boxe

The Greatest


Credits: AtlantaBlackStar

Fresco del dolore per la sua scomparsa voglio ricordare Muhammad Ali esattamente così come l’ho visto per la prima volta.

Ad Atlanta nel 1996, a sorpresa, uscì dall’ombra e accese il Braciere Olimpico. Non sapevo chi fosse, mio padre disse “è Muhammad Ali”, pensai dovesse essere un grande sportivo ma mi sbagliavo. Era il più grande di sempre, The Greatest of All Time.

Che la terra ti sia lieve.

Annunci

Tuono

I was caught

In the middle of a railroad track

I looked round And I knew there was no turning back

La fiamma si è accesa pochi anni fa, quasi per caso. Prima era solo una scazzottata, una rissa tra due animali che a forza di sbracciare a volte finivano al tappeto. Jab, cross, hook e uppercut, dove sta la difficoltà? La gente paga per vedere ‘sta roba?

My mind raced

And I thought what could I do 

And I knew There was no help, no help from you

Poi un giorno il corso di Arti Marziali che frequentavo morì e rimasi senza niente da fare. Nella stanza accanto si prendevano a pugni, e qualche volta anche a calci. Provare non mi costava niente e i ragazzi ormai li conoscevo tutti. Vabbè, buttiamoci…

Sound of the drums

Beatin’ in my heart

The thunder of guns

Tore me apart

You’ve been – thunderstruck!

Fu un colpo di fulmine, rimasi sbalordito. Tutti i video che avevo guardato prima, tutti i match e tutti i campioni che avevo sentito nominare divennero cose dell’altro mondo. Eroi epici coperti di sangue e sudore che riuscivano in quello che io nemmeno potevo immaginare. Li conservo ancora i miei primi guantoni. I pugili, quelli veri, storceranno il naso a leggere che non sono nemmeno messi tanto male, è che dovetti comprare un paio di guantoni nuovi perché quelli da 10 once non andavano bene per tirare. Poi un bel momento tornai a fare il mio, il pugilato divenne l’appuntamento per fare sparring un paio di volte la settimana, come l’amante che incontri occasionalmente solo per farci l’amore.

Tra i miei miti della boxe, e vi assicuro che ce ne sono tanti, ce ne sta uno che ha il posto d’onore. Uno che ogni volta che lo vedo, anche se in un match già visto un milione di volte, mi fa battere il cuore. Ogni volta scopro un dettaglio nuovo che mi smuove qualcosa che non so spiegare. Chi se ne intende sa già a chi mi riferisco, lo ha già capito dalle prime due righe. Lo dico tranquillamente che non è tra i più bravi di sempre, e credo che nessuno si straccerà le vesti nel leggerlo. Ma quando lo vedo combattere sudo insieme a lui, soffro insieme a lui, urlo, mi agito e mi emoziono. Non perché è italiano come me. Non perché è umano come me. Non perché commette errori e questo lo avvicina a me.

Perché ci ha sempre messo l’anima. Perché quando ha combattuto, chiunque abbia affrontato, non si è mai tirato indietro e si è sempre speso al massimo.  Perché è uno che non ha mai girato la testa. Perché sul quadrato è come vorrei essere io: forte, coraggioso, intelligente, pericoloso.

L’11 luglio di cinque anni fa Thunder si è dovuto arrendere, colpito nell’unico modo che un pugile non si aspetta: alle spalle. Io non lo conoscevo ancora, muovevo i primi passi su un sentiero che mi avrebbe portato ad amare la sua arte, ad amare il nostro sport, ad amare lui e tutti quegli uomini e quelle donne che fanno grande il pugilato.

Grazie Arturo, quello che hai fatto ti ha reso immortale.

gatti