una perdita di informazioni che porterà, generazione dopo generazione, allo stravolgimento della forma stessa. E’ innegabile che questo strumento offra ad un eventuale Maestro disonesto l’opportunità di legare a sé l’allievo oltre il necessario. Dal punto di vista dell’allievo, il ricorso alle forme porta più svantaggi che vantaggi. Chiaramente il discorso vale esclusivamente per quei sistemi che si reclamizzano come fabbriche di macchine da guerra ma che fanno uso esclusivo di forme e/o sparring drill, che sarebbero gli esercizi in cui un partner si presta a portare attacchi codificati mentre l’altro applica una tecnica, senza combattere mai o quasi. La mancanza di preparazione al confronto libero fa in modo che quando questo capiti non ci sia assolutamente sfoggio delle tecniche studiate in palestra.

Trovo che sia uno dei motivi per cui l’atleta medio di sport da combattimento è molto più avanti rispetto al praticante medio di arti marziali.

Hai per caso detto…

… Wing Chun? Oppure Wing Tsun, Ving Tsun, Wing Tjun, e tutti i modi in cui è stata diffusa commercialmente quest’arte marziale? Per non fare torto a nessuno mi ci riferirò con l’acronimo di WC* – dai che sto scherzando! Da ragazzino ero così attratto da questo mito dell’intoccabilità, dell’invincibilità dei maestri di wing chun, che cominciai anche a frequentare un corso. Curioso come sono volevo capirne la logica, scoprire qual era il segreto di questa invulnerabilità, anche perché io – che quando andavo a fare i guanti con gente di altre discipline prendevo regolarmente schiaffi – proprio non ci arrivavo. Davo sempre la colpa alla mia preparazione ancora scarsa, poi al fatto che forse potevo essere proprio negato per quella disciplina e probabilmente entrambe le spiegazioni erano corrette, tant’è che abbandonai il corso in meno di due anni. La grande verità però mi fu chiara anni dopo: i Grandi Maestri sono intoccabili e invincibili semplicemente perché non combattono.

Maa vaaaaa?**

Riporto le parole che Sifu Wong Shun Leung disse quando un intervistatore, parlando dei colpi del Wing Chun, gli chiese cosa pensasse a proposito del “Chi”:

I don´t know anything about the Chi. That´s as honest as I can be. If someone practices any Martial Art, then that person must become stronger and more durable than someone who hasn´t practiced. So if you are punched you are able to take a lot more punishment than a normal person. I have been hit many times, as have all of the great Martial Artists that I know of. So we are not supermen, but we can take a lot more . Any Martial Artist who says that he doesn´t get hit is lying to himself! – Wong Shun Leung

“Qualsiasi Artista Marziale che sostiene di non poter essere colpito sta mentendo a sè stesso.” Detto da un maestro di wing chun? Allora forse non è il wing chun ad essere marcio, forse sono marci alcuni di coloro che lo diffondono!

Ma guarda a casa tua!

Nelle FMA purtroppo la situazione non è migliore, forse non ci saranno le forme come nel wing chun & C. ma innumerevoli routine in solo e a coppia senza una adeguata preparazione al combattimento assolvono efficacemente al compito di confondere le idee ai praticanti, mettendo sullo stesso piano tecniche e strategie più o meno valide. Come posso sapere se il mio roof block è davvero d’aiuto in caso di emergenza? Se al mio tatsulok manca qualcosa? Mi dovrò fidare del mio insegnante, ma se il mio insegnante non combatte?

Questa problematica investe non solo il mondo dei maestri fai-da-te, ma per esempio anche gli eredi marziali di quello che per me rimane un punto di riferimento nel settore, il Giron Arnis Escrima.

Con tutto il rispetto dovuto a praticanti che portano avanti il nome di un gran maestro, la mia prima reazione è questa.

Nel video si notano qualche twirling e applicazioni di colpi in abanico, e niente più. Nessun uso della mano viva, nessuna cura della distanza, footwork esclusivamente in-line (ma come, con tutti i triangoli che si studiano…), nessun occhio di riguardo alla propria incolumità (tanto ci sono maschera e armatura)… in pratica succede quello che spesso si vede quando dai un bastoncino imbottito e una maschera a due bambini e li fai giocare alla “scherma”. Nella descrizione l’atleta con il casco blu viene presentato come un Maestro dello stile Doce Pares ma a ben vedere non da’ alcuna dimostrazione di particolare maestria. A 1’56” esegue un disarmo a strappo nei confronti della ragazza e niente di più. Non che sarebbe dovuto necessariamente finire in un bagno di sangue, ovviamente, ma sono sicuro che questi in palestra allenino decine di tecniche – possibile che queste non vengano fuori quando si fa del combattimento libero? Si vedono invece solo tanti colpi “buttati” un po’ a caso.

Devo dire che la natura stessa del combattimento mostrato in video non aiuti certo a ricreare un ambiente in cui dare particolare sfoggio di tecnica: mi riferisco alle protezioni, a mio modo di vedere eccessive, e all’impossibilità di colpire con mezzi diversi dal bastone. Escrima vuol dire principalmente arma da taglio, però anche arma contundente. Nel secondo caso, chi pratica lo sa, si studiano percussioni concatenate tra bastone, calci, pugni, gomiti, ginocchia, ecc. Eliminare quindi queste componenti di striking può voler dire sostanzialmente fare due cose:

  • Mettere in atto una simulazione di combattimento con lame, per cui si incoraggiano i praticanti ad utilizzare l’arma vietando l’uso di colpi diversi. In questi casi però bisogna porre un freno ai contendenti per evitare che la situazione degeneri in un ravvicinato scambio di colpi senza senso. Perché la lama va rispettata ancora più del bastone.
  • Ispirarsi alla Canne de Combat, senza però averne le skill e mettendo quindi in scena una sua pallida imitazione. Dopotutto se si praticano le FMA è quantomeno strano cercare di imitare altre discipline, come se la propria non avesse già un’identità ben definita.

Eccovi un contributo video di quello che intendo per simulazione di combattimento con le lame:

Qui si usano protezioni minime quali:

  • Maschera da scherma, che mette al sicuro da gravi infortuni ma al tempo stesso non elimina il deterrente doloroso del rischio di una botta in testa.
  • Guanti per non spaccarsi (troppo facilmente) le dita.
  • Gomitiere morbide.
  • Conchiglia.

Dopo uno sparring del genere si torna sicuramente a casa indolenziti, ma niente che impedisca il normale svolgimento del lavoro il giorno dopo o di qualsiasi altra attività, tranne forse la chirurgia. E, guardate un po’, si riesce a riconoscere della tecnica. L’utilizzo di calci non è espressamente vietato ma fortemente disincentivato dal fatto che si considerano i simulatori in mano come armi da taglio, perciò esporre qualsiasi parte del corpo all’azione dell’arma è estremamente rischioso.

Si vedono applicazioni di redonda, macabebe, bolante, de fondo, sonkite, largo mano, elastico, retirada, abierta, abanico, salon. In pratica c’è più Giron in questo video che in tanti video di sparring pubblicati dai suoi discepoli. Come mai? Perché il Maestro Giron ha combattuto, studiato e codificato, non ha inventato. Se fai escrima, e lo fai con cura, non puoi uscire più di tanto dal seminato, le cose sono quelle. Però devi combattere e studiare. E se combatti, se fai dello sparring, è più facile applicare la tecnica studiata. Diventa anche più facile capire quale tecnica è coerente con la tradizione e quale invece è bellamente presa in prestito da altre discipline.

Il campione di pugilato Vitalij Klitschko ha detto: “Qual è la differenza tra gli scacchi e il pugilato? Negli scacchi, nessuno è un esperto, ma tutti giocano. Nel pugilato tutti sono esperti, ma nessuno combatte.” Questa frase a mio modo di vedere di adatta bene anche alle arti marziali in generale. Per questo pugno, ergo sum.

Alla prossima.

*Io faccio il furbo ma nelle FMA con i nomi stiamo messi peggio.

**Ridete, eppure quanti sono stati attratti dal mito di invincibilità diffuso da una famosa organizzazione presente in Italia ma con sede centrale in Germania, con a capo un uomo pelato che organizzava i raduni in un castello e che rappresentava il lignaggio di un Maestro di Hong Kong che si diceva essere l’ultimo discepolo di Yip Man, organizzazione di cui però non farò il nome? Alcuni (pochi) lo sanno, altri hanno dimenticato o fanno finta di dimenticare, molti altri nemmeno immaginano quanti nomi illustri dell’attuale panorama marziale europeo sono passati da la, anche solo per sbirciare. Non c’è niente di male, ma perché toglierlo dal curriculum?

Nello zaino dello stickfighter

Lo stickfighting è uno sport atipico. Ti alzi presto, raccogli le tue cose, prendi la macchina e parti verso un raduno. Non c’è gloria o riconoscimento ad aspettarti, le tue sole medaglie saranno lividi e contusioni che, quando va bene, ti terranno compagnia per una settimana. Quando torni a casa non hai vinto e non hai perso, sai solo qualcosa in più su te stesso.

Nonostante la natura violenta di questo sport non viene mai a mancare l’elemento che fa in modo di non sfociare mai in una comune rissa: il rispetto. Rispetto per l’avversario e rispetto delle regole che, anche se stabilite di comune accordo prima del combattimento, includono sempre quelle dettate dal buon senso.

L’approccio a questo sport è estremamente soggettivo ed esperienziale, nel senso che ciascuno ha il suo modo di combattere e per questo ognuno sceglie l’attrezzatura che più lo fa sentire a suo agio. Stabilire quindi quale sia un setup ottimale non è impresa facile, posso solo parlarvi del mio, quindi: cosa c’è nel mio zaino?

stickmask

Il bastone.

L’analisi inizia dall’attrezzo più importante di tutti. Utilizzo due manau lunghi ciascuno 80 cm e dal diametro di circa 2,5 cm per un peso compreso tra i 350-400 g. Ad una estremità ho avvolto il nastro usato per rivestire le impugnature delle racchette da tennis, questo rende i bastoni più confortevoli da maneggiare e assicura una presa più salda. Inizialmente l’avevo provato nudo, poi con del semplice nastro isolante, poi avvolgendo prima uno spago ricoperto sempre dal nastro isolante ma niente mi soddisfaceva come il nastro da tennis.

Utilizzo anche un rattan più corto e più leggero, lungo circa 65 cm e con un diametro tra i 2 e i 2,5 cm. Scelgo di usare questo se so che chi ho davanti non ha molta esperienza oppure se decido di impormi una sorta di handicap per quel combattimento.

Ho molta cura dei bastoni da combattimento, che al di fuori dei match uso esclusivamente per fare del “vuoto” (sayaw) e mai per colpire in palestra.

La maschera.

Utilizzo una maschera da maestro di scherma di marca Leon Paul da 1600 N. Sarebbe andata bene anche una da 350 N e avrei speso la metà dei soldi, ma poi non me l’avrebbero accettata nelle gare di scherma di coltello. La differenza sostanziale tra le due è il grado di protezione garantito dalla gorgiera, che nel caso di quella da 1600 N è più spessa e rigida. La grata metallica è invece assolutamente identica (stando a quello che so io, ma non prendetelo per Vangelo) perciò per lo stickfight sono equivalenti. Entrambe proteggono degnamente da fendenti e puntate dirette all’altezza del volto e in direzione delle tempie, ed entrambe offrono protezione quasi nulla per capo, nuca, clavicole e gola.

Tempo addietro utilizzavo il classico caschetto da Kali Escrima, quello con la grata metallica a maglie larghe per intenderci. Questo garantisce una migliore protezione dai fendenti quasi in tutta la testa, ma alcuni modelli permettono al bastone di entrare di punta. Altri non lo permettono montando una grata a maglie più strette, aggiungendo però notevole peso alla struttura. In palestra li utilizzo e li faccio utilizzare comunemente per sparring, con un occhio di riguardo per quando si finisce in dumog, soprattutto a terra. A differenza delle maschere da scherma, che sono più facili da sfilare completamente all’occorrenza, queste hanno l’abitudine di spostarsi dalla testa, facendo venire pericolosamente a contatto con naso e denti la grata metallica. Inoltre queste maschere sono assolutamente sconsigliate per l’uso col coltello.

I guanti.

Attualmente utilizzo guanti da lacrosse dopo aver utilizzato per anni dei guanti da hockey entry-level simili a quelli che si possono comunemente trovare da decathlon. La differenza tra i due modelli è che indubbiamente i guanti da hockey offrono maggiore protezione, soprattutto a livello del pollice, rinunciando però a un migliore maneggevolezza. Anche qui la scelta l’ho fatta verso un setup che mi permettesse di usare in maniera decente sia il bastone che il coltello.

Ho visto gente che come guanto utilizzava quelli che mi sono sembrati essere dei semplici guanti da portiere di calcio, che offrono l’unico vantaggio di una presa ben salda sul bastone. Questo dipende molto dal livello di pratica che si ha e soprattutto dal livello di incoscienza. In questo senso i guanti da lacrosse mi sono sembrati un ottimo compromesso: la bastonata se arriva fa male lo stesso, ma le ossa sono più protette.

La conchiglia.

Comunemente detto “paraballe”. Chiamatemi scemo. Per le ragazze il paraseno rigido è fortemente consigliato!

Accessori.

Su questi non c’è molto da dire, sono scelte personali dettate dall’esperienza e niente più. A differenza dell’attrezzatura che ho elencato prima, di questi potete anche farne a meno. In realtà ho visto anche fare a meno dei guanti, ma chi sono io per giudicare? Fanno parte di questa categoria il paradenti, senza cui non mi sentirei a mio agio. Consigliati sono anche un paio di buste di ghiaccio istantaneo e magari uno spray refrigerante.

Due parole in più le spenderei su ginocchiere e gomitiere, entrambe rigorosamente morbide e piuttosto leggere. Personalmente trovo che indossare modelli rigidi tipo quelli per il rollerblade sia una mancanza di rispetto nei confronti dell’avversario. Comunque non le indosso sempre, dipende dal tipo di terreno su cui mi ritrovo a combattere.

Least but not last il personalissimo anting-anting, senza cui ogni escrimador sarebbe perduto!

Questo quindi è il mio setup. Nel mio modo di intendere lo stickfighting le protezioni devono servire non tanto per sentirsi al sicuro ma piuttosto a fare in modo di non pagare un prezzo eccessivo per un errore mio o del mio avversario. In un combattimento bisogna mettere in conto che possa succedere di tutto, perciò è bene indossare una maschera che mi ripari gli occhi e una conchiglia per i genitali. Per tutto il resto mi affido principalmente al bastone che ho in mano e alla mia esperienza che lo muove, tenendo sempre presente quello che dicono nelle Filippine: per essere degli escrimadores ci vogliono la testa, il cuore e i coglioni. Bisogna sempre mettere in conto di essere colpiti, è juego todo.

Per divertirsi al sicuro e senza farsi male ci sono sempre le corazzette, i tornei e il dildo fighting.

Salamat.

Tuono

I was caught

In the middle of a railroad track

I looked round And I knew there was no turning back

La fiamma si è accesa pochi anni fa, quasi per caso. Prima era solo una scazzottata, una rissa tra due animali che a forza di sbracciare a volte finivano al tappeto. Jab, cross, hook e uppercut, dove sta la difficoltà? La gente paga per vedere ‘sta roba?

My mind raced

And I thought what could I do 

And I knew There was no help, no help from you

Poi un giorno il corso di Arti Marziali che frequentavo morì e rimasi senza niente da fare. Nella stanza accanto si prendevano a pugni, e qualche volta anche a calci. Provare non mi costava niente e i ragazzi ormai li conoscevo tutti. Vabbè, buttiamoci…

Sound of the drums

Beatin’ in my heart

The thunder of guns

Tore me apart

You’ve been – thunderstruck!

Fu un colpo di fulmine, rimasi sbalordito. Tutti i video che avevo guardato prima, tutti i match e tutti i campioni che avevo sentito nominare divennero cose dell’altro mondo. Eroi epici coperti di sangue e sudore che riuscivano in quello che io nemmeno potevo immaginare. Li conservo ancora i miei primi guantoni. I pugili, quelli veri, storceranno il naso a leggere che non sono nemmeno messi tanto male, è che dovetti comprare un paio di guantoni nuovi perché quelli da 10 once non andavano bene per tirare. Poi un bel momento tornai a fare il mio, il pugilato divenne l’appuntamento per fare sparring un paio di volte la settimana, come l’amante che incontri occasionalmente solo per farci l’amore.

Tra i miei miti della boxe, e vi assicuro che ce ne sono tanti, ce ne sta uno che ha il posto d’onore. Uno che ogni volta che lo vedo, anche se in un match già visto un milione di volte, mi fa battere il cuore. Ogni volta scopro un dettaglio nuovo che mi smuove qualcosa che non so spiegare. Chi se ne intende sa già a chi mi riferisco, lo ha già capito dalle prime due righe. Lo dico tranquillamente che non è tra i più bravi di sempre, e credo che nessuno si straccerà le vesti nel leggerlo. Ma quando lo vedo combattere sudo insieme a lui, soffro insieme a lui, urlo, mi agito e mi emoziono. Non perché è italiano come me. Non perché è umano come me. Non perché commette errori e questo lo avvicina a me.

Perché ci ha sempre messo l’anima. Perché quando ha combattuto, chiunque abbia affrontato, non si è mai tirato indietro e si è sempre speso al massimo.  Perché è uno che non ha mai girato la testa. Perché sul quadrato è come vorrei essere io: forte, coraggioso, intelligente, pericoloso.

L’11 luglio di cinque anni fa Thunder si è dovuto arrendere, colpito nell’unico modo che un pugile non si aspetta: alle spalle. Io non lo conoscevo ancora, muovevo i primi passi su un sentiero che mi avrebbe portato ad amare la sua arte, ad amare il nostro sport, ad amare lui e tutti quegli uomini e quelle donne che fanno grande il pugilato.

Grazie Arturo, quello che hai fatto ti ha reso immortale.

gatti

Dildo Fighting

Sono sempre stato uno a cui le cose bisogna insegnarle per gradi. La bicicletta prima con le rotelle e poi senza, il nuoto prima con la tavoletta e poi senza, e decine di altre cose alla stessa maniera. Non mi sono mai sentito il genio della situazione e bruciare le tappe non è mai stato il mio forte.

Arriva però il momento in cui le cose si fanno più serie. Se fai le cose con passione non puoi rimanere per sempre a livello dei principianti,  il salto lo devi fare. Negli sport in genere funziona così, e lo Stick Fighting non fa eccezione.

Qualsiasi sia l’Arte Marziale da cui derivi il metodo con cui ci si allena, grossomodo sono previsti drill che abituano all’utilizzo dell’attrezzo di gara (il bastone) e che abituano alla gestione dell’area di gara (prato,  tatami o gabbia che siano), ginnastica per migliorare il gesto atletico, quindi lo sparring per provare a mettere tutto insieme. Questo per quanto riguarda l’allenamento di chi si prepara per un vero e proprio Sport da Combattimento. Spesso invece gli interessati a gare di Stick Fighting sono praticanti di Arti Marziali che fanno uso di armi (penso al Kobudo o all’Escrima), quindi in qualche modo necessitano di “tararsi” sullo sport, ma in genere non è un grosso problema.

Ciò che hanno in comune i due approcci è il bastone (ma va!). I puristi utilizzano il rattan, i più attenti al portafogli il polimero. Si procede così lungo tutta una serie di esercizi, in singolo o a coppie, con la seguente configurazione:

Attrezzo: rattan stick
Protezioni: nessuna

Arriva poi il momento dello sparring e logicamente andiamo ad apportare una modifica alla nostra configurazione, adottando le seguenti protezioni “standard”:

– guantoni (perché con le mani ci dobbiamo lavorare)
– caschetto (perché il dentista costa e il becchino pure)
– conchiglia per gli uomini, paraseni per le donne (il perché è ovvio)

La nuova configurazione diventa la seguente:

Attrezzo: rattan stick
Protezioni: standard

E si comincia. Si prova a fare quello che si è appreso nello studio e – maledizione! – arrivano le botte. Fa parte del gioco, siamo qui apposta.

Qualche fenomeno però non deve aver pensato la stessa cosa e in un momento di particolare ispirazione ha inventato l’oggetto che ha rivoluzionato la pratica di questo sport: il padded stick.

paddedsticks

 

Il padded stick (conosciuto dai suoi detrattori come il “dildo”) consiste in un involucro più o meno morbido contenente un’anima più o meno flessibile. Si va dai tubi in PVC ricoperti di materassina a veri e propri frustini da cavallo avvolti nella gommapiuma. Problema risolto, penserà qualcuno. La nuova configurazione di sparring sarà quindi:

Attrezzo: padded stick
Protezioni: standard

Peccato che il padded è un attrezzo estremamente diverso dal rattan stick, con cui condivide solamente la lunghezza. Il padded assorbe i colpi, flette, non spaventa, non blocca e non devia e non fa niente di quello che farebbe un bastone vero. Questa configurazione è utilizzata in molte organizzazioni di Stick Fighting, spesso come unica soluzione da torneo. Il risultato sono scuole dove si fanno drill con il rattan e poi si combatte con il cazzobastone di gomma. Che è un po’ come allenarsi nel nuoto a stile libero e poi competere nel dorso usando i braccioli gonfiabili.

Che io sappia, le uniche organizzazioni che in Italia utilizzano bastoni in rattan o in polimero per i loro combattimenti, senza fare ricorso ad armature complete ed utilizzando solamente le protezioni standard, sono i Black Sheep, i Dog Brothers e la ETFI. Ce ne sono sicuramente delle altre più o meno piccole che io non conosco, come ci sono sicuramente dei ragazzi e delle ragazze che tirano per conto loro senza avere a che fare con l’una o l’altra organizzazione, ma quello che voglio dire è che in Italia non è la norma.

Perché da noi è così difficile vedere questo?

E si tratta di principianti al primo anno di pratica, non di assassini ninja professionisti. Ad Amburgo forse il bastone non fa male? Certo, se cerchiamo “stick fighting italia” su youtube qualche video viene fuori. Video di gente che apparentemente tira col rattan addirittura senza protezione. Si, apparentemente. Perché in realtà si sta solo esibendo davanti ad una videocamera, il principiante forse rimarrà colpito ma all’occhio esperto certe cose non sfuggono.

Ogni volta che mi capita sotto agli occhi  una locandina di qualche gara di combattimento armato leggo “stick fighting”, “vale tudo”, “mma”, “real combat” con associate foto di gente cattiva che mostra i muscoli. Roba che solo a guardarla ti fa paura, pensi “questi sono tutti killer, sarò all’altezza?” e invece poi chiedi info sul regolamento ed è sempre la solita storia: “usiamo il padded”, “è live stick ma con armatura e non si può colpire di pugno”, “non si può portare a terra”, “fermiamo ad ogni contatto”, ecc.

Il punto non è che secondo me ci si deve per forza fare del male, è che stiamo parlando di combattimento sportivo armato. Il dolore fa parte della formazione, fa parte del gioco. Il 90% dei concetti che si studiano servono proprio ad imparare ad assorbire i colpi, a smorzarli o a evitarli. Col bastone di gomma tutto questo perde significato, diventa uno sport completamente diverso.

Il padded stick può andar bene ai ragazzini e ai principianti che per questioni di tempo non hanno ancora imparato le basi del combattimento oppure per provare tecniche in palestra senza rimediare sempre dei lividi, ma è inconcepibile per me che si arrivi a 30 o 40 anni di età e con più di 15 anni di esperienza nello Stick Fighting a combattere ancora con il frustino. Almeno non chiamatelo Stick Fighting!!!

Il famoso salto di qualità prima o poi bisogna farlo. Altrimenti si rimane solo dei dildo fighter.

Il Mercato Marziale /1

Ogni tanto è bene aggiornarsi e dare un’occhiata esplorativa a quello che il mercato ha da offrire. Tra JKD, KM, TKD, WT, MMA, BDSM e compagnia bella rischiamo di confonderci e di lasciarci sfuggire occasioni per aggiornarci e imparare qualcosa di nuovo. In questo senso ci viene in aiuto youtube, importante vetrina con cui fare la conoscenza di stili nuovi e orientarsi nella pratica delle Arti Marziali. Con questa rubrica voglio commentare superficialmente e in maniera semi-seria qualche video che l’amico tubo mi suggerisce.

1 – Systema Siberian Cossacs

Utilizzando le parole che ho trovato sul sito internet di una scuola, il Systema sarebbe:

“..un micidiale sistema di combattimento, che viene utilizzato anche dai Corpi Speciali russi. Esso contiene tecniche di percussione, leve articolari, lotta ecc. comprende quindi le varie specialità delle varie arti marziali classiche.

Il Systema, pur comprendendo devastanti tecniche (tenute segrete fino a pochi anni fà), si adatta perfettamente a tutte le persone e alla propria conformazione fisica…”

Una figata insomma. “Siberian Cossacs” starebbe ad indicare, credo, un particolare stile di Systema. Dico così perché su internet accanto alla dicitura Systema si trovano termini diversi e spesso fanno cose molto diverse tra loro (vedi qui). A proposito del video, un mio amico che praticava Shorinji Kempo mi faceva vedere cose estremamente simili già 12 anni fa. Apparentemente l’unica differenza è che Shorinji si pratica in dogi, Siberian invece in pantaloni mimetici e maglietta. Si evidenziano la corretta applicazione di leve articolari, punti di pressione e sbilanciamenti, ma non ci vedo granché di nuovo. Sicuramente nulla di particolarmente segreto.

2 – Val Riazanovs Ballistic Street Combat System

Montaggio da crisi epilettica a parte, non ho capito cosa vuol fare vedere il Maestro. Che è capace a difendersi al rallentatore da aggressori rincoglioniti? La scena dell’aggressione multipla sembra tratta dal Benny Hill’s Show e le difese da coltello e pistola mostrate sono da istigazione al suicidio.

Un tempo, quando andavano di moda i film di Kung Fu di Bruce Lee, il buon marzialista faceva versi come Forest Law di Tekken 3 e sapeva fare evoluzioni spettacolari con i nunchaku. Ora invece si gioca a fare Jason Bourne con coltelli e pistole. Se volete sapere quale sarà l’arte marziale del futuro, tenete d’occhio i cinema. Io azzardo una previsione: combattimento jedi con spade laser.

3 – Kyusho

Lo so che non è proprio una disciplina nuova, ma in Italia ha preso piede abbastanza bene solo negli ultimi anni. Con il termine Kyusho ci si riferisce sia al settore dello studio dei punti di pressione presente in molte Arti Marziali orientali, sia a un’Arte Marziale vera e propria diffusa principalmente da Kyusho International. Il meccanismo dei punti di pressione, almeno nella pratica che ho svolto personalmente, agisce attraverso stimoli su zone del corpo particolarmente innervate o sensibili, causando intenso dolore. Assolutamente nulla di mistico, è lo stesso meccanismo che vi fa piegare in due quando ricevete un calcio nei coglioni.

Quello che si vede nel video, oltre al fatto che c’è un sacco di gente disposta a farsi prendere a sberle senza reagire, è che esisterebbero punti di pressione che premuti singolarmente non causerebbero alcunché mentre invece premuti contemporaneamente o in successione esatta causerebbero il KO. Io però sono scettico di natura e pur ammettendo per assurdo che tutto ciò sia vero non vedo come possa diventare applicabile in combattimento. Spesso fatico a poggiare un pugno sul muso del mio avversario, non immagino la difficoltà di centrare con un dito N punti di pressione in rapida successione senza essere Kenshiro.

Eppure quando il Maestro nel video tocca le sue vittime queste “si spengono” necessitando addirittura il pronto intervento di un assistente per essere rianimate. Sento puzza di stronzata.

Poi arriviamo alla dimostrazione del minuto 2:00. Fate attenzione a come cade il ragazzo a 2:06. Il tizio non è un Maestro, è un Mago!!! E’ Silvan!! Lo spettacolo patetico si ripete a 2:30 e a 2:40, dove il Mago fa svenire la vittima solamente stringendogli la mano.

Dopo aver visto questo video non stringerò mai più la mano a nessuno. Potrei trovarmi di fronte un Mago Kyusho in incognito in cerca di vendetta.

Autodifesa da Palestra

Nella mia città il Comune ha recentemente patrocinato un corso di difesa personale per donne, completamente gratuito e tenuto da Illustri Maestri che nella zona sono piuttosto rinomati. Responsabili del corso sono un Maestro di Karate, un Maestro di un Karate diverso e un Maestro di Kickboxing, che poi è Karate coi guantoni da pugilato. L’iniziativa è lodevole e i corsi sono gratuiti, ci può stare. Si tratta della riproposizione di un’iniziativa che ebbe grande successo diversi anni addietro con cui si spera di sensibilizzare ulteriormente l’opinione pubblica al problema.

In fondo però si tratta di Karate al cubo, non è che forse c’era qualcun altro di altrettanto competente in materia a cui chiedere aiuto, anche solo per variare un po’? Questa è la prima cosa che ho pensato e in città l’offerta non manca: oltre al suddetto Karate troviamo BJJ, MMA, Krav Maga, Kali, Silat, JKD, TKD, Kendo, Aikido, Judo, Sumo, Sambo, Kickboxing, Boxe, Scherma, Muay Thai e tiro con l’arco. Eppure nessuno di questi insegnanti può attribuirsi il titolo di maggior esperto della città in ambito di Difesa Personale, almeno non più di quanto potrebbe fare un allenatore di Basket. Il motivo sta nella natura delle discipline e nella strutturazione dei corsi. Riguardo a quest’ultima, dodici lezioni della durata (se non ricordo male) di 2 ore ciascuna, una volta alla settimana. Non potendo assistere alle lezioni mi sono informato presso ragazze che lo frequentano e che me ne hanno descritto grossomodo la struttura: breve riscaldamento, brevissimo spazio dedicato ai consigli della nonna (non girate da sole di notte, fate attenzione a chi vi sta intorno, non andate in camporella e cose così) e poi ampio, ampissimo spazio alla tecnica: difesa da presa dell’orso, difesa da presa al bavero, difesa da strangolamento da dietro, difesa da presa al polso e via discorrendo. Grande novità quest’anno rispetto all’edizione precedente è la difesa antistupro a terra (perché, mi è stato detto da una allieva intervistata, “quando una donna finisce a terra è quello che bisogna aspettarsi”). Ok.

Ora, a parte che non ho mai sentito di un aggressore così delicato da non mollare nemmeno un ceffone alla sua vittima, non è forse il caso di approfondire un po’ di più i discorsi prevenzione, utilizzo di strumenti di protezione personale ad hoc, gestione dello stress, utilizzo di armi di fortuna, primo soccorso eccetera? Anche ammettendo che le aggressioni avvengano nelle modalità ricostruite in questo corso, davvero siamo convinti che le studentesse, impiegate, casalinghe, commesse, operaie, mamme e fidanzate che prendono parte al corso in 3 mesi di pratica sporadica possano assimilare degli automatismi che, per quanto semplici possano sembrare, richiedono comunque una revisione continua e un condizionamento fisico che spesso non si fa nemmeno nei corsi regolari di Arti Marziali? Io non penso che questi Maestri non sappiano la verità, credo piuttosto che a raccontare le cose così come sono e senza fronzoli rischi che ti si svuotino le palestre. Già imparare a combattere sportivamente richiede notevoli dosi di impegno, dedizione, sacrifici, lividi e tutto quello che si può trovare in una qualsiasi palestra di SDC, figuriamoci imparare a combattere per strada. Per questo motivo si fa difesa da presa per il culo dell’orso e robe simili, perché sono cose facilmente riproducibili in palestra senza bisogno nemmeno di sudare. Sono d’accordo che tutti hanno il diritto di praticare Arti Marziali a qualsiasi livello si desideri praticarla, ma non bisogna spacciare cazzate per Difesa Personale, è pericoloso. Wong Shun Leung, ma non solo lui, diceva grossomodo che l’unico vantaggio di un marzialista rispetto a un avversario non addestrato è che i primi possono reggere meglio le botte. Ma se togliamo le botte dall’addestramento, che ci rimane?

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Il mio modello di portachiavi preferito

Adesso sembra che io ce l’abbia col Karate, ma non è così. Il fatto è che di per se stesse le sole Arti Marziali non sono sufficienti per risolvere il problema della Difesa Personale. Sul tubo si trovano centinaia di video di BJJ adattato alla strada contro aggressore armato di coltello o di rissa in sala da biliardo in cui l’eroe spezza in due la stecca e si difende con Sinawali giusto a titolo di esempio. Coreografie che utilizzano dinamiche che funzionano soltanto in palestra, dinamiche che sfruttano riflessi e gesti atletici che non sono riproducibili con lo stesso grado di precisione sempre e comunque e in ogni dove. Già subire un takedown per strada non è come farlo sul tatami, ma poi voglio vedere tentare un Sankaku Jime su un avversario intento ad accoltellarci sul serio. Si potrebbe obiettare che si tratta di Arti Marziali che volenti o nolenti subiscono una forte influenza dagli SDC, e che invece ci sono Arti Marziali (i praticanti preferiscono definirle “Sistemi di Combattimento”, mecojoni) che hanno il focus proprio sulla Difesa Personale. Qualcuno ha detto Krav Maga?

A me sembrano presa dell’orso, presa al collo e presa al polso fatte con pantaloni mimetici all’aperto. C’è chi dice “ehi, aspetta! Questo non è il vero Krav Maga, queste sono stronzate commerciali! Queste cose ai militari non le insegnano!” – Perché, lo sanno ormai anche i bambini, il Krav Maga nasce per esigenze militari.

I militari operano in zone di guerra armati fino ai denti, manovrano mezzi da milioni di euro, si lanciano col paracadute di notte mentre sotto la contraerea sta sparando, e io che sto a scrivere un blog davanti al computer che cazzo me ne faccio dell’esperienza militare nella mia difesa personale? Ma che mi state raccontando? Che i militari si addestrano nella difesa da scippo di portafogli?

Per sapere cos’è il Krav Maga mi affido alla lettura delle locandine di una nota scuola:

E’ la quinta essenza della tattica
per l’autodifesa, il combattimento corpo a corpo
e la protezione a terza persona.
Insegna ad affrontare i reali pericoli della strada,
con intelligente ed immediata valutazione
della pericolosità dell’aggressione, e delle circostanze
ambientali in cui ci si trova, si impara a scegliere l’azione
più opportuna da utilizzare
per salvaguardare la propria incolumità.

L’azione più opportuna per salvaguardare la propria incolumità? I 200 metri piani recitando il padre nostro, non c’è bisogno che me lo insegni il Krav Maga.

Quello che segue è l’estratto di una conversazione realmente avvenuta in pubblico tra il sottoscritto e un noto Presidente di una nota scuola di Krav Maga.

Krav Maga: “E se non puoi scappare?”
IO: “Perché mi sta minacciando col coltello? Cosa vuole da me?”
KM: “Ti vuole derubare.”
IO: “Gli do’ i soldi.”
KM: “Non gli bastano.”
IO: “Gli do’ il cellulare.”
KM: “Non gli basta, vuole la tua donna.”
IO: “C’è anche la mia ragazza?”
KM: “Si.”
IO: “E’ da mo’ che è scappata.”
KM: “No perché il complice la sta tenendo.”
IO: “Ah, c’è pure un complice?”
KM: “Si, e sta violentando la tua donna.”
IO: “Minchia! Beh, provo a..”
KM: “Ora hai un coltello alla gola, che fai?”
IO: “Beh, io..”
KM: “Non puoi rimanere a guardare. Che fai?”

MA VORREI TANTO SAPE’ CHE CAZZO FAI TE INVECE! Sono tutti superman a parole, non c’è niente da fare. Vogliamo sapere cosa succede quando un aggressore ci afferra tenendo il coltello premuto contro la gola? Deciderà il nostro aguzzino. Se non vuole farci nulla non ci farà nulla, se vuole ammazzarci ci ammazzerà. Se ci salviamo è culo. Ma non del tipo “che culo, ho trovato 5 euro”, equivale piuttosto a vincere il jackpot al superenalotto. Le stronzate da film quindi lasciamole ai film. Ecco alcune verità sul coltello:

“Ma guarda che noi del Krav Maga queste cose le studiamo! La pratica è solo una piccola parte del nostro addestramento!” – E allora studiate male, perché all’atto pratico non fate niente di diverso dagli altri.

Adesso sembra che io ce l’abbia col Krav Maga, ma non è così neanche stavolta. I Krav Maghi sono un po’ i fenomeni del momento, sono di tendenza, si sentono ogni tanto alla televisione, poi il militare fa figo e quindi si trovano sotto i riflettori, mi sembra giusto parlarne.  Ma su quali basi poggiano le efficacissime tecniche di Krav Maga? Imi Lichtenfeld, padre di questa tecnica di combattimento, era un esperto pugile, lottatore e judoka. Pugilato, Lotta e Judo. Sport di pugni, sport di lotta e sport di lotta col judogi. E’ inutile che ci si racconti la rava e la fava sul Krav Maga, è pugilato, lotta e judo. E rientra esattamente nella categoria delle Arti Marziali influenzate dagli SDC.

E allora che possiamo fare? Intanto dobbiamo renderci conto che le Arti Marziali stanno alla Difesa Personale come il pomodoro sta alla pizza. Le AM possono giocare un ruolo nell’autodifesa, ma spesso sono l’unico argomento trattato. Sono rarissimi i corsi in cui si insegnano le strategie di prevenzione, le tecniche di primo soccorso, l’uso di strumenti di protezione, lo screening, eccetera. Il problema grosso è che questi corsi sono tenuti da professionisti, e i professionisti si fanno pagare. Sarebbe comodo rivolgersi al Maestro di Judo da cui portiamo i bambini chiedendogli se può farci il favore di insegnarci qualche mossa di autodifesa, e sarebbe estremamente cortese da parte del Maestro accettare di passare un paio d’ore la settimana per pochi mesi con mamme e papà, magari nemmeno retribuito. Purtroppo sarebbe tutta una perdita di tempo. Gioverebbe di più alla Difesa Personale la partitella di basket una volta la settimana, almeno si avrebbe la scusa per tenersi in forma.