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Il primo di marzo

Una notte fredda di 6 anni fa se ne andava un mio caro amico. Fu lui ad accendere in me la passione per le arti marziali e con lui mossi i primi passi, sperimentai e migliorai. Era anche un grande appassionato ed esperto di preparazione atletica e gli devo tanto. Da allora ogni primo di marzo dedichiamo l’allenamento a lui.

I semi che hai piantato sono diventati rigogliosi alberi da frutto e di questo ti sarò sempre grato. Ciao Mauro.

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Il mercato marziale /5

Quinto appuntamento col podcast di youtube!

13 – Stop PantomHEMA

La premessa è “oggi trattiamo uno dei drammi fondamentali della scherma storica e in generale delle arti marziali: la pantomima” e ci prende in pieno. Parla di geometria, tempo, distanza, preparazione atletica e “scacchiera mentale” dello schermidore, ma potrebbe essere anche un escrimador o un marzialista qualsiasi e la cosa rimarrebbe comunque vera. Cose che sono banalità in una qualsiasi sala di sport da combattimento diventano merce rara nelle più “elevate” arti marziali tradizionali. Bravo!

14 – Lock and Block or How to Disarm 

Quella che nel Serrada Escrima è chiamata “picking” è un’arte per escrimadores navigati, e il Maestro Ron Saturno è sicuramente uno di questi. Nel video viene illustrato il perché sia necessario sviluppare un’ottima visione periferica mentre invece sia deleterio seguire le mani. Questo è uno dei motivi per cui risulta estremamente difficile intrappolare gli arti ed eseguire un disarmo ad un combattente esperto.

15 – Guru Stevan Plinck – Sera Knife Compilation Video

Ho studiato Silat regolarmente per un paio d’anni per crescita personale e per seguire l’insegnamento di Sun Tzu “conosci il tuo nemico”, ma questo non fa di me assolutamente un esperto e ammetto candidamente che non è il mio pane. In ogni caso non era questo lo stile, di cui il Guru Stevan Plinck protagonista del video, è riconosciuto come uno dei maggiori esponenti mondiali. Ho però abbastanza esperienza nella scherma di coltello da valutare pericolosa l’azione mostrata dal minuto 0:34 in cui il Maestro subisce un affondo alla bocca dello stomaco la cui criticità è aumentata dalla spazzata con relativo sbilanciamento del peso dell’avversario in avanti. Un errore del genere fatto spiegando la tecnica agli allievi è più che comprensibile, può succedere a chiunque. Sono portato a pensare che lo stesso Maestro abbia fatto notare l’errore ai presenti, spiegando come un piccolo errore di timing possa portare a conseguenze gravi. Non mi spiego invece perché questa sequenza sia finita in un video promo e avrei chiesto spiegazioni direttamente a chi l’ha caricato se non fosse per il fatto che i commenti al video sono disabilitati.

Tuttavia questo video mi serve per illustrare la differenza di approccio tra Silat ed Escrima, senza voler per questo esprimere un giudizio qualitativo sull’uno o sull’altro. Per i motivi illustrati prima dal Maestro Saturno riguardo al picking, nell’Escrima (in realtà non in tutte le tradizioni giunte a noi, ma almeno in quelle tramandate dai Maestri di Stockton) si tende ad utilizzare un footwork evasivo di tipo escapo e quindi a dare più importanza nell’andare offline rispetto a una meno vantaggiosa, dal nostro punto di vista, ricerca del controllo sul braccio armato dell’avversario o in una destabilizzazione della sua struttura prima di aver raggiunto una posizione di vantaggio, rimanendo quindi inline.

The Greatest


Credits: AtlantaBlackStar

Fresco del dolore per la sua scomparsa voglio ricordare Muhammad Ali esattamente così come l’ho visto per la prima volta.

Ad Atlanta nel 1996, a sorpresa, uscì dall’ombra e accese il Braciere Olimpico. Non sapevo chi fosse, mio padre disse “è Muhammad Ali”, pensai dovesse essere un grande sportivo ma mi sbagliavo. Era il più grande di sempre, The Greatest of All Time.

Che la terra ti sia lieve.

Il drago e l’uva

Recentemente sono incappato nell’articolo scritto sul blog di un maestro di Kung Fu o di qualsiasi altra cosa dica di insegnare adesso e che diverso tempo fa ho avuto il piacere di trollare su internet. Conosco il vero nome dell’autore che però come me si firma con uno pseudonimo, perciò userò quello per riferirmi a lui: Drago Ubriaco.

Ho freezato l’articolo a questo indirizzo a imperitura memoria.

Inizia dicendo che praticando arti marziali certamente non si impara la tecnica ma si fa conoscenza di un sacco di persone bizzarre. Io dico che al circo è certamente più facile trovare pagliacci che artisti marziali, quindi dipende un po’ dalle compagnie che si frequentano. Personalmente in qualche anno posso dire che un po’ di tecnica l’ho imparata, non manco però di una nutrita schiera di fenomeni di cui il buon Drago fa certamente parte.

Prosegue citando l’opera di fine ‘800 “Psychopathia Sexualis” per darsi un tono e insiste con Freud, come se la Psicanalisi fosse una vera scienza. Va bene, tira le frecciate che vuoi, vediamo dove vuoi arrivare.

Al masochista marziale ovviamente, che secondo l’identikit dettagliato di Drago Ubriaco sarebbe, in genere:

  • Maschio
  • Età compresa tra i 20 e i 35 anni
  • Violento
  • Analfabeta (in realtà il coglioDrago scrive “dalle capacità linguistico/grammaticali degne di un testo alla Vasco fatto di mono sillabe o monoparole**” – notati gli asterischi sono andato a cercarmi le note, che purtroppo ha perso per strada
  • Praticante di arti marziali o sport da combattimento che fa uso di armi, “come ad esempio: la esGrima (eh, si… è una parola spagnola)”

Eh no, caro mio Drago! Va bene, sei di origine sudamericana e lo vuoi sottolineare, anche se ti vesti da cinese, ma “escrima” è una parola filippina, che origina certamente dallo spagnolo “esgrima”, ma che se ne distingue chiaramente, nella scrittura e nella pratica! Perché se no allora ti posso far notare che “esgrima” viene dall’italico “scherma”, che viene dal longobardo “skirmjan”. Eppure quello che facevano i longobardi è diverso da quello che facevano gli italiani, che è diverso da quello che facevano gli spagnoli e che è diverso da quello che fanno i filippini! Usa i nomi giusti: escrima. Il tuo appunto è completamente fuori luogo.

Tornando all’identikit, il nostro masochista si vanterebbe dei lividi, e a parte forse il violento e l’analfabeta credo di rientrare comodamente nella lista. Non a caso, ovviamente.

Perché dovete sapere che il motivo per cui io e altri amici, tutti escrimadores, ci siamo ritrovati a trollare Drago Ubriaco è per via di una sua campagna a mezzo social network che chiamerei “no sangre no party”, per via del motto utilizzato da lui stesso. In pratica voleva ospitare nella sua palestra, chiamata “La tana delle Tigri”, un torneo di arti marziali reclamizzato come open ma che poi come abbiamo scoperto tanto open non era, in cui grazie a locandina e linguaggio cazzutissimi cercava di attirare pubblico.

Avete capito bene, quello del “masochismo marziale” scriveva sulle locandine della sua palestra “senza sangue non c’è divertimento”. Stupefacente.

Peccato che il torneo fosse un quasi semi-contact a mano nuda che per fortuna non avrebbe fatto scorrere sangue inutilmente. Ci dicemmo interessati ad un eventuale torneo di coltello e declinammo l’invito.

Ruspante come una gallina il nostro Drago tornò in scena dichiarando a gran voce che “ci hanno chiesto il combattimento armato e lo abbiamo inserito, chissà quale altra scusa useranno per non partecipare?”

In quel periodo ci trovavamo tutti a Roma per motivi di allenamento quindi ci sarebbe interessato davvero partecipare. Sfortunatamente il torneo di coltello “no sangre no party” era un semi-contact con un simulatore fatto di carta!!! A qualcuno di noi cominciavano a pulsare le vene, per fortuna un ragazzo si prese la briga di avviare un’azione diplomatica con cui auspicavamo una sessione di sparring e scambio di tecniche tra le due scuole a patto che si usassero simulatori più seri e almeno un po’ di contatto, anche leggero. Sarebbe stato stupido litigare e farsi scappare l’occasione di confrontarsi con una scuola diversa, visto che anche loro studiano le armi.

Per tutta risposta si sentì dire che lui era anche disposto a farci entrare, abbassare le serrande e menarci sul serio. Che non è proprio la risposta più equilibrata da dare quando ti chiedono di far guanti. Il battibecco e le provocazioni continuarono pubblicamente finché poi uno di noi, stanco, si prese la briga di alzare il telefono e mettersi d’accordo col Drago per partecipare a quell’abbassata di serranda. Ometterò per rispetto della privacy di scrivere anche solo un riassunto dell’imbarazzante telefonata, ma ero presente e non potevo credere alle mie orecchie. Comunque il suo astio nei confronti dei praticanti di FMA credo che derivi da qui.

L’articolo continua con un superficiale riferimento al regno animale, dove spiega che in natura quando due animali della stessa specie si combattono non lo fanno per uccidersi ma per stabilire una gerarchia (però dimentica le formiche, che come noi esseri umani muovono guerra contro colonie anche della propria specie, uccidendo e facendo schiavi), poi cita un film e quindi si lascia andare in uno sproloquio su un presunto “masochismo sociale”. Quindi arriva l’errore intorno al quale ruota tutto il suo ragionamento:

“Ora, per rientrare nel discorso del bar dello sport marziale, basterà capire come sia credenza populistica e ampiamente condivisa dai soggetti che rientrano nella descrizione di cui sopra che, più ci si fa male durante le sessioni di allenamento […] e più si è marziali, virili e guerrieri, spesso associando la giustificazioni che: facendo arti marziali sia necessario andare forte mentre si è a lezione. Condivido il pensiero che le nostre discipline dovrebbero insegnare a combattere, d’altronde sono appositamente definite arti marziali, se insegnassero altro non lo sarebbero, condivido il pensiero che sia necessario un costante allenamento al combattimento per chi pratica le arti marziali, ma la domanda è: è proprio necessario farci del male fisico gratuito, per raggiungere l’eccellenza marziale? Mi spiego: Se a lezione devo eseguire un semplice colpo di pugno, devo per forza fracassare il volto del mio compagno di allenamento in virtù di un addestramento, il più possibile, reale?!”

Il grassetto, presente in originale, disegna il centro dell’ipotetico bersaglio rappresentato da questo articolo denso di stupidaggini. E’ il mozzo intorno al quale ruota l’ipocrisia dell’autore.

Chi l’ha detto che in allenamento si debba andare forte? Chi l’ha detto che si debba “fracassare il volto” al compagno di allenamento?

Si dimentica che gli animali che cita non combattono solo per la supremazia sociale, lo fanno anche per quello che noi chiamiamo “gioco” ma che in realtà è allenamento. Allenamento per questo:

Ed è chiaro che non fanno sul serio quando si allenano, perché se no non potrebbero cacciare. Sarebbe estremamente stupido!

Come non si fa sul serio tra esseri umani dotati di buon senso quando ci si addestra: si indossano guanti, maschere, si usano simulatori, si stabiliscono regole. E lo si fa esattamente da quando come dici tu nel paleolitico l’uomo ha introdotto l’uso di armi, per cacciare e farsi la guerra.

Procurarsi un livido non equivale a rompersi un osso o lussarsi un’articolazione, non è davvero farsi male. Il contatto, come più volte ho ribadito dalle pagine di questo blog, è necessario per sviluppare maggiore padronanza della tecnica e per approcciarsi allo stress e alla paura che altrimenti ci sorprenderebbero in caso di reale necessità. Esibire quindi un livido non serve a vantarsi del dolore ricevuto ma piuttosto a dire a se stessi “questo l’ho preso, tutti gli altri però sono riuscito ad evitarli!”

Caro Drago, non ti puoi nascondere dietro a un dito e pensare quindi di passare inosservato. Il combattimento è parte integrante delle arti marziali, e visto che ti fai chiamare maestro dovresti saperlo.

La flagellazione medioevale a cui fai riferimento assomiglia più ad alcune pratiche che si fanno nel Kung Fu per condizionare ossa e muscoli, dove si viene percossi – senza batter ciglio – per provocare dolore e sofferenza. Ti dice niente? Ovviamente è solo una provocazione, io lo capisco benissimo che questa cosa ha un senso. Tu invece non credi di aver pisciato un po’ fuori dal vaso?

Ah, e a che diavolo serve un albero che non fa ombra?

Saluti.

Nello zaino dello stickfighter

Lo stickfighting è uno sport atipico. Ti alzi presto, raccogli le tue cose, prendi la macchina e parti verso un raduno. Non c’è gloria o riconoscimento ad aspettarti, le tue sole medaglie saranno lividi e contusioni che, quando va bene, ti terranno compagnia per una settimana. Quando torni a casa non hai vinto e non hai perso, sai solo qualcosa in più su te stesso.

Nonostante la natura violenta di questo sport non viene mai a mancare l’elemento che fa in modo di non sfociare mai in una comune rissa: il rispetto. Rispetto per l’avversario e rispetto delle regole che, anche se stabilite di comune accordo prima del combattimento, includono sempre quelle dettate dal buon senso.

L’approccio a questo sport è estremamente soggettivo ed esperienziale, nel senso che ciascuno ha il suo modo di combattere e per questo ognuno sceglie l’attrezzatura che più lo fa sentire a suo agio. Stabilire quindi quale sia un setup ottimale non è impresa facile, posso solo parlarvi del mio, quindi: cosa c’è nel mio zaino?

stickmask

Il bastone.

L’analisi inizia dall’attrezzo più importante di tutti. Utilizzo due manau lunghi ciascuno 80 cm e dal diametro di circa 2,5 cm per un peso compreso tra i 350-400 g. Ad una estremità ho avvolto il nastro usato per rivestire le impugnature delle racchette da tennis, questo rende i bastoni più confortevoli da maneggiare e assicura una presa più salda. Inizialmente l’avevo provato nudo, poi con del semplice nastro isolante, poi avvolgendo prima uno spago ricoperto sempre dal nastro isolante ma niente mi soddisfaceva come il nastro da tennis.

Utilizzo anche un rattan più corto e più leggero, lungo circa 65 cm e con un diametro tra i 2 e i 2,5 cm. Scelgo di usare questo se so che chi ho davanti non ha molta esperienza oppure se decido di impormi una sorta di handicap per quel combattimento.

Ho molta cura dei bastoni da combattimento, che al di fuori dei match uso esclusivamente per fare del “vuoto” (sayaw) e mai per colpire in palestra.

La maschera.

Utilizzo una maschera da maestro di scherma di marca Leon Paul da 1600 N. Sarebbe andata bene anche una da 350 N e avrei speso la metà dei soldi, ma poi non me l’avrebbero accettata nelle gare di scherma di coltello. La differenza sostanziale tra le due è il grado di protezione garantito dalla gorgiera, che nel caso di quella da 1600 N è più spessa e rigida. La grata metallica è invece assolutamente identica (stando a quello che so io, ma non prendetelo per Vangelo) perciò per lo stickfight sono equivalenti. Entrambe proteggono degnamente da fendenti e puntate dirette all’altezza del volto e in direzione delle tempie, ed entrambe offrono protezione quasi nulla per capo, nuca, clavicole e gola.

Tempo addietro utilizzavo il classico caschetto da Kali Escrima, quello con la grata metallica a maglie larghe per intenderci. Questo garantisce una migliore protezione dai fendenti quasi in tutta la testa, ma alcuni modelli permettono al bastone di entrare di punta. Altri non lo permettono montando una grata a maglie più strette, aggiungendo però notevole peso alla struttura. In palestra li utilizzo e li faccio utilizzare comunemente per sparring, con un occhio di riguardo per quando si finisce in dumog, soprattutto a terra. A differenza delle maschere da scherma, che sono più facili da sfilare completamente all’occorrenza, queste hanno l’abitudine di spostarsi dalla testa, facendo venire pericolosamente a contatto con naso e denti la grata metallica. Inoltre queste maschere sono assolutamente sconsigliate per l’uso col coltello.

I guanti.

Attualmente utilizzo guanti da lacrosse dopo aver utilizzato per anni dei guanti da hockey entry-level simili a quelli che si possono comunemente trovare da decathlon. La differenza tra i due modelli è che indubbiamente i guanti da hockey offrono maggiore protezione, soprattutto a livello del pollice, rinunciando però a un migliore maneggevolezza. Anche qui la scelta l’ho fatta verso un setup che mi permettesse di usare in maniera decente sia il bastone che il coltello.

Ho visto gente che come guanto utilizzava quelli che mi sono sembrati essere dei semplici guanti da portiere di calcio, che offrono l’unico vantaggio di una presa ben salda sul bastone. Questo dipende molto dal livello di pratica che si ha e soprattutto dal livello di incoscienza. In questo senso i guanti da lacrosse mi sono sembrati un ottimo compromesso: la bastonata se arriva fa male lo stesso, ma le ossa sono più protette.

La conchiglia.

Comunemente detto “paraballe”. Chiamatemi scemo. Per le ragazze il paraseno rigido è fortemente consigliato!

Accessori.

Su questi non c’è molto da dire, sono scelte personali dettate dall’esperienza e niente più. A differenza dell’attrezzatura che ho elencato prima, di questi potete anche farne a meno. In realtà ho visto anche fare a meno dei guanti, ma chi sono io per giudicare? Fanno parte di questa categoria il paradenti, senza cui non mi sentirei a mio agio. Consigliati sono anche un paio di buste di ghiaccio istantaneo e magari uno spray refrigerante.

Due parole in più le spenderei su ginocchiere e gomitiere, entrambe rigorosamente morbide e piuttosto leggere. Personalmente trovo che indossare modelli rigidi tipo quelli per il rollerblade sia una mancanza di rispetto nei confronti dell’avversario. Comunque non le indosso sempre, dipende dal tipo di terreno su cui mi ritrovo a combattere.

Least but not last il personalissimo anting-anting, senza cui ogni escrimador sarebbe perduto!

Questo quindi è il mio setup. Nel mio modo di intendere lo stickfighting le protezioni devono servire non tanto per sentirsi al sicuro ma piuttosto a fare in modo di non pagare un prezzo eccessivo per un errore mio o del mio avversario. In un combattimento bisogna mettere in conto che possa succedere di tutto, perciò è bene indossare una maschera che mi ripari gli occhi e una conchiglia per i genitali. Per tutto il resto mi affido principalmente al bastone che ho in mano e alla mia esperienza che lo muove, tenendo sempre presente quello che dicono nelle Filippine: per essere degli escrimadores ci vogliono la testa, il cuore e i coglioni. Bisogna sempre mettere in conto di essere colpiti, è juego todo.

Per divertirsi al sicuro e senza farsi male ci sono sempre le corazzette, i tornei e il dildo fighting.

Salamat.

Tuono

I was caught

In the middle of a railroad track

I looked round And I knew there was no turning back

La fiamma si è accesa pochi anni fa, quasi per caso. Prima era solo una scazzottata, una rissa tra due animali che a forza di sbracciare a volte finivano al tappeto. Jab, cross, hook e uppercut, dove sta la difficoltà? La gente paga per vedere ‘sta roba?

My mind raced

And I thought what could I do 

And I knew There was no help, no help from you

Poi un giorno il corso di Arti Marziali che frequentavo morì e rimasi senza niente da fare. Nella stanza accanto si prendevano a pugni, e qualche volta anche a calci. Provare non mi costava niente e i ragazzi ormai li conoscevo tutti. Vabbè, buttiamoci…

Sound of the drums

Beatin’ in my heart

The thunder of guns

Tore me apart

You’ve been – thunderstruck!

Fu un colpo di fulmine, rimasi sbalordito. Tutti i video che avevo guardato prima, tutti i match e tutti i campioni che avevo sentito nominare divennero cose dell’altro mondo. Eroi epici coperti di sangue e sudore che riuscivano in quello che io nemmeno potevo immaginare. Li conservo ancora i miei primi guantoni. I pugili, quelli veri, storceranno il naso a leggere che non sono nemmeno messi tanto male, è che dovetti comprare un paio di guantoni nuovi perché quelli da 10 once non andavano bene per tirare. Poi un bel momento tornai a fare il mio, il pugilato divenne l’appuntamento per fare sparring un paio di volte la settimana, come l’amante che incontri occasionalmente solo per farci l’amore.

Tra i miei miti della boxe, e vi assicuro che ce ne sono tanti, ce ne sta uno che ha il posto d’onore. Uno che ogni volta che lo vedo, anche se in un match già visto un milione di volte, mi fa battere il cuore. Ogni volta scopro un dettaglio nuovo che mi smuove qualcosa che non so spiegare. Chi se ne intende sa già a chi mi riferisco, lo ha già capito dalle prime due righe. Lo dico tranquillamente che non è tra i più bravi di sempre, e credo che nessuno si straccerà le vesti nel leggerlo. Ma quando lo vedo combattere sudo insieme a lui, soffro insieme a lui, urlo, mi agito e mi emoziono. Non perché è italiano come me. Non perché è umano come me. Non perché commette errori e questo lo avvicina a me.

Perché ci ha sempre messo l’anima. Perché quando ha combattuto, chiunque abbia affrontato, non si è mai tirato indietro e si è sempre speso al massimo.  Perché è uno che non ha mai girato la testa. Perché sul quadrato è come vorrei essere io: forte, coraggioso, intelligente, pericoloso.

L’11 luglio di cinque anni fa Thunder si è dovuto arrendere, colpito nell’unico modo che un pugile non si aspetta: alle spalle. Io non lo conoscevo ancora, muovevo i primi passi su un sentiero che mi avrebbe portato ad amare la sua arte, ad amare il nostro sport, ad amare lui e tutti quegli uomini e quelle donne che fanno grande il pugilato.

Grazie Arturo, quello che hai fatto ti ha reso immortale.

gatti

Sapere di non sapere

Lo scorso fine settimana ho partecipato al Juramentado Day di Roma, un incontro della durata di tre giorni in cui ho avuto l’occasione di rivedere vecchi amici e di conoscerne di nuovi e il cui tema era principalmente la difesa da aggressione con coltello. Juramentados è il termine alternativo con cui sono conosciuti gli amok runner, persone che per un motivo o per l’altro sbroccano e cercano di uccidere quante più vittime capitano loro a tiro, e lo scenario preso in esame durante il seminario era proprio quello in cui un aggressore è determinato ad uccidere anche a costo della propria vita.

Un incubo.

Mi sono presentato con le mie convinzioni e la mia esperienza, sapendo che non sarebbe stato facile riuscire a portare a casa la pellaccia nelle simulazioni, convinto però di avere più di qualche freccia al mio arco. Mi sbagliavo di grosso.

juramentado

Mi sono affacciato da poco al mondo della difesa personale, non che prima fossi insensibile al tema ma solo negli ultimi mesi mi sono messo sotto a studiarla veramente. Prima vivevo nella convinzione che, visti i risultati raggiunti nei tornei di scherma di coltello e l’impegno speso in palestra, un ipotetico aggressore non avrebbe avuto vita facile contro di me. Nell’esperienza di Roma sono entrato in contatto con una realtà ben diversa, senza punti di riferimento predefiniti e senza spazio per le incertezze.

L’approccio che la maggior parte dei corsi o seminari propongono riguarda soprattutto l’utilizzo di tecniche codificate derivate da questa o quell’altra disciplina di combattimento, in genere senza tenere conto del background degli allievi, delle loro caratteristiche e delle loro capacità atletiche. Quello che ho scoperto in questo seminario invece, e che mi ha colpito profondamente, è stato l’approccio rivolto per lo più all’analisi delle situazioni e allo studio delle strategie e dei concetti relativi a quella tipologia specifica di aggressione. Ho sentito dire spesso che contro il coltello si ha una sola chance a disposizione, ma non avevo mai capito appieno l’importanza di questo concetto finché non mi sono trovato immerso nella realtà.

E la realtà è che non è vero, come sostengono molti, che il coltello bisogna saperlo usare per costituire una reale minaccia.

Torno a casa ricco di elementi nuovi su cui lavorare, ora so cosa devo allenare e so qual è il grado di precisione che devo raggiungere affinché la mia reazione possa concedermi quel cinque percento di probabilità di sopravvivere ad una aggressione armata.

Ringrazio tutti i partecipanti al Juramentado Day perché è anche merito loro se adesso mi trovo nella condizione di “sapere di non sapere”, come diceva Socrate. Condizione in cui qualunque marzialista vorrebbe trovarsi perché niente è peggio del credersi esperti quando invece si è solo profondamente ignoranti. C’é sempre qualcosa da imparare, ma se non si esce mai dal proprio giardino è impossibile fare esperienza.